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Marco Michelini | 16 aprile 2011

Caesari cum id nuntiatum esset, eos per provinciam nostram iter facere conari, maturat ab urbe proficisci et quam maximis potest itineribus in Galliam ulteriorem contendit et ad Genavam pervenit. Provinciae toti quam maximum potest militum numerum imperat (erat omnino in Gallia ulteriore legio una), pontem, qui erat ad Genavam, iubet rescindi. Ubi de eius adventu Helvetii certiores facti sunt, legatos ad eum mittunt nobilissimos civitatis, cuius legationis Nammeius et Verucloetius principem locum obtinebant, qui dicerent sibi esse in animo sine ullo maleficio iter per provinciam facere, propterea quod aliud iter haberent nullum: rogare ut eius voluntate id sibi facere liceat. Caesar, quod memoria tenebat L. Cassium consulem occisum exercitumque eius ab Helvetiis pulsum et sub iugum missum, concedendum non putabat; neque homines inimico animo, data facultate per provinciam itineris faciundi, temperaturos ab iniuria et maleficio existimabat. Tamen, ut spatium intercedere posset dum milites quos imperaverat convenirent, legatis respondit diem se ad deliberandum sumpturum: si quid vellent, ad Id. April. reverterentur.

 

 

Cesare, all’annunzio che gli Elvezi tentavano di passare per la nostra provincia, si affrettò a partire da Roma; si diresse a grandi tappe verso la Gallia Ulteriore e giunse a Ginevra. Ordinò a tutte le province di fornire il maggior numero possibile di soldati – nella Gallia Ulteriore vi era una sola legione – e fece tagliare il ponte che era vicino a Ginevra. Quando seppero del suo arrivo, gli Elvezi inviarono da lui in delegazione i cittadini più nobili, con a capo Nammeio e Veruclezio, per garantirgli il loro proposito di passare per la provincia, giacché non avevano altra via, senza arrecare danni. Lo pregarono quindi di concedere il suo consenso. Cesare, memore dell’uccisione del console Lucio Cassio, della sconfitta e del giogo sotto cui gli Elvezi avevano fatto passare il suo esercito, non riteneva di dover fare concessioni; e pensava che, una volta concessa la facoltà di attraversare la provincia ad un popolo dall’animo tanto ostile, esso non si sarebbe trattenuto dall’infliggere oltraggi e danni. Tuttavia, per poter attendere finché non fossero arrivati i soldati da lui richiesti, rispose alla delegazione che si sarebbe preso qualche giorno per decidere: se volevano una risposta, che tornassero alle idi di aprile [13 aprile].

Un commento in “C. G. Cesare: De Bello Gallico – Lib. I – Cap. 7”

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