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Marco Michelini | 20 aprile 2011

Interea ea legione quam secum habebat militibusque, qui ex provincia convenerant, a lacu Lemanno, qui in flumen Rhodanum influit, ad montem Iuram, qui fines Sequanorum ab Helvetiis dividit, milia passuum XVIIII murum in altitudinem pedum sedecim fossamque perducit. Eo opere perfecto praesidia disponit, castella communit, quo facilius, si se invito transire conentur, prohibere possit. Ubi ea dies quam constituerat cum legatis venit et legati ad eum reverterunt, negat se more et exemplo populi Romani posse iter ulli per provinciam dare et, si vim facere conentur, prohibiturum ostendit. Helvetii ea spe deiecti navibus iunctis ratibusque compluribus factis, alii vadis Rhodani, qua minima altitudo fluminis erat, non numquam interdiu, saepius noctu si perrumpere possent conati, operis munitione et militum concursu et telis repulsi, hoc conatu destiterunt.

 

 

Nel frattempo, impiegando la legione che aveva con sé ed i soldati affluiti dalla provincia, fece scavare un fossato e costruire, dal lago Lemano, che ha uno sbocco nel Rodano, al monte Giura, che separa i territori dei Sequani e degli Elvezi, una massicciata lunga diciannove miglia ed alta sedici piedi. Compiuta l’opera, dispose guarnigioni ed allestì fortini per respingere con maggiore facilità gli Elvezi, se avessero tentato di forzare il passaggio a suo dispetto. Quando giunse il giorno fissato con gli ambasciatori ed essi ritornarono, Cesare li avvertì che la consuetudine ed il comportamento del popolo romano gli impedivano di concedere ad alcuno il transito per la provincia, e dichiarò che se avessero tentato di forzare il passaggio si sarebbe opposto. Persa questa speranza, gli Elvezi, su barche legate tra loro e su un buon numero di zattere da essi costruite, oppure guadando il Rodano nei punti meno profondi, a volte di giorno, più spesso di notte, cercarono di aprirsi un varco, ma, respinti dalle fortificazioni e dai dardi dei soldati prontamente accorsi, rinunciarono ai loro tentativi.

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