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Marco Michelini | 23 febbraio 2012

[11] Helvetii iam per angustias et fines Sequanorum suas copias traduxerant et in Haeduorum fines pervenerant eorumque agros populabantur. Haedui, cum se suaque ab iis defendere non possent, legatos ad Caesarem mittunt rogatum auxilium: ita se omni tempore de populo Romano meritos esse ut paene in conspectu exercitus nostri agri vastari, liberi [eorum] in servitutem abduci, oppida expugnari non debuerint. Eodem tempore quo Haedui Ambarri, necessarii et consanguinei Haeduorum, Caesarem certiorem faciunt sese depopulatis agris non facile ab oppidis vim hostium prohibere. Item Allobroges, qui trans Rhodanum vicos possessionesque habebant, fuga se ad Caesarem recipiunt et demonstrant sibi praeter agri solum nihil esse reliqui. Quibus rebus adductus Caesar non expectandum sibi statuit dum, omnibus, fortunis sociorum consumptis, in Santonos Helvetii pervenirent.

 

 

Gli Elvezi, oltrepassati con le loro truppe gli impervi territori dei Sequani, erano giunti nella regione degli Edui e ne devastavano i campi. Non essendo in grado di difendere né se stessi  né i propri beni, gli Edui inviarono a Cesare un’ambasceria per chiedergli aiuto: in ogni circostanza essi avevano meritato la riconoscenza del popolo romano, perciò non avrebbero dovuto vedere, quasi al cospetto del nostro esercito, i loro campi saccheggiati, i loro figli asserviti, le loro città espugnate. Contemporaneamente gli Ambarri, affini e consanguinei degli Edui, informarono Cesare che i loro campi erano stati devastati e che difficilmente essi avrebbero potuto tenere lontane le forze nemiche dalle loro città. Allo stesso modo gli Allobrogi, che avevano villaggi e possedimenti oltre il Rodano, fuggirono e si rifugiarono da Cesare, dicendogli che nulla rimaneva loro, se non la nuda terra dei campi. Sotto l’incalzare di tali notizie, Cesare capì di non dover aspettare che gli Elvezi giungessero nei territori dei Santoni, dopo aver distrutto tutti i beni degli alleati di Roma.

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