Zoom
Cerca
Marco Michelini | 12 marzo 2012
 
 
[13] Hoc proelio facto, reliquas copias Helvetiorum ut consequi posset, pontem in Arari faciendum curat atque ita exercitum traducit. Helvetii repentino eius adventu commoti cum id quod ipsi diebus XX aegerrime confecerant, ut flumen transirent, illum uno die fecisse intellegerent, legatos ad eum mittunt; cuius legationis Divico princeps fuit, qui bello Cassiano dux Helvetiorum fuerat. Is ita cum Caesare egit: si pacem populus Romanus cum Helvetiis faceret, in eam partem ituros atque ibi futuros Helvetios ubi eos Caesar constituisset atque esse voluisset; sin bello persequi perseveraret, reminisceretur et veteris incommodi populi Romani et pristinae virtutis Helvetiorum. Quod improviso unum pagum adortus esset, cum ii qui flumen transissent suis auxilium ferre non possent, ne ob eam rem aut suae magnopere virtuti tribueret aut ipsos despiceret. Se ita a patribus maioribusque suis didicisse, ut magis virtute contenderent quam dolo aut insidiis niterentur. Quare ne committeret ut is locus ubi constitissent ex calamitate populi Romani et internecione exercitus nomen caperet aut memoriam proderet.  

  

Dopo la battaglia, per poter raggiungere le rimanenti truppe degli Elvezi, Cesare ordinò di costruire un ponte sull’Arar e, così, trasbordò sull’altra riva le sue truppe. Gli Elvezi, scossi dal suo arrivo repentino, quando si resero conto che per attraversare il fiume a Cesare era occorso un giorno solo, mentre essi avevano impiegato venti giorni di enormi sforzi, gli mandarono degli ambasciatori. Li guidava Divicone, già capo degli Elvezi all’epoca della guerra di Cassio. Divicone parlò a Cesare in questi termini: se il popolo romano avesse siglato la pace con gli Elvezi, essi si sarebbero recati dove Cesare avesse stabilito e voluto, per rimanervi; se, invece, avesse continuato con le operazioni di guerra, avrebbe dovuto ricordarsi sia del precedente rovescio del popolo romano, sia dell’antico eroismo degli Elvezi. Aveva attaccato all’improvviso un solo cantone, quando gli uomini ormai al di là del fiume non potevano soccorrerlo: non doveva, dunque, attribuire troppo merito per la vittoria al suo grande valore, o disprezzare gli Elvezi, che avevano imparato dai padri e dagli avi a combattere da prodi più che con l’inganno o gli agguati. Meglio, dunque, che egli non si esponesse al rischio che il luogo dove si trovavano prendesse il nome e tramandasse alla storia la disfatta del popolo romano e il massacro del suo esercito.   

Lascia un commento. Se vuoi che appaia il tuo avatar, devi registrarti su Gravatar

Devi essere collegato per lasciare un commento.