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Marco Michelini | 11 aprile 2012

[17] Tum demum Liscus oratione Caesaris adductus quod antea tacuerat proponit: esse non nullos, quorum auctoritas apud plebem plurimum valeat, qui privatim plus possint quam ipsi magistratus. Hos seditiosa atque improba oratione multitudinem deterrere, ne frumentum conferant quod debeant: praestare, si iam principatum Galliae obtinere non possint, Gallorum quam Romanorum imperia perferre, neque dubitare [debeant] quin, si Helvetios superaverint Romani, una cum reliqua Gallia Haeduis libertatem sint erepturi. Ab isdem nostra consilia quaeque in castris gerantur hostibus enuntiari; hos a se coerceri non posse. Quin etiam, quod necessariam rem coactus Caesari enuntiarit, intellegere sese quanto id cum periculo fecerit, et ob eam causam quam diu potuerit tacuisse.

 

Allora Lisco, spinto dal discorso di Cesare, espose finalmente ciò che in precedenza aveva passato sotto silenzio: c’erano degli individui che godevano di grande ascendente sul popolo e che, da privati cittadini, avevano più potere dei magistrati stessi. Costoro, con discorsi sediziosi e proditori, inducevano la massa a non consegnare il grano dovuto: sostenevano che era meglio, se non erano più capaci di conservare la supremazia nella Gallia, essere soggetti al dominio dei Galli piuttosto che dei Romani; né si doveva dubitare che, una volta sconfitti gli Elvezi, i Romani avrebbero tolto la libertà agli Edui insieme agli altri Galli. Da costoro venivano riferiti ai nemici i nostri propositi e tutto ciò che accadeva nell’accampamento: Lisco non era in grado di tenerli a freno. Anzi, ora che era stato costretto a rivelare a Cesare una situazione così critica, ben comprendeva quale pericolo stesse correndo; e per tale ragione aveva taciuto il più a lungo possibile.

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