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Marco Michelini | 23 aprile 2012

[18] Caesar hac oratione Lisci Dumnorigem, Diviciaci fratrem, designari sentiebat, sed, quod pluribus praesentibus eas res iactari nolebat, celeriter concilium dimittit, Liscum retinet. Quaerit ex solo ea quae in conventu dixerat. Dicit liberius atque audacius. Eadem secreto ab aliis quaerit; reperit esse vera: ipsum esse Dumnorigem, summa audacia, magna apud plebem propter liberalitatem gratia, cupidum rerum novarum. Complures annos portoria reliquaque omnia Haeduorum vectigalia parvo pretio redempta habere, propterea quod illo licente contra liceri audeat nemo. His rebus et suam rem familiarem auxisse et facultates ad largiendum magnas comparasse; magnum numerum equitatus suo sumptu semper alere et circum se habere, neque solum domi, sed etiam apud finitimas civitates largiter posse, atque huius potentiae causa matrem in Biturigibus homini illic nobilissimo ac potentissimo conlocasse; ipsum ex Helvetiis uxorem habere, sororum ex matre et propinquas suas nuptum in alias civitates conlocasse. Favere et cupere Helvetiis propter eam adfinitatem, odisse etiam suo nomine Caesarem et Romanos, quod eorum adventu potentia eius deminuta et Diviciacus frater in antiquum locum gratiae atque honoris sit restitutus. Si quid accidat Romanis, summam in spem per Helvetios regni obtinendi venire; imperio populi Romani non modo de regno, sed etiam de ea quam habeat gratia desperare. Reperiebat etiam in quaerendo Caesar, quod proelium equestre adversum paucis ante diebus esset factum, initium eius fugae factum a Dumnorige atque eius equitibus (nam equitatui, quem auxilio Caesari Haedui miserant, Dumnorix praeerat): eorum fuga reliquum esse equitatum perterritum.

 

Cesare intuì che con questo discorso Lisco alludeva a Dumnorige, fratello di Diviziaco, ma non voleva trattare l’argomento di fronte a troppa gente; così, si affrettò a sciogliere l’assemblea, ma trattenne Lisco. A tu per tu gli chiese delucidazioni su ciò che aveva detto durante la riunione e Lisco parlò con maggior franchezza e minor timore. Poi, segretamente, Cesare prese informazioni anche da altri e scoprì che era vero: si trattava proprio di Dumnorige, un individuo temerario, molto influente presso il popolo per la sua generosità e avido di cambiamenti. Per parecchi anni aveva ottenuto a poco prezzo l’appalto delle dogane e di tutte le altre imposte degli Edui, poiché nelle gare d’appalto nessuno osava contrastare le sue offerte. In questo modo aveva accresciuto il patrimonio familiare e si era procurato ingenti mezzi per fare delle elargizioni. Manteneva a sue spese un gran numero di cavalieri, che aveva sempre attorno a sé; godeva di molta autorità non solo in patria, ma anche tra le genti confinanti e, per aumentare la sua potenza, aveva dato in sposa sua madre a un uomo molto nobile ed influente della tribù dei Biturigi, aveva preso in moglie egli stesso una donna degli Elvezi, e aveva fatto maritare una sua sorella per parte di madre e altre sue parenti con uomini che appartenevano ad altri popoli. Per tali ragioni di parentela favoriva gli Elvezi ed era ben disposto verso di loro; nutriva anche un odio personale nei confronti di Cesare e dei Romani, perché con il loro arrivo il suo potere era diminuito e suo fratello Diviziaco aveva riacquistato la precedente posizione di popolarità e d’onore. Nel caso di una sconfitta dei Romani aveva forti speranze di ottenere il regno con l’appoggio degli Elvezi; sotto il dominio del popolo romano, invece, non solo non poteva nutrire speranze di regnare, ma neppure di mantenere l’influenza che aveva. Proseguendo nella sua indagine, Cesare venne anche a sapere che, nello sfavorevole scontro di cavalleria avvenuto pochi giorni innanzi, il primo a fuggire era stato Dumnorige con i suoi cavalieri (infatti, era lui il comandante della cavalleria che gli Edui avevano mandato di rinforzo a Cesare): la loro fuga aveva seminato il panico tra gli altri reparti.

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