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Marco Michelini | 28 aprile 2012

[19] Quibus rebus cognitis, cum ad has suspiciones certissimae res accederent, quod per fines Sequanorum Helvetios traduxisset, quod obsides inter eos dandos curasset, quod ea omnia non modo iniussu suo et civitatis sed etiam inscientibus ipsis fecisset, quod a magistratu Haeduorum accusaretur, satis esse causae arbitrabatur quare in eum aut ipse animadverteret aut civitatem animadvertere iuberet. His omnibus rebus unum repugnabat, quod Diviciaci fratris summum in populum Romanum studium, summum in se voluntatem, egregiam fidem, iustitiam, temperantiam cognoverat; nam ne eius supplicio Diviciaci animum offenderet verebatur. Itaque prius quam quicquam conaretur, Diviciacum ad se vocari iubet et, cotidianis interpretibus remotis, per C. Valerium Troucillum, principem Galliae provinciae, familiarem suum, cui summam omnium rerum fidem habebat, cum eo conloquitur; simul commonefacit quae ipso praesente in concilio [Gallorum] de Dumnorige sint dicta, et ostendit quae separatim quisque de eo apud se dixerit. Petit atque hortatur ut sine eius offensione animi vel ipse de eo causa cognita statuat vel civitatem statuere iubeat.

 

Una volta appurato tutto ciò, e poiché ai sospetti si aggiungevano dati di assoluta certezza (Dumnorige aveva fatto passare gli Elvezi attraverso i territori dei Sequani; aveva promosso lo scambio degli ostaggi tra i due popoli; aveva agito sempre senza ricevere ordini da lui o dal popolo romano, anzi a loro insaputa; era, infine, accusato dal magistrato degli Edui), Cesare giudicò che vi fossero motivi sufficienti per procedere personalmente contro Dumnorige o per invitare il suo popolo a punirlo. A tutte queste considerazioni se ne opponeva una sola: Cesare aveva conosciuto l’eccezionale devozione del fratello Diviziaco verso il popolo romano, la disposizione davvero buona nei propri confronti, la straordinaria lealtà, giustizia e moderazione. Intervenendo contro Dumnorige temeva, quindi, di offendere i sentimenti di Diviziaco. Perciò, prima di prendere qualsiasi provvedimento, convocò Diviziaco: allontanati i soliti interpreti, utilizzò per il colloquio C. Valerio Trocillo, eminente personaggio della provincia della Gallia, suo parente, nel quale riponeva la massima fiducia. Cesare iniziò subito col ricordare a Diviziaco tutto ciò che in sua presenza era stato detto su Dumnorige durante l’assemblea dei Galli e lo mise al corrente delle informazioni che ciascuno, singolarmente, gli aveva dato sul conto del fratello. Gli chiese, anzi lo esortò a non offendersi, se lui stesso, aperta un’inchiesta contro Dumnorige, avrebbe emesso un giudizio o avrebbe invitato gli Edui ad emetterlo.

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