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Marco Michelini | 19 Aprile 2017

Solo con queste parole possiamo inquadrare il “flop” delle ultime due “prime” scaligere dell’Anna Bolena e soprattutto della Gazza Ladra, andate in scena rispettivamente il 31 marzo e il 12 aprile. Nell’Anna Bolena ci sono stati fischi per regista e direttore, ed applausi convinti solo per i due protagonisti e per il Coro; mentre nella Gazza Ladra nessuno o quasi s’è salvato dai fischi e dalle “buate”, che sono iniziate subito dopo l’overture. I dissensi, ovviamente, provenivano tutti dagli spettatori del “loggione” (naturalmente non tutti gli spettatori) che da sempre si considerano (a quale titolo poi?) i cani da guardia del “bel canto”. Va detto, anzi, che gli spettatori della platea si sono parecchio infastiditi per questi dissensi, e hanno apostrofato i “loggionisti” con dei «Smettetela», «Statevene a casa!», «Non se ne può più».

Sorge dunque spontanea la domanda: chi sono i “loggionisti fischiatori”? Stando a quanto ho potuto appurare – al di là di nomi e cognomi che qualcuno ha pur voluto fare – essi sarebbero un nutrito gruppo di melomani che si raccolgono attorno ad un blog che ha nome «Corriere della Grisi» e che sarebbero sempre pronti a criticare tutto e tutti in nome del passato. Ora, che pensare male del presente sia uno statuto del mondo della lirica, come scrive sul Corriere Pierluigi Panza, è cosa sicuramente vera, ma è una verità con due facce: se è vero infatti che il “melomane tipo” preferisce ricordare piuttosto che ascoltare e guardare, va anche detto che i palcoscenici di oggi offrono spettacoli qualitativamente inferiori a quelli di ieri e – intendiamoci – non per mancanza di talenti ma per mancanza di mezzi. E comunque sia, ciò che veramente manca nel mondo della lirica di oggi sono le “prime donne”, cantanti, cioè, dotati di un tale carisma che faceva nascere attorno a loro un tifo da stadio.

È quindi alquanto superficiale liquidare questi signori, come fa Panza, con la frase di Nietzsche: «Quando la storia serve la vita passata al punto da minare la vita presente, il senso storico mummifica la vita e l’albero muore, disseccandosi a poco a poco verso la radice». Qua la storia non “serve la vita passata” e non “mummifica” neppure “la vita presente”: qua la storia diviene il rifugio di chi vede costantemente sgretolarsi un mondo in virtù dei tagli al bilancio. Anch’io sono uno di quelli che – a fronte di un panorama lirico tutto sommato piatto (che comunque non deve assolutamente intendersi privo di valore) – preferisco rifugiarmi nel ricordo di quegli spettacoli eccezionali che hanno indelebilmente segnato la mia vita. L’arte del resto, e in modo particolare il teatro, come scrive Wilde, ci permette di scoprire in noi qualcosa di profondamente intimo e speciale: «Ci sediamo a teatro con la donna che amiamo, o ascoltiamo musica in un giardino di Oxford, o passeggiamo con il nostro amico attraverso le fresche gallerie Vaticane a Roma, e d’improvviso ci accorgiamo di passioni che mai avevamo sognato, di pensieri che ci fanno paura, di piaceri di cui c’è stato negato il segreto, di dolori rimasti nascosti alle nostre lacrime.»

È anche vero, però, che i melomani del «Corriere della Grisi» risultano veramente ridicoli quando pretendono di criticare uno spettacolo d’oggi usando termini di paragone che non solo non esistono più, ma che loro conoscono solo per sentito dire. È quanto accade, ad esempio, nel post La Gazza alla Scala vola basso, dove Rosa Feola – interprete scaligera di Ninetta – viene aspramente criticata perché le mancherebbe «un timbro morbido e rotondo nella zona centrale della voce», e messa a confronto con grandi interpreti del passato quali Giuseppina Strepponi, seconda moglie di Giuseppe Verdi, morta ad 82 anni nel 1897; Maria Malibran, morta a 28 anni nel 1836; Giuditta Pasta, morta nel 1865 a 67 anni; Giulia e Giuditta Grisi, morta la prima nel 1869 a 58 anni e la seconda nel 1840 a 34 anni; ed altre ancora, ch’è superfluo (perché noioso) elencare. Che ne sa l’autore del post delle voci di queste grandi artiste tutte defunte prima del 1900? Come fa a sapere se avevano quel «timbro morbido e rotondo nella zona centrale della voce» che lui reputa così necessario alle interpreti di Ninetta? L’avrà letto sulle critiche dei giornali dell’epoca, voi mi direte. Sicuramente, rispondo io, ma su quegli stessi giornali c’erano, ad esempio, anche critici che rimproveravano alla Malibran (che aveva un’estensione vocale di oltre tre ottave) alcuni suoni centrali velati e occasionali durezze nel settore acuto.

Io non ho sentito la “prima” in diretta alla radio della Gazza Ladra, ho visto la rappresentazione in diretta televisiva su RAI 5. A quanto ho saputo, rispetto alla “prima”, Chailly ha in parte modificato la sua direzione, alleggerendo l’orchestra e scegliendo tempi meno rigidi e ciò forse ha fatto sì che i fischi non scattassero. Ad ogni modo a me lo spettacolo non è dispiaciuto. A Chailly posso rimproverare al massimo ciò che gli rimproveravo quando era a Bologna: essere troppo prevedibile e accademico. La regia di Salvatores la definirei “sanza infamia e sanza lodo”, anche se concordo con il «Corriere della Grisi» che si poteva limitare un poco di più la presenza dell’acrobata-gazza sulla scena. Mentre per ciò che riguarda il cast e le singole interpretazioni direi che siano state tutte sufficientemente dignitose, persino quella della signora Serena Malfi, tanto criticata nel post sul «Corriere della Grisi», che – a mio parere – non ha assolutamente una voce così «dura, piccola, ingolata, corta, praticamente inesistente» come le è stato imputato. In poche parole, io non avrei mai fischiato. Anzi, io non ho mai fischiato a prescindere. Tante volte mi è capitato di assistere a spettacoli che consideravo al di sotto del minimo sindacale se non addirittura indecenti, ma non ho mai fischiato: più semplicemente me ne andavo alla fine del primo atto; in tal modo manifestavo il mio dissenso, ma lasciavo anche a coloro che dissentivano dal mio giudizio il piacere di godersi in pace lo spettacolo fino alla fine. Dissentire è un cosa, fischiare ed essere maleducati tutt’altra.

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