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Marco Michelini | 30 ottobre 2018

Linea Biografica

Le notizie sulla vita di Tommaso Guardati, comunemente detto Masuccio Salernitano, sono alquanto scarse.

Nacque a Sorrento o più probabilmente a Salerno[1] attorno al 1410[2], da Margherita Mariconda e Loise Guardati, che apparteneva alla nobile famiglia titolata fin dal 1181 del feudo di Torricella, presso punta Campanella nel golfo di Salerno. Sta di fatto, comunque, che Tommaso trascorse la sua infanzia e la sua giovinezza a Salerno, iniziandovi i primi studi, che non furono però mai né regolari né approfonditi, anche se è certo che dovette avere una qualche conoscenza della lingua latina. Da Salerno passò poi a Napoli dove si impiegò nella corte aragonese, pur senza ricoprire una carica precisa.

A Napoli, grazie all’impulso della nuova dinastia aragonese, al clima stagnante dell’età angioina era subentrato un appassionato fervore di arte. La città si era aperta allora agli influssi di quel moto umanistico che già da tempo si era diffuso nell’Italia centro‑settentrionale e la corte si andava trasformando in uno splendido ambiente culturale. Vi fiorivano così, in progresso di tempo, scrittori eminenti quali il Panormita, il Pontano, il Sannazaro. In questo ambiente raffinato Masuccio acquisterà una certa stima, venendo a contatto di umanisti illustri, di uomini politici e cortigiani, uno dei quali – Boffillo del Giudice[3] – lo stimolerà a comporre novelle. Masuccio, tuttavia, ormai non più giovanissimo, coglieva di questa nuova cultura soltanto una lontana e indiretta eco, rimanendo sempre ancorato al gusto linguistico dialettale e a un mondo piuttosto basso e plebeo, sebbene arricchito da una vivace esperienza umana.

Frattanto nel 1440, o poco dopo, aveva sposato la nobile Cristina de Pandis, nativa di Manfredonia, dalla quale ebbe cinque figli; e nel 1463 si trasferì di nuovo a Salerno come segretario del principe Roberto Sanseverino[4], addetto alla stesura degli atti ufficiali di corte, servendo il suo nuovo signore con fedeltà e affetto. Spentosi nel 1474 il Sanseverino, Masuccio non ebbe rinnovato l’incarico. Morì nel 1475 mentre stava attendendo alla sistemazione definitiva del Novellino (che venne pubblicato l’anno seguente dal Del Tuppo[5]).


Il Novellino

Il Novellino è una raccolta strutturalmente complessa di cinquanta novelle ripartite in cinque gruppi di dieci, – «che pur non essendo organizzate come giornate, sembrano voler dar vita a una sorta di piccolo dimezzato Decameron, con un gesto insieme di devozione e di riverenza nei confronti del grande modello»[6] –, preceduti da un prologo e dedicati a cinque argomenti: gli inganni (per lo più amorosi) e le perfidie del clero corrotto; le beffe di donne e amanti a danno dei mariti gelosi; la corruzione, i difetti e la malvagità femminile; novelle di argomenti “lacrimevoli e mesti” mescolate con altre di argomenti “piacevoli e faceti”; atti di magnificenza e di virtù dei principi. L’opera si apre con un proemio, che è anche una dedica ad Ippolita Sforza d’Aragona[7], e si conclude con un congedo, nel quale l’autore si difende in anticipo dalle critiche di cui l’opera (specialmente per le sue polemiche anticlericali) sarà fatta oggetto.

Ogni novella viene indirizzata, con un esordio che sovente assume il carattere di una epistola, ad una alto esponente della società napoletana, tra i quali figurano membri della famiglia reale, poeti e umanisti, nobili e nobildonne, illustri stranieri residenti a Napoli, non solo con l’intento – come dice Masuccio stesso – di “scolpire” con “perpetua Memoria” il nomi di queste persone, ma anche di ottenere, citandoli, maggiore  prestigio per sé e per la propria opera. Va comunque detto che, in più di un’occasione, tra il dedicatario della novella e l’argomento della stessa sembra sussistere un ben preciso rapporto. «La struttura narrativa generale si traduce in effetti in una lunga e continuata conversazione di Masuccio con il suo pubblico, un pubblico rigorosamente selezionato secondo un criterio di disponibilità ad ascoltare, senza remore e pregiudizi, racconti sugli aspetti più inediti e inauditi della realtà umana. Come rivela l’apologo narrato nel Prologo della raccolta, e come rivelano altresì alcuni ammiccanti riferimenti disseminati nel libro, Masuccio sembra voler sottolineare il carattere circoscritto ed elitario della sua opera. Ben consapevole delle particolarità, e soprattutto della singolarità, del suo testo, lo scrittore sa che esso non può essere indifferentemente diffuso, ma oculatamente indirizzato. In effetti ai dedicatari delle singole novelle, rigorosamente selezionati ma anche precisamente nominati, è affidato un ruolo nell’ambito della operazione narrativa: a questo pubblico interno, in un certo senso partecipe e corresponsabile, viene richiesta una mediazione tra lo scrittore e un insieme più vasto di lettori. Questi selezionati interpreti sono i depositari primari del testo e ne indirizzano l’operazione di lettura, decodificando sulla base di un sistema di valori e di un codice ben preciso, se non univoco, una scrittura a loro ben chiara, che in alcuni punti sembra voler funzionare a corto circuito con specifiche allusioni e maliziosi rimandi»[8].

«La struttura del Novellino obbedisce alla volontà (programmatica nella quarta decade, ma operante in tutto il libro ed esplicitata anche nel prologo della prima decade) di assicurare l’alternanza di materia “piacevole” e materia “lacrimevole”, di novelle comiche e novelle tragiche, allo scopo sia di garantire ai lettori quel “diletto” che Masuccio indica come uno dei principali fini del volume, sia di rappresentare la continua mutevolezza e la contraddittoria varietà dei casi umani. A questa alternanza si conforma anche la successione delle prime tre decadi (la prima e la terza hanno infatti carattere “fiero e acerbo” – essendo occupate dalla polemica rispettivamente contro i religiosi e contro le donne – la seconda ospita novelle “comiche” e facete); mentre la conclusione del volume su un registro “nobile” e “alto” – la quinta decade, sull’esempio della decima giornata del Decameron, illustra casi di “singulare vertù” e di magnificenza dei principi – introduce nel libro un movimento “ascensionale” (dalla turpitudine morale alla nobiltà d’animo) che, pure desunto dal modello boccacciano, è direttamente funzionale al fondamentale intento moralistico dell’opera.

Questo intento traspare con chiarezza nel Novellino; da esso deriva non solo la particolare struttura delle novelle (concluse sempre, come già abbiamo detto, da una “morale” pronunciata dall’autore in persona), ma anche lo scrupolo con cui Masuccio presenta le novelle stesse, onde accrescerne il valore di exempla, come “istorie negli nostri moderni tempi travenute” e “da persone de grandissima autorità per istorie, in contando, approvate” (donde l’abbondanza di precisazioni geografiche e cronologiche e il realismo degli sfondi storici). La scelta del termine “istorie”, fra l’altro, è significativa, giacché nel compierla Masuccio ha probabilmente tenuto presente quanto scrive Boccaccio nel proemio del Decameron, distinguendo tra “novelle”, “favole”, “parabole” e, appunto, “istorie”»[9].

Ma, pur riprendendo dal Decameron una certa struttura esteriore e talune sostenutezze di stile, Masuccio rimane lontanissimo dal Boccaccio sia per i suoi toni polemici e pessimistici, sia per una più violenta, disperata aderenza alla realtà, sia per una sorta di rabbiosa tensione che si insinua talvolta anche nelle novelle di carattere esclusivamente comico: gli manca, insomma, il sorriso aperto e sereno nelle novelle comiche, e in quelle tragiche la partecipazione umana e patetica alle vicende dei suoi personaggi. Alla base del Novellino, del resto, vi sono il forte anticlericalismo e la misoginia di Masuccio: i frati corrotti ed ipocriti e le mogli traditrici, si ritrovano ad essere rappresentati quasi come macchine del sesso, che mirano non al raggiungimento del vero godimento d’amore, bensì a placare le loro lussuriose voglie. La razionalità, il pudore, il buon senso viene messo da parte e il tutto si riduce al gretto atto sessuale. In questo mondo senza luce di bene, dove l’amore è motivo di truffa e possesso animale, e la religione strumento d’inganno utilitaristico, Masuccio vorrebbe portare il peso di una sua presunta forza morale, ma il moralismo con cui l’autore, nella premessa e nella conclusione di ogni novella, cerca continuamente di giustificare questo suo atteggiamento polemico contro donne e frati, non nasce da un’esigenza propriamente morale, bensì da una situazione sentimentale che è il frutto inacerbito delle contraddizioni di Masuccio stesso.

«Il predominante interesse moralistico e didascalico spiega anche il distacco umano con cui nella maggior parte dei casi Masuccio guarda alle vicende narrate, non curandosi dell’indagine psicologica ma ponendo in risalto il concatenarsi “fatale” degli avvenimenti, che riscuote tutta l’attenzione dell’autore non solo perché da esso deve scaturire l’insegnamento morale ed edificante, ma anche in quanto prodotto e simbolo del non arginabile strapotere dell’imprevedibile Fortuna che guida il corso degli eventi al di sopra di ogni possibilità di controllo da parte dell’uomo»[10].

A Masuccio, completamente sfornito di un qualsivoglia sostegno ideologico, manca quel mondo più vasto e complesso, quella spiritualità coerente che è necessaria per collocarsi su un piano di sufficiente distacco da cui giudicare e condannare. Deriva allora da questa illusoria posizione moralistica una stremata tensione psicologica, una sorta di furore più o meno represso che tende a insinuarsi spesso in forme scomposte e violente; per cui la novella (anche quando vorrebbe situarsi unicamente nell’ambito del comico), sfugge, per così dire, alle mani dell’autore, e il comico diviene grottesco, il patetico volge al tragico, il tragico si traduce nell’orrido.

« Quello che veramente sembra interessare, o comunque mettere in moto, la fantasia di Masuccio sono gli aspetti più strani, abnormi e inediti della realtà umana. In particolare le novelle tragiche si risolvono in una spirale fatale di eventi sempre più funesti e drammatici che avviluppano i personaggi fino a un triste e inesorabile destino di morte. In questa ferrea catena di avvenimenti lo sguardo del narratore, non raramente, si sofferma su particolari orridi e terribili in un’evidente ricerca di effetti impressionanti. D’altro canto nelle novelle comiche la tendenza all’esasperazione dei caratteri fa sì che da esse promani non un sorriso aperto e sereno, ma piuttosto un ghigno aspro, duro e aggressivo: Masuccio privilegia rimarcare lo scarto tra vincitori e vinti insistendo sullo squilibrio, la deformità e la sproporzione in modo da ottenere effetti grotteschi»[11].

I protagonisti delle novelle di Masuccio, più che uomini, sono spesso maschere disumanizzate, talvolta quasi burattini di un ideale teatro dei mimi che scattano, come per un meccanico ritmo, a rappresentare la loro mimica paradossale e convulsa in una stremata impotenza ad aderire al senso più vero della vita. Anche nelle novelle più distesamente comiche non i personaggi vi emergono, ma (come già osservò il Fubini[12]) una comicità ambigua che nasce dall’anormalità dell’intreccio e della sua conclusione; dal compiaciuto rovesciamento di quei valori che dovrebbero costituire la regolarità di una presunta logica degli eventi. Il riso dell’autore non è mai adesione piena e incondizionata per una felicità naturale che si realizzi nel piacere dei sensi, nel gusto puro di una beffa come soddisfazione artistica e intellettuale: è interessamento curioso per una realtà insolita e deformata, che solo si placa nella descrizione oggettiva di un racconto quasi posto come exemplum ideale di bizzarria, di assurdità, di stravolgimento. La tensione insita in questa tendenza al comico è avvertibile nel ritmo stesso della narrazione precipitante verso la sua conclusione senza soste o indugi, quasi avesse lo scopo di pervenire implacabilmente a una sorta di dimostrazione aprioristicamente segnata; è percepibile nella strematezza di uno stile che corre inesorabile alla descrizione dell’evento.

Questa tensione psicologica che sorge da uno pseudo-moralismo, conduce nei momenti più alti (come s’è già detto) all’esito del grottesco, in cui, analogamente al Pulci (ma senza quei vaghi e velleitari intenti intellettualistici che, impliciti nell’autore del Morgante, ne stemprano la carica intima e viscerale, sollevandola sul piano di un maggior distacco fantastico), si esprime un senso di malcelata impotenza vitale a reagire contro una realtà percepita come difforme e aberrante. Ora il grottesco è, in genere, l’atteggiamento del plebeo che vuol ridere della vita e tuttavia porta un forte senso del dramma umano; è l’aspirazione insoddisfatta e impotente a stemprare nel comico il sentimento tragico dell’esistenza: di questa posizione ambivalente nei confronti della realtà egli non sa capacitarsi, perché è privo di un’adeguata consapevolezza critica che valga a mediare gli opposti dell’antitesi, conciliandoli alla luce di quel superiore distacco spirituale e morale che nasce dal possesso di una cultura più vasta e coerente. Ne deriva perciò un sentimento della vita come sfogo, tensione, esasperazione che esplode e si proietta all’esterno in un giuoco ambiguo di linee, colori, maschere sconvolte e stravolte, perché la vita, nella visione grottesca, si è trasformata in un qualcosa di inspiegabile e assurdo, in un qualcosa di non più dominabile, psicologicamente contraddittorio nella scissione dei due termini antitetici – il comico e il tragico – sintetizzabili solo nei segni esteriori e indecifrati di una realtà sentimentale che permane ideologicamente incomprensibile. Nasce da ciò un senso disperato e disumano dell’impotenza: il grottesco è la poesia dell’impotenza.

La lingua di Masuccio per quanto scomposta e irregolare, scarsamente filtrata alla luce del gusto umanistico e tutta permeata di napoletanismi, è comunque una lingua estremamente vivace. Del resto, la prosa letteraria napoletana, non raggiunge, a differenza della poesia, una completa aderenza al modello linguistico toscano se non con l’opera del Sannazzaro. E ciò è in parte dovuto sia all’assenza di una tradizione narrativa meridionale, sia alla preminenza della cultura umanistica che si muove su un terreno che non ammette contatti con la prosa volgare. Dal punto di vista linguistico, dunque, Masuccio «pur incrementando i tratti toscani e soprattutto boccacciani, si muove pur sempre nell’ambito del “napoletano illustre”, conservando alla sua prosa un colorito dialettale di fondo che talvolta, nelle novelle di genere “comico”, viene volutamente accentuato a fini espressivi, con l’introduzione – non certo preterintenzionale, ma anzi sapientemente calcolata – di vocaboli o costrutti popolareschi (sempre peraltro graficamente “normalizzati”). Sul piano dello stile, la non perfetta assimilazione dei modelli toscani si traduce nella riduzione della prosa boccacciana a due registri fondamentali e contrapposti: quello solenne e drammatico e quello vivacemente “comico”, alternati senza sfumature e senza preoccupazioni di omogeneità stilistica. E se il registro “comico” detta a Masuccio le pagine più fresche e più ricche di inventiva (grazie soprattutto alla presenza dell’elemento dialettale), quello “tragico” – prevalente nel Novellino – risulta spesso gravato da un sovraccarico di severa solennità (che porta Masuccio alla costruzione di ampi quanto faticosi periodi ipotattici, nell’esasperazione del tono “alto” boccacciano) e da un gusto marcato per quegli aspetti truculenti e grotteschi ben presenti nel Decameron e nella tradizione novellistica, ma qui pesantemente accentuati a scopo insieme di esemplarità morale e di avvincente intrattenimento. Nelle prove “tragiche” (e in particolare nelle novelle che, come quelle ospitate nella IV giornata del Decameron, trattano di amori dall’infelice fine) Masuccio, comunque, raggiunge non di rado esiti di assoluto rilievo per sostenutezza di stile ed efficacia drammatica; e ciò non tanto nei momenti risolutivi della vicenda – talora gravati da un eccessivo compiacimento per l’orrido – quanto piuttosto nelle situazioni che preparano e precedono il funesto precipitare conclusivo degli eventi»[13].

*** NOTE ***

[1] Il Pontano, in un celebre epitaffio, affermò che Masuccio era nato e deceduto nella stessa città.

[2] Come ricorda egli stesso nel Novellino.

[3] Originario di Amalfi, figlio del nobile Tommaso e di Giovannella Capece, fu uomo politico e militare. Dapprima paggio di Alfonso d’Aragona, si schierò poi a fianco di Giovanni d’Angiò, che voleva impadronirsi del Regno di Napoli (1458-62). Fallito il tentativo, seguì Giovanni d’Angiò in Provenza, poi in Catalogna. Nel 1473 passò al servizio del re di Francia Luigi XI, come consigliere e ciambellano. Nel 1475 venne nominato luogotenente del governatore della Cerdaña e del Rossiglione, di cui divenne viceré cinque anni dopo.Morto Luigi XI, perse il titolo di viceré e la sua influenza a corte, tanto che nel 1488 e nel 1492 cercò invano di diventare capitano generale presso la Repubblica di Venezia. Morì a Roquecourbe il 10 o l’11 agosto 1502.

[4] Roberto Sanseverino (1430 circa – 2 dicembre 1474), figlio di Giovanni, IX conte di Marsico, e di Giovanna Sanseverino, fu il primo ad assumere il titolo di principe di Salerno, dal 1463. Gli anni del suo governo rappresentarono per la città un periodo di pace che consentì finalmente la bonifica di terre incolte e paludose nei dintorni cittadini, lo sviluppo di allevamenti di bestiame, della produzione di grano e anche la coltivazione dei gelsi per i bachi da seta. Nacquero in quegli anni i primi Monti di Pietà ed altre Opere Pie, come il Conservatorio Ave Gratia Plena, l’Ospedale di San Giovanni di Dio e l’orfanatrofio di San Ferdinando.

[5] Francesco Del Tuppo (Napoli, 1443 circa – Napoli, dopo il 1498), letterato e tipografo italiano, esordì nell’arte della stampa nel 1474 presso lo stampatore tedesco Sisto Riessinger (trasferitosi da alcuni anni da Roma), in veste di correttore del testo e di parziale finanziatore delle spese, con un’opera di Antonio D’Alessandro, di cui Del Tuppo aveva seguito le lezioni nello studio napoletano nel 1473. Quando Riessinger nel 1478 se ne tornò a Roma, Del Tuppo divenne direttore della tipografia. Del Tuppo fu il più prolifico degli editori e stampatori attivi a Napoli nel XV secolo. Ci restano di lui cinquantanove edizioni in gran parte firmate, venti delle quali sono di testi volgari.

[6] Mario Martelli, Quattrocento latino e volgare, in Storia generale della letteratura italiana, a cura di Nino Borsellino e Walter Pedullà, Federico Motta Editore, Milano, 2004, pag. 115.

[7] Ippolita Maria Sforza (Pesaro, 18 aprile 1445 – Napoli, 19 agosto 1488) era figlia di Francesco I Sforza e di Bianca Maria Visconti; nel 1465 sposò Alfonso d’Aragona Duca di Calabria ed erede al trono di Napoli, ma morì prima che suo marito diventasse re (1494) col nome di Afonso II.

[8] Donato Pirovano, Modi narrativi e stile del «Novellino» di Masuccio Salernitano, Firenze, La Nuova Italia, 1996, pag. 248.

[9] Mario Martelli, op. cit., pag. 116-117.

[10] Mario Martelli, op. cit., pag. 117.

[11] Donato Pirovano, op. cit, pag. 247.

[12] M. Fubini, L’arte di Masuccio Salernitano, in Studi sulla letteratura del Rinascimento, Firenze, Sansoni, 1971, pag. 50-65.

[13] Mario Martelli, op. cit., pag. 118.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL QUATTROCENTO»

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