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Marco Michelini | 12 marzo 2019

Giovanni Dominici

Giovanni Banchini, detto Dominici, nacque a Firenze nel 1356 da Domenico di Banchino, commerciante di sete, e dalla nobildonna veneziana Paola Zorzi. Il padre morì prima che Giovanni venisse alla luce e la madre lo allevò cristianamente e, forse verso i quindici anni, lo inviò a Venezia a fare pratica di mercatura. A diciassette anni, tuttavia, Giovanni entrò nell’Ordine Domenicano, a Firenze, nel Convento di S. Maria Novella.

Completati gli studi teologici a Parigi, nel 1380 fu ordinato sacerdote iniziando la sua ascesa nell’Ordine: 1381 era sottopriore in S. Maria Novella, e nel biennio dal 1385 al 1387 tenne la carica di priore. Come egli stesso ci narra, in quegli stessi avrebbe ottenuto, per miracolosa intercessione di Santa Caterina, la grazia della parola, per cui – sentendo il desiderio di predicare – si segnalò ben presto con i suoi discorsi in quella cerchia di religiosi che chiamavano a penitenza le masse. Nel 1388 si trasferì a Venezia dove, per dodici anni, svolse attività di docente e di predicatore, impegnandosi in un lavoro pastorale che riscosse vivi consensi presso i fedeli e la gerarchia ecclesiastica.

Nel 1393 fu nominato vicario generale dei conventi riformati d’Italia, ma, nonostante gli impegni derivanti da questo incarico, continuò la sua predicazione nelle chiese di Venezia, insistendo sui temi nuziali e sapienziali dell’Antico e del Nuovo Testamento e illustrando esempi tratti dalle Vitae dei santi. Il frutto delle sue predicazioni veniva poi ampliato nei contatti privati, nella direzione spirituale, nelle confessioni. Bene accolto nelle case dei nobili, divenne intimo del doge e spinse alla conversione numerosi patrizi.

Nel 1394 fondò la congregazione delle monache del Corpus Christi, alla quale aderirono numerose nobildonne veneziane ed anche sua madre. Fu quello, per Giovanni, un periodo di intenso successo apostolico, che lo vide anche assistere coraggiosamente i contagiati dalla peste che infuriò a Venezia nel 1397‑1398. Questo crescente prestigio, tuttavia, allarmò il governo della Serenissima suscitandogli contro fiere opposizioni.

Le cose precipitarono nell’estate del 1399 con l’arrivo delle processioni dei Bianchi, un movimento fanatico di espiazione e di penitenza collettiva osteggiato in tutta la penisola. La Serenissima aveva diffidato chiunque dall’introdurre i Bianchi in città, ma Giovanni non si lasciò intimorire: entusiasta di questo movimento in cui vedeva realizzarsi i segni dell’ultima età, quella dell’espiazione, organizzò ugualmente, con nobili e popolo di Venezia, una processione che il 18 settembre si snodò, in veste bianca, tra canti di penitenza, per le calli della città. La guardia dei Dieci disperse la processione con violenze e ferimenti; la notte stessa Giovanni fu confinato a domicilio e, tre giorni dopo, riconosciuto colpevole, nonostante la difesa di alcuni amici, venne condannato al bando da Venezia per cinque anni.

Con profonda amarezza, Giovanni lasciò Venezia e si diresse dapprima Città di Castello, ove si prodigò per assistere i confratelli colpiti dalla peste, e poi a Firenze, dove fu fatto vicario in Santa Maria Novella e diede inizio a una intensa predicazione cittadina con grande successo tra i fedeli, per l’immediata aderenza dei suoi temi oratori alle esigenze della società fiorentina di quegli anni. Contemporaneamente egli continuava a costruire l’edificio della riforma e, con un gruppo di confratelli devoti che, come già a Venezia, gli era cresciuto attorno, rilanciò l’osservanza regolare nel convento di S. Domenico, da lui stesso fondato a Fiesole nel 1405-1406.

Inviato a Roma come ambasciatore di Firenze alla fine del 1406, durante lo scisma d’Occidente, entrò nelle grazie di Papa Gregorio XII, che lo scelse come suo confessore e consigliere. Nel 1407, inoltre, lo nominò arcivescovo di Ragusa di Dalmazia, nel 1408 lo creò cardinale, con il titolo di cardinale presbitero di San Sisto, e lo inviò a Costanza nel 1414 quale suo rappresentante al Concilio. Per mettere fine allo scisma, Giovanni consigliò a Gregorio XII di ritirarsi e annunciò al Concilio di Costanza le dimissioni volontarie del Papa.

Nel 1418 Papa Martino V lo mandò in qualità di legato in Boemia e Ungheria per domare l’eresia hussita[1], ma ottenne scarsi risultati a causa dell’inerzia del sovrano. Si ritirò allora a Buda, lasciando anche cadere, sebbene gli fosse proposto, l’incarico di una legazione in Grecia per favorire un ritorno degli scismatici nell’unità romana, e consumò nella solitudine e nella carità per i poveri gli ultimi mesi della sua vita. Si spense il 10 giugno 1419 e fu canonizzato dalla Chiesa nel 1832.

Predicatore infaticabile, fondatore di conventi, scrittore di trattati mistici, zelantissimo uomo di fede, fu accusato da Poggio Bracciolini di aver cercato di favorire la propria posizione mediante intrighi presso il papa. Ed in effetti la figura di Giovanni Dminici ha subìto nella storiografia una valutazione contrastante, ma prevalentemente negativa: un asceta negatore dell’umano, astratto tomista in sede di pensiero, educatore di anguste vedute, nemico della cultura classica e di quella nuova visione del mondo che si andava propagando attraverso l’Umanesimo. Ma pur ammettendo la validità almeno parziale di questi giudizi, bisogna riconoscere anche che la figura del Dominici, nella sua unità di vita e di pensiero, si mostra assai più ricca e complessa: quella di un uomo, cioè, che fu “medievale” nello stile, ma talmente inserito nel proprio tempo da esserne il giudice e l’anima inquieta.

Nel suo Libro d’amor di carità, scritto durante il periodo veneziano, troviamo l’uomo che si abbandona, inebriato d’amore, al commento – senza asprezze violente o polemiche – di un famoso passo di San Paolo ai Corinzi, ove la critica ai vizi del suo tempo è solo un momento – per nulla arcigno e raramente indignato – del suo sentire. Egli riesce anche ad essere felice e costruttivo laddove, con una prosa ricca e lontana dalla piatta casistica morale, spiega come costruire in sé e riconoscere negli altri la virtù della carità. Ma dopo il bando da Venezia, i suoi scritti riflettono, nel loro pessimismo accentuato, un bisogno di rapido successo che li fa scadere dagli orizzonti della grande meditazione spirituale per invischiarli nel moralismo spicciolo o in proteste violente.

Di questo mutato atteggiamento risente la sua opera in volgare più importante, Regola del governo di cura familiare, scritta tra il 1401 e il 1403 in quattro libri con un linguaggio vivace e popolare, per confortare la nobildonna Bartolomea degli Obizzi, rimasta “quasi vedova” e con quattro figli dopo il bando del marito da Firenze. In quest’opera il Dominici individua nella rinascita della famiglia l’ancora di salvezza per la società del suo tempo e illustra quali siano i compiti che una pia e devota madre deve assolvere circa la propria anima, il proprio corpo, i beni temporali e l’educazione dei figli.

Antiumanista per eccellenza, tutto chiuso nella visione statica di una religiosità intesa come devozione rigo­rosa e ossequio gerarchico, scrisse a più riprese contro la nuova cultura degli uma­nisti. Celebre soprattutto la sua polemica contro la poesia: a Coluccio Salutati che aveva esaltato il valore della poesia e della cultura classica, visti in armonia col pensiero cristiano, il Dominici rispose con la sua opera Lucula noctis (1405) per condannare i pericoli insiti in ogni forma di cultura non religiosa. Dopo aver riassunto in dodici capitoli le tesi di Coluccio, le demolì nei restanti trentacinque, respingendone l’impostazione volontaristica e la fiducia in una fruttuosa o perlomeno non nociva convivenza tra fede e cultura. Ma anche tutto questo che può apparire come la condanna sommaria della classicità da parte di un frate ottusamente sconfinante su un terreno che non gli compete, deve essere inteso come riflesso esacerbato di un giudizio pessimistico sul proprio tempo: in altre epoche – argomenta il Dominici – era stato possibile leggere gli scrittori pagani poiché c’era maggiore santità; ma ciò non era più possibile nella sua epoca. E con questo egli diceva implicitamente che solo la rinascita religiosa era la garanzia per recuperare il valore strumentale e non assoluto della cultura e della civiltà umana.

Numerose e interessanti le lettere che egli scrisse per lo più alle monache del Corpo di Cristo, in cui apre le più gelose confidenze del cuore. Veramente bella è la laude Dì, Maria dolce, con quanto disio, che viene attribuita al Dominici, in cui viene espresso un delicato ed affettuoso sentimento per l’infanzia del bambino Gesù e per la maternità umanissima della Vergine Maria.


San Bernardino da Siena

Bernardino nacque l’8 settembre 1380 a Massa Marittima (Grosseto), da Tollo (Albertollo)[2] di Dino di Bando, della nobile famiglia senese degli Albizzeschi, e da Nera (Raniera) di Bindo, della nobile famiglia degli Avveduti di Massa Marittima.

Rimase orfano dei genitori assai presto (a tre anni perse la madre e a sei il padre) e perciò venne accolto nella casa della zia Diana, sempre a Massa Marittima, dalla quale venne allevato con ogni affetto. Rimase con la zia a Massa marittima fino al 1391, allorché lo zio paterno, Cristoforo degli Albizzeschi, che non aveva figli, lo accolse a Siena in casa propria, allevandolo come fosse suo e mandandolo per due anni alla scuola di Maestro Martino di Ferro, notaio di Casole, e poi a quella dei maestri Onofrio di Loro e Giovanni di Spoleto[3], ove apprese le arti dei trivio; frequentò anche l’università, seguendo corsi di diritto canonico per tre anni, ma non conseguì alcun dottorato.

Verso i 18 anni, pur seguitando a vivere come i coetanei, entrò nella Confraternita dei Disciplinati di Santa Maria della Scala, una compagnia di giovani flagellanti, che teneva riunioni a mezzanotte nei sotterranei del grande ospedale posto di fronte al Duomo di Siena, di cui risulta consigliere per i mesi di dicembre 1400 e gennaio-febbraio 1401. Aveva 20 anni quando Siena nel 1400 fu colpita dalla peste, e Bernardino, con altri dodici compagni, curò per quattro mesi gli infermi, nonostante l’infuriare dell’epidemia.

Nel 1402 entrò come novizio nel Convento di San Francesco a Siena e poco dopo aderì all’Osservanza[4]: non essendovene però alcun convento in Siena, si trasferì al monastero del Colombaio sull’Amiata, praticando una vita di durissimo ascetismo. Un anno dopo, nel 1403, Bernardino la sua professione religiosa, e l’anno successivo celebrò la sua prima messa. Nel monastero del Colombaio restò poi fino al 1405, approfondendo gli studi teologici e preparandosi all’attività pastorale ed alla predicazione. Naturalmente non è logico pensare che si sia conclusa in questi pochissimi anni tutta la vastissima esperienza culturale di Bernardino che va, come si ricava dalle sue opere, dai Padri della Chiesa fino a scrittori ecclesiastici del suo secolo; ma certamente negli anni di vita al Colombaio egli dovette iniziare quella sistematica lettura dei più grandi maestri francescani, di cui – nelle sue prediche – ci resta precisa ed eloquente testimonianza nelle ampie scelte di passi delle sacre scritture.

Sempre nel 1405 Bernardino inizia la sua predicazione parlando la prima volta a Seggiano, presso il suo convento, e poi all’Alberino, nelle immediate vicinanze di Siena, una località particolarmente significativa per i francescani del luogo, giacché il nome deriva appunto da un leccio, piantatovi, secondo la tradizione, dallo stesso San Francesco. Tenne poi una terza predica a Siena il 12 giugno 1406, facendo il panegirico di Sant’Onofrio. Successivamente, attorno al 1408, predicò a Ferrara, a Pavia (1410) e a Padova (1413).

Nel 1415[5] divenne vicario in Toscana “de’ poveri frati di santo Francesco” e si trasferì a Fiesole, dando un forte impulso alla riforma in atto nell’Ordine Francescano, con un atteggiamento – che egli manterrà durante tutto l’arco della sua vita – che si può definire conciliante nei confronti della parte più ricca e potente dell’ordine (i così detti conventuali), ma senza mai venire meno al proprio ideale di vita religiosa, e sempre nella più assoluta e totale obbedienza ai superiori. E fu proprio questa apertura fraterna di Bernardino, questa sua lealtà umile, questa sua esemplarità priva d’ogni ostentazione che poté assicurare all’Osservanza sempre più vasti consensi.

Sempre in quegli anni iniziò anche la sua straordinaria opera di predicazione per le città italiane, dove si verificava un grande afflusso di fedeli che faceva riempire le piazze: tutta la cittadinanza partecipava con le autorità in testa, e i fedeli affluivano anche dai paesi vicini per ascoltarlo. Nel 1416, per la seconda volta, predicò a Padova, poi a Mantova, a Ferrara (durante la peste del 1417) e a Genova per le prediche dell’Avvento nella chiesa di S. Francesco. Il successo della sua attività di predicatore portò Bernardino in tutta l’Italia del nord e del centro; a Milano, per la prima volta, mostrò ai fedeli la tavoletta del trigramma, da lui stesso inventata e disegnata, che consiste in un sole raggiante in campo azzurro, con sopra le lettere IHS, che sono le prime tre del nome Gesù in greco[6]. Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato; il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità. Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti cioè i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini; la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine; il celeste dello sfondo è simbolo della fede, l’oro dell’amore. Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce (in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H). Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania: 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti. Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.

Divenuto «vichario in Toscana de’ poveri frati di santo Francesco» (cioè dell’Osservanza), Bernardino mantenne tuttavia il suo ruolo di predicatore e fu quindi in Lombardia per portare la sua parola a Brescia nel 1421 e poi, nel 1422, a Venezia in primavera, a Bergamo in giugno ove fonda il convento e la chiesa di S. Maria delle Grazie, e poi nell’inverno a Verona, passando poi, per la Quaresima, a Padova, ove restò fino all’aprile del 1423, e recandosi infine a Vicenza ove predicò fino al luglio. In un lungo giro di missione nel Veneto, parlò, tra l’altro a Belluno, anche qui riuscendo ad ottenere una pacificazione generale. Nel 1423 fu a Bologna e tra il 1424 e il 1425 fu in Toscana, a Firenze, ove parlò in S. Croce, a Prato, a Lucca, a Volterra ed a Siena, predicandovi tra l’aprile ed il giugno del 1425. Si recò poi ad Assisi, Todi (febbraio 1426), e Viterbo (Quaresima dello stesso anno).

È sempre del 1426 la prima accusa di eresia: a tale accusa non erano estranei né motivi personali, né contrasti di prestigio fra gli Ordini religiosi (Agostiniani e Domenicani), né il trigramma che Bernardino al termine delle prediche diceva al pubblico di baciare. Bernardino prese molto seriamente l’accusa e si recò subito a Roma per affrontarvi il processo e, a propria difesa, stese un memoriale in cui non solo ribatté le accuse rivoltegli, ma colse anche l’occasione per precisare il valore e il significato del trigramma e per ricordare che esso non aveva alcun valore in sé e per sé ma aveva solo importanza per quel che voleva far ricordare ed avere presente. Bernardino non solo fu assolto dall’accusa d’eresia ma, sulla scia dell’entusiasmo che anche a Roma aveva suscitato il fascino della sua parola e della sua personalità, venne anche nominato da Papa Martino V vescovo di Siena (4 luglio 1427); tuttavia egli, per umiltà, rifiutò di accettare.

Dopo il processo Bernardino si recò ad Urbino e successivamente a Siena, ove dal 15 agosto tenne le ben note prediche in piazza del Campo fra le sue più vive, fresche ed ispirate, giunte sino a noi grazie al sacrificio, all’impegno ed alla diligenza di un cimatore di panni, Benedetto di maestro Bartolomeo, che per quarantacinque giorni le trascrisse tutte con un mezzo di scrittura abbreviata simile alla stenografia.

Alla morte di Martino V, l’elezione di Eugenio IV provocò un altro tentativo di colpire il santo e la sua predicazione con una nuova accusa d’eresia. I nemici di Bernardino predisposero in silenzio un nuovo processo, con l’appoggio del provveditore della Fede, il domenicano Michele da Praga; e questi, nel novembre del 1431, ingiunse al futuro santo di comparire davanti al cardinale Giovanni da Casanova, anch’egli domenicano, per ascoltare la sua condanna. Bernardino, che il quel periodo si trovava a Siena, trovò un difensore nel Pontefice stesso che con la bolla Sedes Apostolica, del 7 gennaio 1432, annullò tutto il procedimento a suo carico e la citazione relativa. Reazione di Eugenio IV a quella subdola manovra fu anche la nomina di Bernardino a vescovo di Ferrara, ma, ancora una volta, egli rifiutò.

Queste vicende, unitamente al desiderio di evitare contrasti e dissidi intorno alla sua persona e alla sua predicazione, lo indussero a ritirarsi nel suo convento della Capriola, ove dedicò il suo tempo ad ampliare ed approfondire la sua cultura, ma anche a preparare i suoi grandi quaresimali De christiana religione e De evangelio aeterno sive de caritate. I suoi avversari, comunque, non si diedero per vinti, e lo accusarono nuovamente di eresia, questa volta davanti a Sigismondo di Lussemburgo[7], che attendeva a Siena la conclusione delle trattative per l’incoronazione imperiale. Bernardino, comunque, riuscì a convincere anche Sigismondo della sua innocenza e tra i due nacque una vera e propria amicizia, tanto che il santo venne poi invitato a Roma per l’incoronazione imperiale.

Tornato da Roma riprese la sua opera di predicatore ad Urbino e poi in Lombardia ed in Liguria. Nel 1438 venne nominato vicario e commissario per tutta l’Osservanza in Italia; tale nomina venne poi confermata dallo stesso pontefice con la bolla Fratrum Ordinis. Ma poiché tale bolla sembrava sancire un’autonomia dell’Osservanza, Bernardino, sempre coerente al suo ideale d’unità dell’Ordine, di fronte alle proteste del ministro generale, rinunciò di fatto a servirsene. Fra i suoi frati, però, numerosi, benvoluti, ricchi di prestigio, la posizione conciliante di Bernardino venne malamente interpretata come troppo remissiva. D’altro canto i conventuali cercavano di rendere più problematica la vita degli osservanti, ai quali non mancavano di sollevare difficoltà e di creare ostacoli. In questa difficile situazione, che correva sempre parallela all’opera di predicatore, Bernardino era confortato e sostenuto validamente dallo stesso Eugenio IV che, il 10 novembre 1440, gli chiese di mantenere ancora la difficile carica di vicario dell’Osservanza, giovandosi dell’aiuto di un collaboratore. Ma nel 1441, stanco ed ammalato, il futuro santo presentò al Papa le sue dimissioni e si ritirò nel convento della Capriola.

Nonostante la malattia, nell’inverno tra il 1442 e il 1443 predicò a Milano, poi a Pavia, Ferrara e Padova. Nel 1444, accompagnato da alcuni frati senesi, si mise in viaggio verso l’Aquila anche per tentare di riconciliare, su invito del vescovo, due fazioni che in città si affrontavano apertamente. Ma giunto nella città abruzzese vi morì il 20 maggio del 1444, nel convento di S. Francesco. Il processo di canonizzazione iniziò un anno dopo la sua morte, e sei anni dopo, il 24 maggio del 1450 Bernardino venne proclamato santo.

Le opere e le Prediche

Bernardino compose in latino numerose opere di carattere religioso; tra queste, diffusissimi in ambito francescano, furono i Sermones, elaborati con lo scopo di servire quasi da manuali per le prediche dei frati. Nonostante ciò e sebbene fosse amico di molti insigni umanisti, egli fu assai tiepido verso la cultura classica, tanto che nei suoi due grandi quaresimali[8] De christiana religione e De evangelio aeterno si trovano solo poche citazioni da Orazio e poche di più da Virgilio.

In volgare ci sono pervenute le prediche tenute a Firenze nel 1424-1425 e quelle tenute a Siena nel 1427. Queste ultime, come abbiamo già detto, sono giunte fino a noi grazie all’impegno di Benedetto di maestro Bartolomeo, che assisteva alle prediche e le riproduceva a sgraffio su tavolette cerate. Una volta tornato a casa, Benedetto ricopiava interamente le tavolette su carta pecora; dopodiché, rispalmava le tavolette con la cera ed era pronto per il giorno dopo. Questa tecnica del trascrivere non era certo nuova, ma le trascrizioni del nostro cimatore di panni non solo ci danno l’impressione di una fedeltà e precisione forse mai prima raggiunte, ma sono anche una testimonianza fondamentale sia della predicazione in sé, sia dell’arte oratoria di san Bernardino: «l’impiego di una lingua fortemente connotata in senso dialettale, il frequente ricorso all’apostrofe e al discorso diretto, la ricerca del dialogo con il pubblico presente, l’introduzione di ampie “novellette” con finalità morali ed esemplificative»[9]. Il tono è colto e popolare al tempo stesso; gli apologhi o gli esempi edificanti – molto frequenti – vengono attinti non  solo dalla tradizione religiosa, ma anche da opere letterarie trecentesche, da exempla e da testi aneddotici.

Convinto, com’era, che il francescanesimo “spirituale” fosse il più autenticamente vicino a San Francesco, Bernardino ne eliminò ogni accento eversivo. In tal modo egli poneva in rilievo, da un lato, l’esigenza d’amore e di carità, che escludeva quindi ogni accento polemico verso i confratelli, anche se di vita meno rigorosa e severa; dall’altro, il bisogno di rivolgersi non ai dotti e ai sapienti, ma al popolo, agli umili, troppo spesso dimenticati dalle alte gerarchie e trascurati da coloro stessi che ne dovevano avere cura. Egli rifugge i grandi problemi teorici e non parla né di riforma della Chiesa, né dell’Impero o degli Imperatori; i temi trattati riguardano l’esaltazione di Maria e del Nome di Gesù, l’amore coniugale e l’etica della famiglia, l’amore del prossimo o l’educazione delle giovani, oppure l’amministrazione della giustizia e gli ammonimenti a coloro che reggono gli Stati, o le invettive contro la detrazione e la maldicenza, gli odi politici, i doveri dei mercanti, l’elemosina, la sodomia, il lusso e l’usura: i problemi insomma che, almeno in parte, travagliavano l’inquieta società borghese comunale del Quattrocento.

Così queste prediche non sono animate da una tensione escatologica, né da una passione di carattere teologico, bensì da una problematica spicciola che illustra ed insegna, sulla base di un medio buon senso, le normali regole del vivere d’ogni giorno. E soprattutto nel campo economico-sociale si riscontra l’importanza delle idee di Bernardino, che – fedele alle linee maestre della morale cattolica – dispiega tuttavia una tale conoscenza del proprio tempo nei suoi più vari e molteplici aspetti, da illuminare veramente ogni problema alla luce dell’etica cristiana. Pur mantenendo fermi alcuni concetti basilari della morale della Chiesa in materia di usura, che egli condanna aspramente come già S. Antonio da Padova, Bernardino nel suo nel suo Tractatus de contractibus et usuris, che occupa ben quattordici prediche del suo quaresimale De evangelio aeterno, affronta i temi come l’etica del commercio, della determinazione del valore e del prezzo, e la giustificazione della proprietà privata. Analizzando, infatti, con grande profondità la figura del mercante, egli ne difende il lavoro onesto, facendo notare che il commercio, come tutte le altre occupazioni, può venire praticato in modo lecito o illecito, e pertanto non è necessariamente fonte di dannazione. Un mercante onesto fornisce a tutta la società servizi utilissimi: risolve la scarsità di beni in una zona trasportandone da zone in cui sono abbondanti, custodisce beni limitando i danni di eventuali carestie, trasforma le materie grezze in prodotti lavorati. Bernardino sostiene che il mercante, per essere onesto, deve essere dotato di quattro virtù: laboriosità, efficienza, responsabilità, assunzione del rischio; per cui il guadagno che deriva dall’attività di coloro che hanno saputo attenersi a queste virtù non è un frutto del peccato ma la giusta ricompensa per il duro lavoro che hanno svolto ed i rischi che hanno corso. Per contro, egli condanna senza mezzi termini i nuovi ricchi, che invece di investire i loro capitali in nuove attività, preferiscono prestare a usura, strangolando la società anziché farla crescere e prosperare. Bernardino, infatti, riteneva che la proprietà non «appartenesse all’uomo», ma che «fosse per l’uomo»; cioè che fosse uno strumento che veniva da Dio, atto ad ottenere un miglioramento della società nel suo insieme, e pertanto l’uomo doveva meritarlo, applicarlo e farlo fruttare come un qualsiasi saggio amministratore.

Ma al di là di queste e molte altre acute osservazioni, Bernardino cerca sempre e ovunque di cogliere la vivente realtà morale dell’uomo, per sospingerlo verso una concezione più nobile e cristiana della vita.

Lasciati da parte, come abbiamo già detto, i grandi problemi teologici del proprio tempo e i terrori di una visione apocalittica egli, conformemente alla più viva tradizione del mondo francescano, si accostò alle masse popolari per riconquistarne la fiducia, per viverne e comprenderne i problemi, per illuminarle e ravvivarle alla luce della tradizione più puramente evangelica. In questo senso Bernardino – con la sua vivacità e freschezza d’espressione, con la vigoria e coerenza del suo pensiero, la sua vasta preparazione culturale – rappresenta una delle più valide espressioni di quel rinnovamento cristiano che, sviluppatosi molto spesso al di fuori della gerarchia ecclesiastica, fu da questa in gran parte recuperato durante la Controriforma.


Gerolamo Savonarola

Nato a Ferrara nel 1452, da Niccolò di Michele dalla Savonarola e dalla mantovana Elena Bonaccorsi, studiò medicina, filosofia, musica e disegno, ma già nel 1472, periodo in cui compose la sua canzone De Ruina Mundi, cominciò a manifestare disgusto per la corruzione e la decadenza dei costumi. Nel 1475 scrisse la canzone De Ruina Ecclesiae, nella quale paragona la Roma papale all’antica e corrotta Babilonia. Così, secondo quanto egli stesso scrive, quando sentì nella chiesa di Sant’Agostino a Faenza un predicatore che commentava il passo della Genesi «Pàrtiti dalla tua terra e dalla tua famiglia e dalla casa del padre tuo», decise (24 aprile 1475) di lasciare la famiglia per entrare nel convento bolognese di San Domenico, dove l’anno seguente ricevette i voti. Ritornò poi di nuovo a Ferrara (1479) per terminare i sui studi teologici, successivamente fu a Reggio Emilia (in occasione del capitolo della Congregazione domenicana lombarda) e nel 1482 ritornò a Firenze (forse per volere del Magnifico) ove divenne lettore di Sacra Scrittura nel convento di San Marco. Diede allora inizio alla sua vasta opera di predicatore a Firenze, poi a Brescia e a Genova, scagliandosi contro le efferatezze degli uomini (omicidi, lussuria, sodomia, idolatria, credenze astrologiche, simonia), i cattivi pastori della Chiesa, il disprezzo per i santi, la poca fede. Ritornò definitivamente a Firenze nel giugno del 1490 per invito di Pico della Mirandola, grande ammiratore del frate, e qui predicò profeticamente annunciando, con veemenza e furore biblico, le imminenti calamità che avrebbero dovuto punire l’immoralità di Firenze, della Chiesa, dell’Italia.

Divento frattanto nel 1491 priore di San Marco, portò avanti un programma di restaurazione, in quel convento, della severità della regola, che l’indusse a staccarsi dalla congregazione lombarda e a unire a San Marco i conventi di Fiesole, Prato e Pisa, cosa che tutto sommato aderiva al programma mediceo di consolidamento regionale. Quell’espansionismo monastico attuato dal Savonarola, che pure era dettato da esigenze religiose e non politiche, creò ovviamente malumori all’interno dell’ordine domenicano e anche tra i potentati italiani.

Era infatti quella un’epoca di inquietudini, in cui i profeti di sventure (predicatori o magari astrologi) si diffondevano e ottenevano consensi; perciò le prediche infuocate del frate di San Marco suscitavano entusiasmo e accendevano sempre più discussioni e polemiche; crescevano in tal modo i suoi sostenitori (chiamati Piagnoni) che si opponevano a quella vita di eleganza e di spensierato divertimento favorita dalla corte medicea e dai suoi seguaci (che presero invece il nome di Bigi). Altri avversari del frate erano gli Arrabbiati, cioè la parte più intransigente dell’antica oligarchia, e i Compagnacci, cioè gli insofferenti al suo rigorismo morale.

Morto intanto Lorenzo il Magnifico nel 1492 e disceso in Italia Carlo VIII nel 1494, nuove prospettive si apersero al Savonarola che aveva profetizzato nel re francese l’inviato di Dio per punire i mali d’Italia. Cacciato infatti Piero de’ Medici in quello stesso 1494, il Savonarola divenne l’ispiratore della nuova repubblica fiorentina, attraverso cui egli cercò di attuare un regime oligarchico sul tipo di quello della repubblica veneziana; ma soprattutto avviò provvedimenti economici a favore del popolo: compilò la nuova legislazione, riformò le imposte e lottò contro le evasioni fiscali, eliminò l’usura, istituì nel 1495 un nuovo Monte di Pietà, esercitando una forte sorveglianza sui costumi dei Fiorentini. Intanto promuoveva un miglioramento morale della vita pubblica (famosi i cosiddetti «bruciamenti delle vanità») e si faceva sempre più ardito e violento nelle sue parole contro la corruzione della Chiesa e l’immoralità di papa Alessandro VI. Tuttavia in questo suo sogno di instaurare a Firenze una repubblica di tipo popolare, il Savonarola, non avendo né l’accortezza né la sensibilità politica necessarie per inserire l’azione rinnovatrice nell’ambito della concreta realtà storica, non seppe coalizzare quelle forze popolari fiorentine e italiane che avrebbero potuto consentirgli di attuare il vagheggiato programma, né d’altra parte seppe sfruttare contro la corruzione della Chiesa di Roma le aspirazioni religiose di coloro che avvertivano il profondo malessere morale e spirituale del tempo.

Nel 1495 Alessandro VI inviò al Savonarola un Breve nel quale, dopo aver espresso apprezzamento per la sua opera nella vigna del Signore, lo invitava a recarsi a Roma per dare spiegazioni sulle sue pretese qualità profetiche; naturalmente Savonarola rifiutò, adducendo motivi di salute, e il Papa con un altro Breve rispose due mesi dopo ordinando che fosse sottoposto a giudizio. Poi, pur rinunciando a questo provvedimento, intimò che si astenesse dal predicare finché non si fosse giustificato a Roma. Ma poiché il frate, anche per volontà della Signoria, continuò a predicare, da parte di Roma seguirono minacce, offerte di distensione e, forse, perfino l’offerta del cardinalato, a condizione che avesse ritrattato le precedenti critiche alla Chiesa.

Nel 1497 Alessandro VI scomunicò Savonarola[10], ma il frate non ne tenne conto; anzi, meditò invano di convocare un Concilio a cui appellarsi. La sua posizione, comunque, era divenuta difficile non solo dal punto di vista religioso, ma anche da quello politico: infatti, la scoperta di un complotto per il ritorno dei medici, e la successiva condanna senza appello dei congiurati – sentenza sulla quale il Savonarola si astenne dall’intervenire – gli aveva irrimediabilmente alienato le simpatie dei Bigi e dei Piagnoni più moderati. Così, nel 1498, una folla inferocita prese d’assalto il convento di San Marco, dove Savonarola si era barricato con i confratelli; la porta del convento fu messa a fuoco e, dopo uno scontro cruento tra i frati e gli assalitori, Savonarola venne catturato, trascinato fuori dal convento verso Palazzo Vecchio e rinchiuso nell’Alberghetto, la cella nella torre di Arnolfo. Seguirono tre processi, abilmente manipolati, durante i quali il frate subì interrogatori e numerose torture, e che si conclusero con la sua condanna a morte. Savonarola, dopo essere stato sconsacrato, il 23 maggio 1498 fu impiccato con due confratelli – Domenico Buonvicini da Pescia e Silvestro Maruffi – e il suo cadavere venne arso in Piazza della Signoria, per evitare che le sue spoglie potessero divenire oggetto di venerazione.

La personalità e l’opera del Savonarola

Attraverso i suoi scritti, i cui modesti pregi letterari sono largamente compensati dalla passione che li anima, il Savonarola esercitò, anche dopo la sua morte, una grande influenza sui pensatori e gli artisti del circolo intellettuale che fiorì all’ombra della corte medicea. E ciò sebbene nel suo Apologeticus egli avesse disapprovato la poesia, giudicata frivola ed inutile, e si fosse mostrato ostile a molti aspetti della nuova civiltà umanistico‑rinascimentale.

Machiavelli, nei Decennali, con sprezzo ed ironia, chiamerà il frate «profeta disarmato» poiché voleva fare di Firenze il centro di un rinnovamento politico e religioso senza averne le forze e, probabilmente, la concretezza di una lungimirante visione. Del resto, le Signorie del Cinquecento continueranno ad assomigliare più alla corte medicea che non alle repubbliche vagheggiate dal Savonarola, e i veri riformatori religiosi, sul piano della concretezza storica, saranno Lutero e Calvino, non certo il frate ferrarese ancor troppo legato a una concezione medioevaleggiante della vita. Ma come è stato osservato, la sua polemica civile e religiosa nasce da una profonda esigenza morale e la sua opera sfortunata deve essere vista appunto in rapporto alla crisi morale e politica che travagliava il drammatico periodo storico. La passione civile del Savo­narola richiama la serietà degli uomini di un secolo prima e la sua grandezza di uomo è nel fervore intenso delle prediche (non solo quelle scritte) e nella sua attività riformatrice; è nel coraggio, vissuto sino alle estreme conseguenze, di contestare una società che accanto agli splendori dell’arte e della cultura presentava i suoi lati negativi e inquietanti, e che per aderire a una nuova visione dell’esistenza umana aveva troppo sbrigativamente rifiutato una parte dei valori del passato.

Del resto ancora oggi risulta difficile tracciare un giudizio critico imparziale sulla figura del Savonarola: «quegli storici che, valutando con un certo semplicismo l’influsso della sua predicazione sugli eventi storici, giudicano fra Girolamo un predicatore fallito, che, sorretto da forze esigue e di poco conto, inascoltato dalla maggior parte dei suoi seguaci, non riuscì a realizzare neppure uno dei suoi propositi.

Spesso imprecisi nell’individuazione delle cause e delle fonti culturali della maturazione della sua personalità, lontani da una esatta comprensione del Frate ci tengono anche quegli storici che distinguono il Savonarola predicatore di penitenza mediante la minaccia di spaventosi flagelli dal Savonarola divenuto profeta della “nuova Gerusalemme” per aver gradualmente assimilato, dal 1490 in poi, la religione civica di Firenze e indotto a proporsi come tale dal prestigio acquistato attraverso la partecipazione agli eventi del 1494. Una tesi, questa, autorevolmente sostenuta, ma difficilmente condivisibile, poiché lacera la compattezza culturale e pastorale del Frate e induce a ritenere che il predicatore, che dalla partecipazione agli eventi del 1494 fu, quattro anni dopo, condotto alla forca, sia stato un uomo diverso da quello che, dopo la fuga dalla casa paterna del 1475, era giunto nella Firenze laurenziana una prima volta nel 1482, e una seconda nel 1490.

Né ad una migliore comprensione conducono quegli intellettuali che vedono nel falò delle vanità un segno di un oscurantismo intellettuale tanto evidente da collocare fra Girolamo nella cultura medievale e da precludergli le porte dell’età umanistica, senza avvertire che colui il quale programmava per i giovani suoi frati una formazione scolastica basata sull’insegnamento delle lingue latina, greca ed ebraica, e invitava i suoi discepoli più dotati a compiere ricerche nel campo della filosofia scettica, si protendeva in avanti, verso quella che sarà l’età del dubbio metodico e della ricerca sperimentale (a fra Zanobi Acciaiuoli[11], infatti, venuto a San Marco dalle aule scolastiche di Angelo Poliziano, il Savonarola chiese di coadiuvare fra Giorgio Antonio Vespucci[12], il maestro di tutta la gioventù fiorentina, entrato in convento quando aveva ormai 64 anni, nella traduzione delle opere dello scettico Sesto Empirico)»[13].

Savonarola fu anche poeta: ai canti carnascialeschi di Lorenzo de’ Medici egli contrappose la lauda. Ma per quanto le sue liriche religiose siano tra le migliori del secolo, con influssi petrarcheschi e intonazioni dantesche, rimangono stilisticamente piuttosto generiche e grezze. Del resto il rapporto di Savonarola con le arti fu un rapporto di subordine: egli non riconosceva al bello un diritto proprio e un proprio ambito, ma lo subordinava al buono. Solo il bello al servizio del bene poteva diventare vera bellezza, in quanto tutto doveva sottostare ai principi del Cristianesimo.

Numerose le Lettere, ricche di accenti personali religiosi e politici, come pure i vari Trattati (in latino e in volgare) in cui non mancano squarci di efficace analisi psicologica; su tutti emerge il Trattato circa il reggimento e il governo di Firenze, dove il frate conduce, con trucità quasi alfieriana, un’analisi spietata della psicologia del tiranno. Forti di intima ispirazione religiosa il Trionfo della Croce e le due ultime confessioni‑preghiere (Miserere mei, Deus e In te, domine, speravi) composte in carcere nell’imminenza della morte.

Particolarmente famose le Prediche in cui tratta i temi della penitenza o della rinnovazione della Chiesa: due motivi che nell’animo del Savonarola si fondono di continuo intimamente connessi. L’ansia di un rinnovamento spirituale, il senso di una macerazione interiore di fronte agli eventi, l’incubo di una giustizia divina che punisca la corruzione morale e politica dei tempi, l’amore disperato di Gesù come strumento di redenzione dell’anima, la fede granitica in una personale missione profetica impostagli da Dio per riportare gli italiani sulla retta via, il sentimento e il pensiero della morte quasi come fatale catastrofe degli irrimediabili mali: questi i temi costanti delle sue prediche, in cui a tratti esplodono squarci allucinati e potenti: impeti di desolazione e di rabbia, grida scandite in parole talvolta gelide e scarne, oppure immagini di fuoco, di sangue, di torri e città in rovina, o visioni tra allegoriche e realistiche a esprimere il senso di un’opulenza degenere. Ma il particolare non è mai distensione dell’anima: è scatto baluginante che deve illuminare le ottenebrate menti e indicare con più forza ai fedeli la via da seguire. In questa eccitazione vaneggiatrice la sua eloquenza sacra supera per intensità e potenza non solo il contemporaneo San Bernardino, ma talora persino molti dei futuri grandi predicatori.

Il Savonarola rivela così una notevole capacità di mettere a nudo la propria anima e di narrare la storia di quel suo spirito ardente, che vuole trasmettere agli uditori un’infuocata passione di rinnovamento, affinché la traducano essi stessi nella realtà storica della vita politica e religiosa. Solo appunto nella prospettiva di una parola che è di continuo commento all’impetuosa vita del frate, al suo gesto e alla sua azione, tali prediche possono essere intese e diventano, anzi, una lettura affascinante.


Sacre Rappresentazioni

Le Sacre Rappresentazioni del Quattrocento costituiscono un residuo dell’arte popolare religiosa dei secoli precedenti; ma più che per un loro vero contenuto religioso o drammatico, esse destano interesse come documenti di costume e come primi abbozzi di un’arte teatrale che, essendo agli albori, si rivela ancora quanto mai elementare nella ingenuità della finzione scenica e nella rozzezza narrativa dei fatti, allineati tutti candidamente sullo stesso piano senza intervalli di spazio o di tempo. Esse fiorirono particolarmente in Umbria, in Abruzzo e a Firenze, e traevano la loro materia dalle vite dei Santi, della Vergine, di Gesù, o da episodi della Bibbia. Sennonché, come è stato notato, nei testi tratti dalle Scritture il pubblico borghese del Quattrocento tenta di scovare quei riferimenti che, con la loro autorità, possono nobilitare la concezione etica del tempo, così come nei testi agiografici ciò che più lo interessa è il scoprire la concretizzazione pratica di quelle virtù che egli ha fatto proprie. Le domande spirituali, la dicotomia  tra corpo e anima, il tormento interiore non affascina il pubblico borghese. Ciò che della vita dei santi lo emoziona è la sua obbedienza al volere divino, la sua fermezza nelle avversità, la sua fede incrollabile di essere nel giusto, la certezza che ciò che accade viene per una necessità superiore e che alla fine chi vince è sempre la giustizia divina. E questo teatro finisce coll’essere sentito dal pubblico come il linguaggio cifrato di una morale del corretto vivere civile, piuttosto che come la tragedia delle anime di fronte alla grazia e all’eternità.

Venuto meno in tal modo l’interesse per l’elemento religioso il pubblico si entusiasma ormai non più alle virtù eroiche del cristiano medioevale, bensì a tutta quella variopinta folla di personaggi che popolano il mondo borghese e aristocratico e a quell’atmosfera di eleganza e di sfarzo che l’alta società borghese aveva attinto dai gusti e dai costumi del mondo aristocratico, e che l’anima popolaresca riviveva con ingenua fantasia.

Le Sacre Rappresentazioni erano spesso anonime, ma tra gli autori di una certa cultura che si dedicarono a questo genere di opere vanno ricordati Feo Belcari, Bernardo Pulci (fratello di Luigi) e sua moglie Antonia Giannotti; senza dimenticare che lo stesso Lorenzo il Magnifico, negli ultimi anni della sua vita, si dedicò a questo genere. Le sacre rappresentazioni venivano recitate da confraternite laiche di fanciulli. A Firenze fra le più celebri era la Compagnia del Vangelista, protetta della famiglia Medici.

Feo Belcari

Nacque a Firenze nel 1410 da Feo di Coppo, appartenente a una famiglia dell’alta borghesia, ma di origine senese. Educato severamente secondo le norme di una solida, ma pur aperta ed umana religiosità, pare si sia dedicato piuttosto tardi, allo studio e all’esercizio delle lettere. Intorno al 1435 si sposò con Angiolella di Tomaso di Gherardo, della nobile famiglia, dei Piaciti, e dal matrimonio nacquero parecchi figli. Al 1445 risale la fine della compilazione del Prato spirituale; ed è del 1449 la Vita del beato Giovanni Colombini. Nello stesso anno fu eseguita anche la sua Sacra rappresentazione di Abraam e di Isaac suo figliuolo. È probabile che la notorietà letteraria di Belcari, dovuta anche alla composizione di Laudi e di altre opere, favorisse il suo inserimento nel governo della cosa pubblica; sicché, oltre che priore nel luglio-agosto del 1454, fu per due volte (1451 e 1458) dei Dodici Buoni Uomini, e infine (1468) dei gonfalonieri delle Compagnie del Popolo. Del resto, codesta attività politica si appoggiava alla solidale potenza dei Medici. Nella quaresima del 1471, quando, onorato da tutti, fece rappresentare a Firenze, in San Felice in Piazza, la sua Sacra rappresentazione dell’Annunziazione di Nostra Donna, in occasione della visita del duca Galeazzo Sforza, Belcari era ormai assurto a personaggio segnalato della vita politica e culturale di Firenze. E a Firenze morì nel 1484.

La Vita del beato Giovanni Colombini piacque agli scrittori che esaltavano la lingua del secolo aureo e ne raccomandavano l’uso, poiché è composta con quella chiarezza, eleganza di stile ed immediatezza spontanea e evidente, che pur l’ha fatta avvicinare al mondo ed allo stile dei Fioretti. Più interessanti, comunque, per vena poetica, per ispirazione e per il loro carattere sociale e letterario sono le Sacre rappresentazioni[14]. Tra esse spicca Sacra rappresentazione di Abraam e di Isaac suo figliuolo, che mantiene un discreto fascino per la semplicità del sentimento religioso che vi domina; tuttavia, come è stato scritto, l’elemento drammatico non assurge mai a motivo conduttore dell’azione», perché nella vicenda di Abramo quello che interessava al Belcari, e con lui al suo pubblico, era soltanto l’obbedienza incondizionata di Abramo agli ordini di Dio e quella di Isacco ad Abramo, quale esecutore della volontà di Dio.

Bernardo Pulci

Bernardo Pulci, fratello del più celebre Luigi, nacque a Firenze nel 1438. Nulla sappiamo della sua formazione letteraria ma di sicuro cominciò presto a scrivere versi. I due epicedi per Giovanni (1463) e Cosimo de’ Medici (1464) documentano la sua precoce affiliazione al circolo mediceo, confermata dalla canzone Giovane bella, che dogliosa e stanca (1468). Nel 1470 Pulci sposò Antonia Giannotti, anch’essa autrice di Sacre Rappresentazioni di soggetto agiografico ed evangelico. Nel dicembre del 1481, dopo un periodo di non buona salute, Pulci divenne provveditore degli Ufficiali dello Studio fiorentino e pisano, carica che mantenne fino alla morte – avvenuta nel 1488 – con un salario di quattro fiorini al mese.

Autore di volgarizzamenti in terzine, di egloghe virgiliane, di un impegnativo canzoniere amoroso, di una Vita della Vergine e della Sacra Rappresentazione di Barlaam e Iosafat, fece propria – in qualche misura – la poetica del Magnifico più maturo, cercando di allontanarsi dai modi della tradizione municipale, che spostano progressivamente il centro della sua poetica verso tematiche legate al pentimento.

Antonia Giannotti

Nacque a Firenze attorno al 1452 o al 1454, da Francesco d’Antonio. Tuttavia appare erronea oggi l’ipotesi, pure negli anni passati sostenuta da alcuni studiosi, che fosse figlia di Francesco d’Antonio di Giannotto Tanini, un mercante, e di Jacopa di Torello di Lorenzo Torelli. Nel 1470 – come abbiamo detto in precedenza – sposò Bernardo, il più giovane dei fratelli Pulci, e dopo la morte del marito entrò nel convento agostiniano dell’Assunta fuor di porta di S. Gallo a Firenze, dove morì in data non precisata.

Antonia Giannotti occupa un posto non trascurabile nella letteratura italiana in quanto poetessa e autrice di alcune Sacre Rappresentazioni in ottava rima. Ella fa parte, dunque, di quel ristretto gruppo di donne letterate che, come la madre del Magnifico, che nel XV secolo seppero conquistarsi un loro spazio coltivando gli studi e l’attività letteraria, che diveniva – al tempo stesso – divertimento appassionato e affrancamento intellettuale. Quanto in Antonia abbia influito su tutto questo l’entrare a far parte della famiglia dei Pulci è del tutto impossibile a stabilirsi, per quanto non sia irragionevole pensare che il vivere in un ambiente stimolante dal punto di vista culturale abbia in qualche misura influenzato la sua ispirazione e la sua arte. Resta comunque il fatto che la Giannotti «rivela un indiscutibile talento nella creazione di vivaci quadretti e scene di vita quotidiana, nella tecnica argomentativa, nella capacità di conferire umanità e spessore ai personaggi. Ella, rifiutando la dimensione eroica, celebrò una condotta ispirata alla misura; contribuì così considerevolmente all’evoluzione del teatro religioso in una direzione realistica e romanzesca. Preferendo al dramma del soprannaturale una rappresentazione concreta dei modelli del retto vivere, dimostrava anche di saper bene assecondare i gusti della società borghese contemporanea, saldamente ancorata agli interessi mondani»[15].

Di Antonia Giannotti ci sono rimaste alcune Sacre Rappresentazioni che furono ristampate più volte fino al secolo XVI, ma che – probabilmente – non vennero mai rappresentate a teatro: la Rappresentazione di S. Guglielma, un’opera che – pur nella manifestazione del divino – mantiene una sua dimensione umana, in quanto S. Guglielma risulta vera eroina non per quegli abusati stereotipi che delineano le sante martiri, ma per la sua grande forza interiore; la Rappresentazione di san Francesco, dove la Giannotti, pur propugnando il disprezzo dei beni terreni come mezzo per il raggiungimento della salvezza eterna, si mostra portavoce dell’ambiente borghese a cui appartiene condividendo l’ottica di diffidenza dei mercanti verso la misticità francescana che, in nome del volontario rifiuto dei beni, giungeva a sconvolgere i valori patrimoniali; la Rappresentazione del figliuol prodigo, tratta dal noto brano evangelico di S. Luca (15, 11-32), dove l’autrice descrive minuziosamente gli episodi della vita quotidiana ottenendo effetti di autentico realismo, stemperati tuttavia dal gusto per il romanzesco e dalla cospicua presenza nella narrazione di elementi allegorici, quali la rappresentazione, nei compagni del figliol prodigo, dei sette peccati capitali; la Rappresentazione di santa Domitilla, ove la martire cristiana nipote dell’Imperatore Domiziano, nella contrapposizione tra i valori del matrimonio e della verginità, privilegia quest’ultimo come strumento di santità.

La “Rappresentazione del re superbo”

Questa Rappresentazione, di Anonimo autore, narra di un re superbo che, un giorno, comanda ai sacerdoti di togliere dal Magnificat quel versetto che dice di Dio: « Deposuit potentes de sede / et exaltavit humiles », sembrandogli assurda una tale frase. Iddio allora lo punisce facendolo ammalare. Per consiglio dei medici il re superbo si reca alle terme a curarsi, ma durante la notte, mentre è all’osteria, un Angelo inviato da Dio prende il suo posto e ordina ai servi di partire. Dopo varie disgrazie, bastonature ecc., il re giunge finalmente al suo palazzo e qui apprende dall’Angelo che Dio ha così voluto per punirlo della sua superbia. Il re allora si pente e può ritornare sul trono, dove esorterà tutti i suoi sudditi all’umiltà.

Tale Rappresentazione, come si può facilmente intuire, non ha in realtà ormai più nulla di propriamente religioso; in essa permane certamente l’intenzione moralistica di mostrare un re punito da Dio per la sua superbia, ma ciò che conferisce alla commediola il suo maggiore interesse è un certo vivace realismo di congiunture e di caricature, nonché la figura del sovrano comicamente dispotico, tutto tronfio e pieno di sé, che – come è stato scritto – nella sua essenza buffonesca riconduce alla memoria tanti personaggi ridicoli della Commedia dell’Arte.

***NOTE***

[1] Gli hussiti furono i seguaci del riformatore Jan Hus, bruciato sul rogo durante il Concilio di Costanza il 6 Luglio 1415. Immediatamente dopo la morte del riformatore ceco, essi protestarono vivamente contro l’ingiusta sentenza e già nel Settembre dello stesso anno, ben 452 nobili boemi e moravi inviarono una nota di protesta per l’accusa di eresia, formulata contro Hus.

Negli anni successivi la morte del loro caposcuola, da subito venerato come martire della riforma in Boemia e del nazionalismo ceco, gli hussiti si organizzarono sotto vari predicatori, il più importante dei quali fu Jakoubek di Stribo, successore di Hus alla Cappella di Betlemme, e autore nel 1420 dei Quattro articoli di Praga, il manifesto del credo hussita:

  1. Libertà per i preti di predicare le Sacre Scritture in lingua locale.
  2. Comunione eucaristica sotto ambedue le forme, il calice contenente il vino e il pane, data sia agli adulti che ai bambini.
  3. Espropriazione dei beni ecclesiastici e povertà del clero.
  4. Pene temporali per i peccati mortali commessi da membri del clero.

[2] Il padre era governatore della città fortificata posta sulle colline della Maremma.

[3] Difficile è stabilire un’identificazione sicura dei primi due personaggi. Per quanto riguarda il terzo, invece, dovrebbe trattarsi di Giovanni di Ser Bucci da Soleto, registrato tra i professori dello Studio di Bologna, condotto per il biennio 1393-94 per l’insegnamento di grammatica e poesia e per la lettura di Dante. Da Bologna si trasferì a Pistoia, poi a Perugia ed infine a Siena dove rimase per il resto della vita. Su tale argomento si veda: Paolo Nardi, Maestri e allievi giuristi nell’Università di Siena: saggi biografici, Milano, Giuffrè Editore, 2009.

[4] Iniziato verso il 1368 per opera di Paolo Trinci da Foligno, il movimento dell’Osservanza, senza dichiarazioni ed affermazioni di principio, si proponeva nell’ambito del franceicanesimo, tutto conventuale dopo la condanna degli spirituali e la ribellione dei fraticelli, di osservare la regola francescana in tutto il suo rigore, specialmente per quello che riguardava la povertà, interpretando nella maniera più stretta le varie norme pontificie in proposito e mostrando, in più, una decisa propensione alla vita eremitica.

[5] Oppure – secondo alcuni studiosi – nel 1417.

[6] Ma di queste lettere si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione del motto costantiniano “In Hoc Signo (vinces)”, oppure di “Iesus Hominum Salvator”.

[7] Sigismondo di Lussemburgo (Norimberga, 15 febbraio 1368 – Znojmo, 9 dicembre 1437) Principe elettore di Brandeburgo, Re d’Ungheria, Re di Croazia, Rex Romanorum, Re di Boemia e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1433 alla sua morte, era figlio dell’imperatore Carlo IV e di Elisabetta di Pomerania, nonché fratello dell’impertore Venceslao, deposto ad Oberlahnstein dalla rivolta dei principi capitanata dall’arcivescovo di Magonza e da Roberto III del Palatinato. Alla morte di quest’ultimo (1410), dopo il breve regno di Jošt di Moravia, divenne Rex Romanorum (1411) e fu poi incornato Imperatore. Cercò di dare una soluzione allo scisma d’Occidente: convinse l’antipapa Giovanni XXIII a convocare il concilio di Costanza (1414) e fu fautore deciso e convinto della riforma della Chiesa.

[8] Raccolte scritte di prediche per la quaresima.

[9] Mario Martelli,  Quattrocento latino e volgare – Centri minori, in Storia generale della letteratura italiana, a cura di Nino Borsellino e Walter Pedullà, Vol. III, Federico Motta Editore, Milano, 2004, pag. 257.

[10] In anni recenti, comunque, è stato dimostrato che quella scomunica era falsa, in quanto fu emanata dal cardinale arcivescovo di Perugia Juan López (a nome del Papa), su istigazione di Cesare Borgia.

[11] Zanobi Acciaiuoli nacque a Firenze nel 1461 da Raffaele d’Agnolo. Rientrato a Firenze dopo il bando che aveva colpito la sua famiglia, fu educato alla corte dei Medici, in amicizia con i maggiori umanisti del tempo. Nel 1494 fu incarcerato come complice delle trame di Lorenzo e Giovanni de’ Medici, suoi cugini, contro Piero de’ Medici; ma con la venuta di Carlo VIII in Toscana, venne liberato. Profondamente scosso da tali avvenimenti, entrò nell’Ordine domenicano nel 1495 e nel convento di San Marco poté attendere a varie traduzioni dal greco in latino. Divenuto Papa Giovanni de’ Medici nel 1513 (Leone X) lo raggiunse a Roma, dove gli fu affidata la cattedra di lettere umanistiche alla Sapienza. Morì Nel 1518.

[12] Giorgio Antonio Vespucci (1434-1514) fu bibliofilo e umanista in stretti rapporti con Marsilio Ficino. Noto per la sua biblioteca, egli, tuttavia, fu ben più che un collezionista di libri e un proprietario di centinaia di manoscritti ed incunaboli, giacché proprio i suoi libri gli permisero di diventare uno stimatissimo erudito e un grande esperto delle lingue classiche. Per molti anni insegnò alla gioventù di Firenze, specialmente ai figli della nobiltà. In età avanzata fu canonico e preposto del Duomo, prima di vestire l’abito domenicano ed entrare nel Convento di San Marco. Il suo nome, però, si oscurò davanti alla fama del nipote Amerigo Vespucci, dal quale trasse il nome il Nuovo Mondo.[ndr]

[13] http://www.domenicani.net/page.php?id_cat=3&id_sottocat1=95&id_sottocat2=111&id_sottocat3=0&titolo=Girolamo%20Savonarola

[14] Oltre alle due già citate è bene ricordare anche quella Di Santo Giovanni Battista quando andò nel deserto (scritta prima del 1470).

[15] Anna Laura Saso – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 54 (2000) – http://www.treccani.it/enciclopedia/antonia-giannotti_(Dizionario-Biografico)/


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL QUATTROCENTO»

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