1) LINEA BIOGRAFICA – 2) MONTI UOMO E POETA – 3) LE PROSE DEL MONTI – 4) MONTI TRADUTTORE
Linea biografica
Vincenzo Monti nacque nel 1754 ad Alfonsine, un borgo romagnolo dello stato pontificio (oggi in provincia di Ravenna), ottavo degli undici figli di Fedele Maria Monti, un perito agrimensore, e Domenica Maria Mazzari. Studiò dapprima a Fusignano, poi nel seminario di Faenza; infine si iscrisse, nel 1771, alla facoltà di giurisprudenza e, nel 1773, a quella di medicina dell’Università di Ferrara, dove il giovane fece le sue prime prove poetiche imitando i poeti dell’Arcadia e specie gli artisti di origine locale. Nel luglio 1775 venne ammesso all’Accademia dell’Arcadia con il soprannome di Antonide Saturniano.
Nel 1776 pubblicò (prima a Parma, poi a Ferrara) il suo primo libro, La visione di Ezechiello, un poemetto in terzine in lode del predicatore Francesco Filippo Giannotti, arcivescovo di Minerbio, che – nonostante le resistenze della famiglia – gli spianò la strada per Roma, dove giungerà nel 1778, soggiornando dapprima nel palazzo Doria Pamphili in Piazza di Spagna, poi presso i marchesi Roberti. Ottenne anche l’appoggio del celebre archeologo Ennio Quirino Visconti[1], cui dedicò l’anno seguente un saggio di poesie dall’influsso metastasiano.
La necessità di emanciparsi economicamente dalla famiglia, che gli forniva un modesto assegno, portava il Monti a coltivare nelle proprie opere un intento adulatorio verso i potenti, sfruttando le occasioni contingenti per accattivarsi la loro protezione; il tutto inserito una cornice stilistica armoniosa e cristallina, in cui gli stilemi neoclassici predominano, anche se non mancano contaminazioni provenienti dalla letteratura sepolcrale e dall’incipiente gusto romantico.
Tale atteggiamento diede i suoi frutti. Capitale di uno stato economicamente e socialmente arretrato, Roma viveva in quegli anni un’effimera fioritura culturale che poteva anche far credere a un risveglio. I progetti di rinnovamento edilizio, il tentativo di bonifica delle paludi pontine, gli studi e gli scavi archeologici, la presenza di intellettuali stranieri: tutto contribuiva a darne l’illusione, mentre in realtà – archeologia a parte – la cultura segnava il passo, succube di un classicismo di superficie, disposto a far entrare qualche fermento nuovo, ma sostanzialmente fermo e retrivo. In questo ambiente il Monti sfondò presto con un Saggio di poesie (36 componimenti con ben sette dediche a potenti o a persone in vista), con i versi della Prosopopea di Peride (1779), in cui, dietro suggerimento del Visconti, celebrava il ritrovamento di un busto antico, con le terzine de La bellezza dell’universo (1781), lungo epitalamio composto per le nozze di Luigi Braschi Onesti, nipote di Pio VI[2], che lo nominò segretario del nipote, facendolo entrare nelle grazie dell’ambiente papalino e ricevendo l’incarico per varie composizioni.
Divenne così l’interprete del gusto e della cultura romana, tanto che un cardinale francese gli commissionò, dietro lauta ricompensa, l’ennesima prestazione d’occasione: due Cantate in onore del Delfino di Francia (Luigi Giuseppe), che era appena venuto alla luce. Meno fortuna e più infausto, nelle intenzioni del Monti, ebbe invece uno scritto più «politico», come il Pellegrino apostolico (1782), composto in occasione del viaggio a Vienna di Pio VI nella speranza di una riconciliazione con l’Imperatore. Il poema celebrava il successo della spedizione, ma in realtà ben presto la visita si rivelò un fallimento e valse anche molte critiche al pontefice. Scrisse anche versi più aperti ai fermenti della cultura europea, come i versi sciolti Al principe don Sigismondo Chigi e i Pensieri d’amore (1783), ispirati dalla lettura del Werther goethiano, soffusi di una cert’aria preromantica. E dello stesso periodo sono pure l’ode Al signor di Montgolfier (1784), per celebrare la prima ascensione in pallone aerostatico, e le tragedie Aristodemo (1787), scritta a emulazione dell’Alfieri (col quale aveva polemizzato in sonetti piuttosto volgari), Galeotto Manfredi principe di Faenza (1788) e Caio Gracco (1788-1800). Grande risonanza e un successo europeo aveva poi avuto il poema la Bassvilliana (In morte di Ugo di Bassville, Roma 1793), forse la prova più alta di Monti nello stile sublime, con cui si faceva portavoce della reazione contro i princìpi della rivoluzione francese.
Nel frattempo, nel 1784, aveva cominciato a metter mano a un testo sul quale sarebbe ritornato per tutta la vita, senza mai riuscire a completarlo: la Feroniade, il cui titolo rimanda alla ninfa amata da Zeus e perseguitata da Giunone. Anche qui non mancava il pretesto encomiastico: voleva glorificare l’intenzione di Pio VI di bonificare le paludi dell’Agro Pontino, opera che non ebbe lieto esito ma suscitò grande risonanza e anticipò la famosa bonifica mussoliniana. Inoltre, nel 1791, aveva sposato la bellissima attrice Teresa Pikler, figlia di Giovanni, famoso intagliatore di pietre dure, che aveva conosciuto durante una rappresentazione privata dell’Aristodemo a Palazzo Massimo in Roma, nel 1786.
Le conquiste napoleoniche spinsero il Monti a lasciare Roma (1797) e a recarsi prima a Bologna e poi a Milano dove si stabilì, atteggiandosi a repubblicano e giacobino, senza troppo curarsi delle malevoli dicerie suscitate dal suo brusco voltafaccia. Infatti, sempre nello stesso anno, scrisse il Prometeo in lode di Napoleone, e compose cantiche in cui arrivò ad esaltare la decapitazione di Luigi XVI. Più dignitoso fu il breve esilio in Francia, durante l’assenza di Napoleone e il ritorno degli Austro-Russi, durante il quale tradusse la Pulcella di Orléans di Voltaire e compose l’ode Per la liberazione d’Italia, ispirata a un moto di sincero patriottismo, benché sovraccarica di lodi smodate per il Bonaparte.
Tuttavia, se il progressivo degenerare in tirannide della dominazione napoleonica suggerì dapprima al Monti la Mascheroniana (1801), in cui egli espresse le aspirazioni italiane all’indipendenza, nella produzione successiva il poeta si concentrò esclusivamente ad assecondare i fasti imperiali; ciò vale per il Bardo della Selva Nera (1806), per la Spada di Federico II (1806), per la Palingenesi politica (1809), e per altre troppo numerose liriche e composizioni, scopertamente occasionali e apologetiche, che in compenso gli fruttarono, dopo la cattedra di eloquenza a Pavia, il titolo di storiografo del Regno d’Italia, onorificenze e premi vari. L’opera più seria e di maggiore impegno di quegli anni resta la traduzione dell’Iliade che portò a termine dopo averne a lungo accarezzato il disegno, e che, pubblicata nel 1810, venne subito accolta con favore e riconosciuta per quel capolavoro che è.
Dopo il 1815, con la Restaurazione, il Monti, che aveva esaltato i clericali e i giacobini, il papa e Napoleone, la rivoluzione e l’impero, fu costretto ad un ultimo voltafaccia e si accinse con vena ormai stanca ad ingraziarsi gli Austriaci (con il Mistico omaggio, con il Ritorno di Astrea), meravigliato di non vedere accolte con simpatia dai nuovi padroni le sue adulazioni.
Gli ultimi anni – amareggiati da lutti familiari, dalla solitudine e dalle malattie – videro il vecchio poeta impegnarsi attivamente nelle dispute sulla lingua, per le quali scrisse le vivaci pagine della Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al vocabolario della Crusca (1817-24), e nelle polemiche contro il romanticismo con il Sermone sulla mitologia (1825), mentre frattanto attendeva ancora a limare e a rifinire uno tra i più belli dei suoi poemetti mitologici, la Feroniade.
Vincenzo Monti morì a Milano nell’ottobre del 1828.
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[1] Ennio Quirino Visconti (Roma, 1751 – Parigi, 1818), archeologo, politico e museologo, nacque dal prefetto pontificio per le antichità Giovanni Battista Antonio Visconti. Collaborò con il padre per l’edizione di un catalogo per la collezione del Museo Pio-Clementino. In seguito proseguì da solo l’opera del padre e divenne conservatore dei Musei Capitolini di Roma e console della Repubblica romana del 1798-1799. Nel 1799 si recò a Parigi come rifugiato politico, e divenne curatore delle antichità al Louvre. Nel 1803 divenne professore e membro dell’Institut de France. Si occupò di iconografia greca e di plastica romana. Scrisse anche il primo volume sulla iconografia romana che per molti anni ha costituito il punto di riferimento sull’argomento. I rimanenti tre volumi furono pubblicati, dopo la sua morte.
[2] Pio VI, al secolo Angelo Onofrio Melchiorre Natale Giovanni Antonio detto Giovanni Angelo o Giannangelo Braschi (Cesena, 1717 – Valence-sur-Rhône, 1799), nacque dal conte Marco Aurelio Tommaso Braschi e dalla contessa Anna Teresa Bandi, figlio primogenito di una numerosa famiglia di otto figli. Studiò nel seminario locale retto dai Gesuiti e a soli 18 anni si laureò in utroque iure all’Università di Cesena (1735) e in seguito completò i suoi studi di giurisprudenza all’Università di Ferrara. Divenuto segretario del cardinal legato, Tommaso Ruffo, nel 1740, come suo assistente, si recò a Roma, in occasione del conclave che elesse il successore di Clemente XII. Nel 1744 organizzò in maniera efficace la difesa della città di Velletri durante la battaglia tra forze austriache e napoletane nell’ambito della guerra di successione austriaca. Nel 1746 il pontefice Benedetto XIV lo inviò a Napoli per risolvere dei conflitti giurisdizionali sorti tra Roma e il regno borbonico per i tribunali vescovili: come ricompensa per il successo ottenuto venne nominato monsignore col titolo di cappellano privato di Sua Santità. Nel 1753 il Papa lo nominò suo segretario. Nel 1773 il pontefice Clemente XIV lo creò cardinale presbitero con il titolo di Sant’Onofrio. Nel 1774 venne eletto papa. Negli ultimi anni del suo pontificato si trovò ad affrontare la tempesta della rivoluzione francese. Condannata la costituzione civile del clero (1791), fu costretto a riconoscere la Repubblica Francese e a cedere parte dei domini pontifici a Napoleone con la pace di Tolentino (1797). Con la proclamazione della Repubblica Romana fu condotto prigioniero in Francia, dove morì.
