Con il crollo della Repubblica ed il ritorno a Napoli dei Borboni nel 1799, si aprì per la cultura partenopea un periodo irto di difficoltà. Molti dei migliori intellettuali vennero fucilati o furono costretti a prendere la via dell’esilio, e così la capitale del regno borbonico perse ben presto la sua preminenza culturale. Ed è proprio attraverso questi esuli meridionali e alle loro relazioni di amicizia che li legarono ai maggiori rappresentanti della nostra cultura ottocentesca, che la cultura napoletana, nutrita di studi storici, giuridici, economici e di pensiero vichiano, si salvò e poté portare nei centri del Nord quel cospicuo contributo educativo di formazione e di orientamento della nostra coscienza nazionale.
V’era fra questi il medico Francesco Lomonaco (Montalbano Jonico, 1772 – Pavia, 1810), che sulla caduta della Repubblica Napoletana, scrisse un libello intitolato Rapporto al cittadino Carnot (1800), che può essere considerato la prima eloquente protesta contro la reazione borbonica nonché la prima affermazione di un ideale unitario italiano. Tale Rapporto, non solo procurò fama e popolarità all’autore, facendolo conoscere nei salotti letterari ed a quanti dicevano di avere a cuore le sorti della Patria, affascinati dalle sue idee unitarie (fra questi Ugo Foscolo e il giovane Alessandro Manzoni), ma diede altresì inizio anche ad un’inedita e nutrita serie di scritti simili da parte di altri autori, che avevano ormai preso il via a denunciare le tante ingiustizie perpetrate in Italia, soprattutto a causa della sua frammentazione politica. Lomonaco scrisse poi le Vite degli eccellenti italiani (1802) e le Vite dei famosi capitani d’Italia (1804).
Anche il cosentino Francesco Saverio Salfi (Cosenza, 1759 – Parigi, 1832), letterato, politico e librettista, oltre a liriche su Napoleone, alcuni versi sulla vicenda di Ugo di Bassville (in antitesi al Monti) e pure alcune tragedie di intonazione alfieriana, scrisse due discorsi storici, Dell’uso dell’istoria (1807) e Dell’influenza della storia (1815), nonché L’Italie au dix-neuvième siècle (1821). Fu inoltre tra i redattori della Revue encyclopédique, editore degli ultimi volumi Histoire littéraire d’Italie, ma soprattutto scrisse il Manuale della storia della letteratura italiana, pubblicato postumo nel 1834, in cui diede una rappresentazione accuratissima, che è a tutt’oggi la più ricca, della letteratura del XVI e del XVII secolo.
Ben altrimenti considerevole e degna d’essere ricordata è l’opera di Vincenzo Cuoco, figura di storico e di politico tra le più vive dell’Italia napoleonica. Il Cuoco era nato a Civitacampomarano (l’odierna Campobasso) nel 1770. Il padre era avvocato e studioso di economia, e da lui Vincenzo ereditò la passione per gli studi storici ed economici che approfondì a Napoli dove esercitò la professione forense. Con l’arrivo dei Francesi, si mostrò favorevole alla Repubblica Partenopea, e pur non avendo un posto di primo piano nell’organizzazione della repubblica, fu saggio consigliere di realismo politico ed ebbe parte nella scoperta e denuncia della congiura filoborbonica dei Baccher[1]. Con la caduta della Repubblica Partenopea conobbe il carcere per alcuni mesi, venendo inoltre condannato alla confisca dei beni e quindi costretto all’esilio in Francia; ma, pochi mesi dopo, la vittoria di Marengo gli permise di rientrare in Italia e di stabilirsi a Milano, dove conobbe Manzoni e Foscolo. Dedicatosi al giornalismo, pubblicò numerosi articoli per il Redattore italiano, divenuto più tardi per sua iniziativa Giornale italiano. Contemporaneamente, pubblicava il Saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799 (1801) e il romanzo Platone in Italia (1806). Dopo la nuova fuga dei Borboni, fece ritorno a Napoli, dove riprese la carriera di giornalista, scrivendo articoli per il Corriere di Napoli. Molto stimato sia da Giuseppe Bonaparte[2] che da Gioacchino Murat[3], ottenne numerosi incarichi ufficiali che gli permisero di intervenire personalmente nella gestione della cosa pubblica, dando il suo maggiore contributo per la riforma della pubblica istruzione e per la soluzione di vari problemi connessi a quella che fu poi chiamata la “questione meridionale”. Dopo il Congresso di Vienna, tornati i Borboni, sebbene non fosse stato esonerato da quegli incarichi, si ritirò a vita privata. Morì nel 1823, a causa di una malattia mentale che lo aveva ridotto l’ombra di se stesso.
Divenuto scrittore più per caso che per vera e propria scelta di vita, il Cuoco è certo, fra gli scrittori in prosa del suo tempo, il più scevro dagli inutili orpelli del discorso, da ogni pittoricismo, dall’oratoria vuota ed esteriore: insomma, egli è più uno scrittore di cose che di parole. Il suo Saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799 è un’opera originale e vivace, che si vale di uno stile asciutto e senza enfasi, per darci non una storia di cose memorabili o appariscenti, ma una sintesi di concetti; non tanto una storia dei fatti, quanto quella delle idee; non tanto la cronaca degli avvenimenti, quanto la ragione e il nesso che li lega, veduti storicisticamente, in una trama. Ed è proprio questa una delle più importanti caratteristiche del Saggio: il concedere poco o nulla all’affetto e al sentimento, sebbene sotto la dura scorza dell’analista, del patologo, si nasconda il patriota onorato, l’uomo che soffre per le rovine della propria terra e per le sventure del suo popolo. Come giustamente disse il Croce il Saggio è un’«opera capitale di pensiero storico» ed il grande pregio del Cuoco è il dono di saper cogliere i lati positivi o negativi delle cose procedendo per via di contrasti continui fra i propositi e i fatti, fra le teorie astratte e la pratica. E da qui scaturisce anche l’ironia di questo scrittore (anche se sarebbe più esatto parlare di sarcasmo), che a tratti ricorda, anticipandola, l’ironia – più lieve e meno corrosiva – delle pagine storiche del Manzoni.
Di tutt’altra portata è, invece, il romanzo Platone in Italia, che ricalca le idee espresse dal Vico nel suo De antiquissima Italorum sapientia. Si tratta di un romanzo epistolare che l’autore finge di aver tradotto da un manoscritto greco trovato da suo nonno a Eraclea in una casa di campagna, e in cui sarebbero riprodotte le lettere dove il grande filosofo descrive il suo viaggio nella Magna Grecia e traccia un quadro della antica civiltà italica. Ciò che il Cuoco tenta di sostenere è il primato della civiltà dell’Italia, anteriore alla Grecia nel pensiero, nella cultura e nella politica. Ma l’opera è di ben scarso valore artistico. Tutta giocata tra l’ispirazione fantastica ed i propositi dottrinali, essa non riesce, neppure stilisticamente, a raggiungere una certa unità ed organicità. «Il Cuoco scrittore è tutt’intero nel Saggio, dove egli attua istintivamente il suo ideale di eloquenza popolare, senza fronzoli e senza aridità altrettanto aliena dagli espedienti rettorici di scuola, quanto esperta a derivare potenza di commozione e concitazione di ritmo dall’evidenza dei fatti e dalla “forza segreta ma irresistibile” delle idee trasformate in sentimenti e sostanza di fede. Soltanto in quest’opera al Cuoco è riuscito di raggiungere l’equilibrio fra le due forze più ricche, e in parte contrastanti, del suo temperamento: l’intelligenza storica lucida e spregiudicata e il fervore del missionario e del pedagogo inteso a costruire progetti e miti per l’azione futura e per l’educazione del popolo; e questo equilibrio si è tradotto in un modello di stile oratorio, che deriva la sua sicura efficacia, non dalla grossolana e sommaria concitazione, bensì dalla concretezza e solidità del discorso, condensato in rapide formule apodittiche, proprio il contrario di “quella specie di eloquenza che allora predominava (com’egli dice), e per la quale la parola più energica si preferiva sempre alla più esatta”»[4].
Considerevole e degna di ricordo, sebbene carente di documentazione, è pure l’opera di Pietro Colletta, nato a Napoli nel 1775 da Antonio, avvocato, e da Maria Saveria Gadaleta. Il Colletta studiò dapprima diritto, ma poi entrò nel collegio militare divenendo ufficiale del genio. Nel 1799 partecipò con i repubblicani alla difesa di Castel dell’Ovo e perciò venne incarcerato dai Borboni. Al ritorno dei francesi poté uscire dal carcere e riprendere la vita militare, raccogliendo onori e fortuna. Tornati i Borboni conservò le cariche ricoperte con il Murat, ma nel 1820 aderì nuovamente alla rivoluzione, divenendo nel ’21 ministro della guerra; così che, caduto il governo costituzionale, venne nuovamente arrestato e condannato all’esilio in Moravia. Nel 1823 poté stabilirsi in Toscana, e a Firenze conobbe e strinse amicizia col Giordani, il Capponi e il Leopardi. Tra il 1826 e il 1831 (anno della sua morte) scrisse la sua Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825, che venne pubblicata postuma in Svizzera a cura del Capponi nel 1834.
La Storia del reame di Napoli suscitò, al suo apparire, numerose e vivacissime polemiche. E certamente essa presenta numerosi errori dovuti in gran parte, come si è già detto, alla mancanza di una paziente documentazione; ma nonostante ciò, essa ebbe grandissima importanza politica, divenendo un implacabile atto di accusa contro la dinastia dei Borboni. Ma se lo storico è in difetto e rivela la mancanza di quell’acutezza di analisi che era invece il pregio del Cuoco, lo scrittore riesce a raggiungere i vertici dell’arte. E le sue pagine – che devono il ritmo sostenuto e nobilmente decoroso agli espedienti retorici, alla costruzione tacitiana della frase, alla cura attentissima dedicata alla scelta delle parole, allo scrupoloso “lavoro di lima” – si animano, nella descrizione di fatti eccezionali o di casi umani e pietosi, di una malinconia, di un rammarico, di una passione, che arrivano al puro lirismo.
Un posto del tutto particolare va riservato al piemontese Carlo Botta Nato nel 1766 a San Giorgio Canavese da Ignazio e Delfina Boggio. A vent’anni si laureò in medicina, divenendo poco dopo “dottore aggregato” presso il collegio medico universitario. Ne maggio del 1794, a causa dei suoi sentimenti politici antisabaudi, filofrancesi e repubblicani, il Botta venne arrestato. Fu scarcerato nel 1795 e nel 1796 fu nominato medico militare dell’armata francese delle Alpi. Nel 1799 fece parte del Governo provvisorio della Nazione Piemontese, istituito dopo la partenza per l’esilio dei Savoia, e nel 1802 si dichiarò favorevole all’annessione del Piemonte alla Francia. Con il ritorno dei Savoia in Piemonte nel 1814, si ritirò a vita privata ma, per sfuggire alla persecuzione del governo sabaudo, fu costretto a rifugiarsi in Francia, assumendone anche la cittadinanza. Nel 1824 pubblicò l’opera più importante, la Storia d’Italia dal 1789 al 1814, che a Firenze, nel 1830, vinse il concorso bandito dall’Accademia della Crusca. Nel 1832 uscì La Storia d’Italia continuata da quella del Guicciardini fino al 1789, in 10 volumi, opera accurata che non si basava però su fonti autorevoli. Carlo Botta morì in completa povertà nel 1837.
Oltre alle due opere già citate, il Botta scrisse anche la Proposizione ai Lombardi di una maniera di governo libero (1897), la Storia naturale e medica dell’isola di Corfù (1798), i Souvenirs d’un voyage en Dalmatie (1802), la Storia della guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America (1809) ed il poema Camillo (1815).
A differenza del Colletta e ancor più del Cuoco, lo scrittore piemontese si mostra poco accline all’indagine storica e psicologica. Certo non gli difettano i residui della cultura settecentesca, ma il gusto tutto esteriore verso i moduli classici e la sua storiografia esclusivamente letteraria si appoggiano ad una eccessiva e arbitraria pedanteria. Il suo tono è solenne e paludato, la sua prosa è capziosa e di dubbio gusto ed il suo stile, lontano dalla chiarezza e dalla coerenza di un Giordani, è goffo e poco sicuro. Anche il suo purismo linguistico «è alquanto empirico e frettoloso: semina gli arcaismi nei suoi periodi, senza riuscire a un soddisfacente impasto dei modi lessicali; ondeggia fra lo stile ampio e fiorito delle prose cinquecentesche e la maniera tacitiana del fraseggiare rotto, breve, nervoso: e spesso si ha l’impressione che una tale diseguaglianza di procedimenti tecnici non risponda affatto a una necessità della materia, e che lo stilista si venga di volta in volta esercitando un po’ a caso in margine ai suoi temi, non senza una certa goffaggine e un certo sforzo. Perché il Botta è stilista, non tanto per istinto, quanto per un impegno di volontà caparbia: e perciò nelle sue opere accade di sentire quasi sempre un distacco e una sproporzione tra la forma, elaboratissima e pur approssimativa, e la fantasia che aderisce con prontezza ai motivi eroici, drammatici, romanzeschi, descrittivi del racconto»[5].
***NOTE AL TESTO***
[1] I Baccher erano una famiglia di banchieri di origine svizzera. Filoborbonici e desiderosi di veder tornare la monarchia a regnare su Napoli, ordirono una congiura per rovesciare la Repubblica. Luisa Sanfelice, venuta a conoscenza di ciò, chiese a Gerardo Baccher (perdutamente innamorato di lei) un salvacondotto per sfuggire alle eventuali conseguenze della congiura, cedendolo poi al suo amante Ferdinando Ferri, ufficiale della Repubblica che denunciò il fatto sventando la congiura. Evitato il pericolo, i Baccher furono condannati a morte e Luisa Sanfelice divenne indirettamente la salvatrice della Repubblica. Con il ritorno dei Borboni il tradimento di cui la donna fu artefice non fu perdonato: condannata a morte la Sanfelice fu giustiziata l’11 settembre 1800, in un atto di pura vendetta.
[2] Giuseppe Bonaparte (Corte 1768 – Firenze 1844) fratello maggiore di Napoleone, dopo la vittoriosa insurrezione di Pasquale Paoli, lascò la Corsica e si rifugiò in Francia. Proclamato re di Napoli nel 1806, avviò importanti riforme che furono completate dal Murat, che divenne suo successore quando cinse la corona di Spagna nel 1808. Rifugiatosi in Svizzera alla caduta di Napoleone (1813), fu ancora accanto al fratello durante i cento giorni. Dopo la sconfitta definitiva visse negli Stati Uniti, in Inghilterra e infine a Firenze.
[3] Gioacchino Murat (Labastide-Fortunière, 1767 – Pizzo, 1815), generale francese, maresciallo dell’Impero napoleonico e re di Napoli, era l’ultimo degli undici figli di una coppia di locandieri. Fu stretto collaboratore di Napoleone nelle campagne d’Italia, d’Egitto, nel colpo di stato, a Marengo e ad Austerliz. Sposò una sorella di Napoleone nel 1808 e lo stesso anno successe a Giuseppe Bonaparte sul trono di Napoli. Continuò l’opera riformatrice del suo predecessore nella costruzione di una moderna monarchia amministrativa. Dopo la battaglia di Lipsia (1813), attraverso contatti e accordi con Austria e Inghilterra cercò di farsi riconoscere dalle potenze europee quale legittimo regnante delle Due Sicilie. Ma le negative avvisaglie del congresso di Vienna, favorevoli alla restaurazione sul trono di Napoli dei Borbone, indussero Murat ad invadere lo stato pontificio. Sconfitto dalle truppe austriache prima a Occhiobello e poi a Tolentino (1815), si imbarcò per Cannes, rifugiandosi poi in Corsica, da dove organizzò una spedizione militare per riconquistare il regno. Partito da Ajaccio, a causa di una tempesta fu costretto a sbarcare in un porticciolo della Calabria e, intercettato dalla gendarmeria borbonica, venne catturato e fucilato.
[4] Sapegno Natalino, Compendio di storia della letteratura italiana, Vol. III, La Nuova Italia, Firenze, 1981, pag. 6.
[5] Sapegno Natalino, ibidem, pag. 19-20.
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