1) LE PRIME POLEMICHE – 2) PIETRO BORSIERI – 3) GIOVANNI BERCHET – 4) ERMES VISCONTI – 5) LUDOVICO DI BREME
Le prime polemiche
«Se per avvertire l’influenza, o almeno il diffondersi, in Italia delle posizioni romantiche europee non occorre aspettare il 1816, certo è che solo in quell’anno il problema della «poesia romantica» esplose presso di noi. È alla Staël[1] […], che si deve il sorgere della polemica. La Staël aveva trovato nella Germania l’esempio di un rinnovamento ideale della letteratura da additare ai suoi connazionali in un’età di imperante, ufficiale neoclassicismo: in Italia trovò il modello di una condizione umana patetica, sentimentale, scoperse la malinconia delle rovine e un grande passato artistico capace di volgere gli animi alle più squisite finezze: così nacque la Corinna (1807). Questo libro è la testimonianza del sincero affetto che la scrittrice francese ebbe per l’Italia. La condizione che troviamo alla base della lettera, pubblicata nel 1816 sulla milanese Biblioteca italiana[2], Sulla maniera e sull’utilità delle traduzioni è la sostanziale divaricazione che la Staël vedeva presso di noi tra vita e cultura.
Con le sue aperture e con i suoi limiti questa famosa lettera condizionerà lo svolgimento della polemica e in buona parte (fuori cioè dalle punte delle personalità maggiori, il Manzoni, il Leopardi, che perverranno, sia intellettualmente sia poeticamente, a ben più complesse sintesi dei materiali apprestati loro dalla civiltà primo ottocentesca) dell’intera letteratura italiana dell’età romantica. Limite principale, e grave, è che, per quanto la Staël stessa confusamente lamentasse che gli italiani non conoscevano le conquiste dell’idealismo tedesco ed erano filosoficamente fermi all’illuminismo e alle sue derivazioni sensistiche e ideologistiche, tuttavia essa stessa dell’idealismo tedesco non aveva chiara nozione e il Romanticismo tedesco le era noto nelle impostazioni più deboli e ambigue di August Wilhelm Schlegel compendiate nel Corso di letteratura drammatica. In quella lettera ella intendeva incitare gli italiani a prendere contatto con culture diverse da quella tradizionale, culture fondate su un rapporto vivo col popolo, e pertanto consigliava di tradurre dalle letterature inglese e tedesca, di attingere piuttosto ad esse che non alle letterature classiche oramai lontane dalla coscienza dei lettori, di liberarsi della mitologia a questi ultimi totalmente estranea, di invogliarsi di una essenziale verità di concetti e di una disadorna semplicità dello stile. Questo invito ella fondava sulla distinzione di poesia classica, dotta e regolistica, e poesia romantica, ingenua e libera: aggiungendo (e anche complicando prospettive diverse) che la prima era prodotto dei popoli meridionali, la seconda dei settentrionali, la prima senz’altro degli antichi, la seconda dei moderni, la prima aveva per contenuto le istituzioni greche e romane, la seconda la cavalleria. Ingenua materializzazione, contrapposizione tra epoche e contenuti, piuttosto che tra atteggiamenti poetici del presente, che derivava dalla già avanzata materializzazione compiuta da August W. Schlegel»[3].
Come è facile intuire, l’articolo della de Staël fu il punto di partenza di una controversia classico‑romatica che si trascinò per circa un decennio e alla quale parteciparono, in favore dell’una o dell’altra parte, tutti i maggiori scrittori dell’epoca. Infatti, in difesa di un non ben chiaro patriottismo letterario, si schierarono tutti gli scrittori classici, tra i quali primeggiarono il Monti ed il Giordani (che pure aveva condotto la traduzione dell’articolo della scrittrice francese). Ed è proprio al Giordani che spetta il merito di avere per primo enunciato con chiarezza e fermezza i principi dei classicisti: alle proposte della de Staël egli oppose un secco rifiuto ritenendo inutile un allargamento degli orizzonti culturali italiani in senso europeo, dal momento che, a suo parere, gli scrittori “oltremontani” non potevano essere di alcun aiuto in quello che doveva essere il compito principe di un letterato italiano, cioè favorire il ritorno alla purezza della lingua. Dall’altra parte, risposero il Berchet con la Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, il Borsieri con le sue Avventure letterarie di un giorno, il Di Breme con il suo scritto Sull’ingiustizia di alcuni giudizi letterari italiani, e lo stesso Manzoni con la sua Lettre a Monsieur Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie. Estraneo a queste polemiche rimase invece il Foscolo, sebbene la sua prolusione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, tenuta a Pavia nel 1809, possa essere considerata come il primo manifesto romantico in Italia.
Non si dimentichino comunque, per capire il nostro romanticismo, due punti importanti: che le prime polemiche romantiche si svolgono a Milano e che prendono l’avvio in quel particolare clima storico seguito all’età napoleonica, detto della Restaurazione. Se l’Italia nella seconda metà del Settecento aveva avuto due centri culturali, Milano e Napoli, agli inizi del nuovo secolo restava solo il capoluogo lombardo, dopo che nel Sud la feroce repressione borbonica, seguita all’esperienza repubblicana del 1799, aveva disperso il fior fiore della cultura meridionale. E a Milano, portati dalle vicende politiche troviamo il Monti e il Foscolo, esponenti l’uno e l’altro di mondi culturali solo in apparenza affini ma in realtà profondamente diversi. Nel primo la letteratura assolve a un compito celebrativo e cortigiano e pur nello splendore delle forme e nella inesauribile bravura dell’artista, rappresenta l’esempio più tipico della vecchia letteratura, vuota o assai povera di contenuti etici, politici, umani. Mentre la coerenza morale dell’altro, la sua percezione estremamente sensibile dei legami fra letteratura e vita politica, tra lingua e vita sociale, si costituiscono come esempio ai giovani, e come una lezione destinata a durare lungo tutto l’arco risorgimentale.
In quella Milano che già vide battaglieri i giovani di un’altra generazione (i patrizi del Caffè, a cui si è prima accennato: i Verri, Beccaria, ecc.), l’eredità illuministica si viene dunque a saldare coi bisogni che i tempi nuovi sono venuti maturando. In primo luogo l’esigenza di libertà: libertà politica; libertà espressiva che rifiuta le regole, l’imitazione, la mitologia (bestia nera dei nostri romantici, mentre per i tedeschi una mitologia è comunque necessaria) e le unità aristoteliche, affossatrici dell’ispirazione e della spontaneità. Ma dietro alle polemiche romantiche si celava una battaglia più impegnativa, per la quale si venivano affilando le armi: la lotta per l’indipendenza e l’unità del paese contro l’imperialismo austriaco. In comune con i tedeschi i nostri romantici non sembrano avere molto, ma il desiderio di rinnovamento, lo storicismo che sulle orme di Vico si viene affermando, la rivalutazione del sentimento, l’accento posto sulla individualità dell’opera d’arte, sono aspetti che bastano a riconoscere loro non solo una funzione storico-letteraria di primo piano, ma una grande importanza politica, poiché la gran parte di essi (si pensi al Pellico, al Borsieri, al Berchet) ha pagato di persona, e duramente, l’impegno posto al rinnovamento della vita letteraria e civile. Mentre certi postulati romantici, come lo sfrenato individualismo, la concezione della poesia come rifugio dalla tristezza e dalla noia della realtà quotidiana, ignorati o lasciati in secondo piano dai circoli romantici di Milano, saranno propri del Foscolo e del Leopardi.
Interessantissima quindi, dal punto di vista di tutto quanto si è detto fino ad ora, è la vicenda del periodico milanese, pubblicato con cadenza bisettimanale, Il Conciliatore, fondato nel 1818 da Silvio Pellico e Giovanni Berchet, e soppresso poi dagli austriaci nel 1819. Finanziatori del giornale furono due ricchissimi proprietari terrieri, il Porro[4] e il Confalonieri[5], di antica e nobile casata, che affidarono la pubblicazione allo stampatore Vincenzo Ferrario[6]. Al giornale collaborarono molti dei maggiori esponenti della cultura italiana dell’epoca, quali Ermes Visconti per la parte filosofica e letteraria, Gian Domenico Romagnosi[7] per la parte giuridica e politica, per la parte economica il Pecchio[8]. Non vi collaborò invece il Manzoni, che pur tuttavia rimase il più tenace e coerente sostenitore delle idee propugnate dal gruppo romantico lombardo, idee che poi confluirono tutte nel suo capolavoro I promessi sposi, che rimane l’esempio più autorevole della letteratura romantica italiana.
Se le tendenze europeistiche dei collaboratori del Conciliatore sembrano suggerire uno stretto rapporto di condotta tra il Romanticismo dei paesi europei di grande tradizione letteraria ed il Romanticismo lombardo, maturato piuttosto tardivamente e – come s’è già detto – senza rompere definitivamente con le idee illuministiche (basti pensare, appunto, che tutti i capisaldi della polemica portata avanti dagli scrittori lombardi, quali l’esigenza di una cultura più diffusa o la necessità di una letteratura popolare che sia espressione della società, sono rintracciabili nelle idee degli scrittori del Caffè), per meglio comprendere come il movimento si sia potuto diffondere anche nell’Italia centrale e meridionale è opportuno esaminare il contrasto creatosi tra le idee dei romantici lombardi e quelle del giovane Leopardi, che circa nel 1819 avrebbe vissuto quella crisi che lo avrebbe portato ad animare in un senso più romantico il suo classicismo formale. Pur relegato nel chiuso angolo di Recanati, il giovane Leopardi seguiva con attenzione i fermenti culturali dei grandi centri e soprattutto Milano. Alla redazione della Biblioteca italiana, aveva infatti indirizzato una lettera nel 1816, intervenendo nella polemica scaturita a causa del già citato scritto della Madame de Staël, che conteneva argomenti assai vicini a quelli del Giordani, con il quale aveva iniziato ad intrecciare un fitto carteggio, ribadendo che gli antichi e la loro poesia rimanevano un modello insuperabile di perfezione. Tuttavia, sicuramente senza rendersene conto, egli finì col trascendere gli argomenti e le tesi dei classicisti, per attestarsi in una posizione letteraria tutta sua che è di stampo nettamente romantico. Infatti, l’affermazione del valore autonomo della poesia contro il tentativo di darle per oggetto il vero, l’identificazione della poesia con il mondo della fanciullezza e dell’umanità primitiva, la considerazione del “patetico” e cioè della profondità e della vastità dei sentimenti, non pongono il Leopardi in contrasto con il Romanticismo europeo in generale, ma piuttosto con il Romanticismo lombardo. A questo punto, se si pensa all’influenza che il Leopardi, ancor più che il Manzoni, esercitò nella cultura dell’Italia meridionale, ed in modo particolare su quella napoletana, dalla quale doveva sorgere l’astro luminoso (e non solo in campo italiano ma addirittura in campo europeo) del pensiero critico ed estetico di Francesco De Sanctis; e se si pensa ancora all’importanza che tale pensiero, estendendo i propri orizzonti al naturalismo di fine secolo dedicò a quel naturalismo che era connaturato nelle origini stesse del Roamticismo lombardo, saranno state sufficientemente chiarite le componenti essenziali della vicenda storica del Romanticismo italiano, tutto articolato sui temi della popolarità dell’arte, del rapporto tra arte e società, del “vero” come unico ed insostituibile oggetto dell’arte, dell’irrazionalità dell’ispirazione poetica.
«La prima caratteristica che balza agli occhi negli scritti programmatici dei romantici del gruppo lombardo è appunto la loro moderazione, l’assenza di ogni affermazione troppo spinta, il tono “conciliante” con cui si collocano di fronte alla tradizione classica. Essi sentono fortemente i loro legami con la più recente cultura settecentesca, e non di rado li sottolineano richiamandosi, oltre che al grande nome del Vico, anche al Gravina, al Cesarotti, al Parini, agli uomini del Caffè. Alieni da ogni preoccupazione troppo strettamente teorica, si muovono con un certo impaccio nell’ambito dell’estetica propriamente detta, e quando son costretti a trattare del concetto generale dell’arte ricascano senza accorgersene nelle vecchie formule e si valgono di una terminologia antiquata; del resto, dell’estetica dell’idealismo tedesco hanno per lo più una nozione alquanto vaga e indiretta (solo il Visconti ha maggiori pretese filosofiche, non accompagnate per altro da pari vigore speculativo; donde il tono più scolastico e schematico dei suoi saggi). Nel complesso essi pongono l’accento piuttosto sulla novità di una poetica, sulla riforma del gusto e della sensibilità; sulla necessità di una letteratura nuova, più veramente moderna, e quindi umana, cordiale, popolare. E poiché essi si innestano sul solido tronco del moralismo lombardo e son cresciuti alla scuola di Parini e di Verri, arte moderna significa per essi arte impregnata di ragioni morali e civili, radicata nei problemi nazionali e nella cultura del tempo, e quindi cristiana e liberale. Sicché all’estenuato classicismo che ancora sopravvive essi muovono soprattutto l’accusa di vivere in un’area rarefatta e di scuola, donde la sua mancanza di interesse, la sua incapacità di presa sull’accresciuta schiera dei lettori vivi, che si reclutano ormai al di fuori dei ristretti cenacoli letterari. Non si tratta dunque di rifiutare la propria ammirazione alla grande poesia dei classici; solo di non ostinarti in una vacua esercitazione stilistica, in un’imitazione fredda e servile di opere, che già furono conformi allo spirito del loro tempo, ma nelle quali sarebbe vana impresa tentar di calare le infinite conquiste e i progressi della spiritualità moderna. Nati al vertice di una lunga era di civiltà cristiana, più che dei latini e dei greci, noi possiamo considerarci figli – osserva il di Breme – dei grandi poeti rappresentativi delle nuove letterature cristiane e romanze, di Dante e Petrarca, di Ariosto e Tasso; e a quelli dobbiamo ricongiungerci idealmente, sopprimendo per così dire l’intervallo costituito dalla sovrapposta cultura umanistica, mettendo in non cale il nefasto insegnamento di quegli “astiosi ed incomodi” fuoriusciti di Bisanzio, che nel secolo XIII vennero a “mischiarci di grammaticherie e sofisticherie il patrimonio paterno”, a organizzare “officine di ricopiatura, a ridurre tutta quanta la ragion letteraria e filosofica a meccanismo, e ad allacciare gli ingegni con dei rituali poetici”. Dagli antichi (e non da questi pedanti ricopiatori) potremo apprender piuttosto come ci si accosti in modo diretto e senza schermi alla natura; li imiteremo nella loro spontaneità, non nei limiti della loro cultura e della loro sensibilità precristiana: “impareremo dai greci, e da quanti furono quindi nei secoli di poi, a non ricopiare mai più né greci né latini, ma bensì ad emularli, gareggiando con essi nello sviscerare la natura ideale, modificata secondo i vari tempi, e nello spaziare generosamente e grandiosamente per la immensità del cuore umano”.
Il motivo antiumanistico e l’altro, strettamente legato ad esso, educativo e morale porgono la trama anche alla Lettera semiseria del Berchet, che fu il più fortunato e polemicamente il più efficace tra questi manifesti letterari. […] Nella parte più nuova e positiva del suo scritto, il Berchet svolge il suo concetto di poesia “popolare” […]. Fra il volgo degli analfabeti […], e il gusto schifiltoso e decadente dei raffinatissimi […], sta di mezzo il “popolo”, la vasta categoria cioè di quelli che sono mossi a leggere dai loro interessi intellettuali e fantastici, al di fuori di ogni pedanteria e di ogni boria di cenacolo. A questo popolo che non sa nulla di regole astratte e di schemi consacrati e tradizionali, devono andare incontro con le loro opere i letterati, uscendo finalmente dalle loro torri d’avorio, per creare una letteratura che sia viva e moderna. […] Tutto ciò comporta, si capisce, da una parte un rinnovamento profondo degli strumenti espressivi, un linguaggio più semplice, più umano, più diretto; dall’atra parte un rinnovamento del contenuto, la ricerca di temi veramente capaci di interessare e di educare una più vasta cerchia di lettori. […] Questa forte tendenza a subordinare la letteratura a una regione educativa e morale (tendenza in cui si fondono l’eredità della scuola lombarda e pariniana e le nuove esigenze della rivoluzione liberale) è caratteristica non solo della poetica del Berchet, bensì di tutto il gruppo del Conciliatore. Essa ricompare nel Borsieri (il fine della letteratura è “d’illuminare il vero e giovare per la via del diletto alla coltura della moltitudine”) e nel Visconti (“lo scopo estetico dei versi conviene subordinarlo allo scopo eminente di tutti gli studi, il perfezionamento dell’umanità, il bene pubblico e il bene privato”); e ritornerà ancora come motivo dominante nella poetica manzoniana»[9].
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[1] Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein, meglio nota con il nome di Madame de Staël (Parigi, 1766 – Parigi, 1817), figlia di Jacques Necker (ministro delle finanze del re di Francia Luigi XVI) e di Suzanne Curchod, durante il suo soggiorno quinquennale a Losanna, si giovò di una formazione accademica frequentando il salotto letterario organizzato dalla madre. Dopo il matrimonio con il barone de Staël-Holstein, ambasciatore svedese presso il governo francese, Anne-Louise diede vita a un proprio circolo culturale ospitando alcuni dei maggiori intellettuali dell’epoca. Con il nome di “Madame de Staël” intraprese la carriera letteraria, raccogliendo sollecitazioni culturali dai suoi viaggi [N.d.R.].
[2] La Biblioteca Italiana è stato un periodico letterario pubblicato a Milano dal 1816 al 1840 durante la dominazione asburgica. Ebbe un ruolo importante nel dibattito culturale del primo ’800 italiano, e fu la prima sede della famosa polemica tra classicisti e romantici [N.d.R.].
[3] Binni Walter, Letteratura italiana – Profilo storico – I. Dalle origini al Settecento, in Opere Complete Di Walter Binni – 19, Il Ponte Editore, 2017, pag. 166‑167.
[4] Conte e marchese Luigi Renato Porro Lambertenghi (Como, 1780 – Milano, 1860), patriota, imprenditore e politico italiano, con la Restaurazione, e il ritorno degli austriaci a Milano, fu uno degli animatori del movimento liberale, dedicandosi sia allo sviluppo dell’industria lombarda (introduzione di macchine a vapore nell’industria tessile; sviluppo dell’illuminazione a gas a Milano; navigazione a vapore sul Po; ecc.) sia alla promozione di varie iniziative di carattere economico-sociale.
[5] Conte Federico Confalonieri (Milano, 1785 – Hospental, 1846), patriota italiano, fu uno dei grandi magnati lombardi, potente sotto gli Asburgo e sotto Napoleone. Dopo la Restaurazione aderì alla Carboneria ed alla massoneria. Allo scoppio dei moti del 1820-1821 viaggiò in varie parti della Lombardia e partecipò attivamente all’insurrezione. Venne arrestato nella sua dimora dalla polizia austriaca e fu condannato a morte, pena poi commutata nell’ergastolo da scontare nella prigione asburgica dello Spielberg. Nel 1835 la pena dell’ergastolo venne poi commutata nella deportazione in America. Lasciò Trieste sul brigantino Ippolito il 29 novembre 1836 e sbarcò a New York il 21 febbraio 1837. Nello stesso anno tornò clandestinamente in Italia, poi passò per Francia, Belgio e Svizzera. Animatore del liberalismo antiaustriaco, nel 1839 prese casa a Mendrisio facendo valere un antico diritto di patriziato, ma dopo un breve soggiorno riparò a Parigi. Morì improvvisamente durante un viaggio di trasferimento tra la capitale transalpina e la Lombardia.
[6] Vincenzo Ferrario (Milano, 1768 – Milano, 1844) nacque da Giovanni e da Antonia Lanzavecchia. La prima notizia su di lui risale al 1796, quando fu pubblicata a Milano la sua traduzione dell’operetta di A.-M. Hauterive, Dello stato politico della Francia sotto la di lei Costituzione dell’anno III, che evidentemente dovette segnalarlo sulla scena politica. Il suo interesse per la stampa, e soprattutto per il problema della sua libertà, viene confermato sia con la pubblicazione del Promemoria al ministro degli Affari interni e della relativa Prosecuzione (entrambi del 1797). Con il ritorno degli Austriaci, ottenne, non senza difficoltà e ritardi, la patente di libraio e tipografo nel luglio 1815. Iniziava così la sua più che ventennale attività imprenditoriale nella Milano della Restaurazione, nella quale avrebbe trasfuso una perizia e un’attenzione che gli avrebbero meritato l’apprezzamento di molti intellettuali, primo fra tutti Alessandro Manzoni.
[7] Gian Domenico Romagnosi (Salsomaggiore Terme, 1761 – Milano, 1835), giurista, filosofo ed economista italiano, nacque Bernardino e Marianna Trompelli, studiò dal 1775 nel Collegio Alberoni di Piacenza e nel 1782 si iscrisse all’Università degli Studi di Parma, dove si laureò in Giurisprudenza nel 1786. Dopo aver esercitato per breve tempo la professione di notaio, pubblicò la Genesi del diritto penale (1791), poi Cosa è eguaglianza (1792) e, nel 1793, Cosa è libertà e Primo avviso al popolo, che mostrano simpatie rivoluzionarie. Nel 1799, accusato di giacobinismo, venne incarcerato a Innsbruck per 15 mesi ma venne assolto nel processo: durante la prigionia scrisse Delle leggi dell’umana perfettibilità per servire ai progressi delle scienze e delle arti. Cultore anche di scienze matematiche e fisiche, nel maggio 1802 scoprì gli effetti magnetici dell’elettricità: pubblicò i suoi risultati sui giornali di Trento e Rovereto e inviò una relazione all’Accademia francese delle scienze, ma la comunità scientifica la ignorò. Nel 1820 il fisico danese Hans Christian Ørsted fondò l’elettromagnetismo, conducendo un analogo esperimento (noto come Esperimento di Ørsted) e riconobbe che «la conoscenza dei lavori di Romagnosi avrebbe anticipato la scoperta dell’elettromagnetismo di 18 anni». Nel 1804 insegnò Diritto pubblico nell’Università di Parma, nel 1806 venne chiamato a Milano ad occuparsi della revisione del codice di procedura penale; nel 1807 ottenne la cattedra di Diritto civile all’Università degli Studi di Pavia e pubblicò il discorso Quale sia il governo più adatto a perfezionare la legislazione civili; nel 1809 divenne professore nella «Scuola di Alta legislazione» e ispettore delle scuole di diritto. Nel 1821 venne nuovamente arrestato e incarcerato a Venezia: fu prosciolto dalle accuse ma gli venne vietato l’insegnamento. Durante la detenzione scrisse Dell’insegnamento primitivo delle matematiche che pubblicò nel 1823, mentre del 1824 è l’opera Della condotta delle acque. Nel 1825 uscirono le Istituzioni di civile filosofia ossia di Giurisprudenza Teorica, testo per lezioni da tenere all’Università di Corfù su invito del governo britannico. Dal 1827 al 1835 fu direttore degli Annali Universali di Statistica, rivista specialistica che trattava diversi rami del sapere, dalla storia al commercio all’economia politica; collaborò anche all’Antologia fiorentina del Vieusseux.
[8] Giuseppe Pecchio (Milano, 1785 – Brighton, 1835), politico, storico e scrittore, dal 1810 al 1814 ricoprì la carica di uditore al consiglio di Stato del Regno d’Italia, distinguendosi per la competenza su aspetti economici ed amministrativi. Amico del Confalonieri, partecipò ai moti del 1820-21 e fu per questo costretto all’esilio nel Regno Unito, ove si conquistò la fama di economista, moderno ed originale. Tentò una sistemazione organica degli scritti degli economisti italiani, in Storia dell’economia in Italia (1829), libro che ebbe una traduzione in francese e fu propedeutico a successivi sviluppi dell’economia politica. Tra le altre opere si ricordano la Vita di Ugo Foscolo (1830) e il Saggio storico sull’amministrazione finanziaria dell’ex-regno d’Italia dal 1802 al 1814 (1830), in cui manifestò la sua conoscenza dell’amministrazione in Lombardia durante il periodo napoleonico.
[9] Sapegno Natalino, Compendio di storia della letteratura italiana, Vol. III, La Nuova Italia, Firenze, 1981, pag. 83‑86.
