1) LINEA BIOGRAFICA – 2) IL PENSIERO E LA POETICA – 3) L’ORTIS: LA NASCITA DEL ROMANZO ITALIANO – 4) I SONETTI E LE ODI – 5) CLASSICISMO E ROMANTICISMO NEL CARME DEI SEPOLCRI – 6) LE GRAZIE – 7) FOSCOLO CRITICO – 8) L’EPISTOLARIO E LE ALTRE OPERE FOSCOLIANE
Linea biografica
«Se il Monti è l’espressione più vistosa delle vicende e delle tendenze di gusto, di costume sentimentale, di idee diffuse della sua epoca, il Foscolo (formatosi già nel pieno della crisi rivoluzionaria) è la coscienza poetica profonda dell’età che corre fra la rivoluzione, i suoi riflessi in Italia, la costituzione di stati italiani protetti dai francesi e dominati poi da Napoleone, il drammatico crollo di quella difficile epoca e il passaggio a quella della restaurazione: come lo è delle ideologie di quel difficile periodo e dell’urto fra i residui più arcaici del gusto settecentesco e gli sviluppi del neoclassicismo e del preromanticismo verso l’epoca dominata dal romanticismo.
Dalla profonda e tormentosa partecipazione al proprio tempo nei suoi aspetti culturali, estetici, politici e dalla elaborazione personale della problematica storica scaturisce nello svolgimento dinamico della grande personalità foscoliana una grande poesia vigorosamente individuale e insieme nutrita dei succhi profondi della storia e capace di porre soprattutto poeticamente (ma anche in ambito politico, storico, critico‑estetico) nuovi problemi e di intervenire e incidere così nella stessa storia e nella formazione delle prospettive risorgimentali e nello sviluppo successivo della letteratura italiana, da una parte riprendendo la lezione del massimo poeta italiano di fine Settecento, l’Alfieri, e dall’altra ponendo premesse feconde e problemi ai grandi protagonisti e in genere a tutta la letteratura di primo Ottocento. Personalità drammatica, ma in assidua ricerca di un’armonia superiore che conciliasse le sue laceranti e opposte tendenze, le tensioni del suo mondo passionale e della sua problematica complessa, quella del Foscolo rivela già il suo segno distintivo di irrequieta ricchezza e di crisi mai interamente risolta nella stessa vicenda vitale del poeta, irta di vicende, di passioni, di impeti eroici e di delusioni profonde, di atti e gesti emblematici, di una esperienza e ispirazione non puramente letterarie anche se realizzate soprattutto nella letteratura e nella poesia e con un senso e un possesso profondo dello stile e dei suoi più elaborati strumenti.
E insomma il Foscolo e la sua poesia ben dimostrano ciò che egli insegnava, sulla scorta dell’Alfieri, nella sua poetica e nella sua concezione del letterato, profondamente consapevole delle esigenze dell’arte, ma anzitutto uomo militante, responsabile dei suoi contenuti ideali, impegnato nella vita e nella politica, esperto personalmente delle passioni e del dramma degli uomini e della storia: ben diverso, ripeto ancora, dal Monti, che, per quanto così fortemente legato alle vicende e alle occasioni del tempo, non si sentì mai veramente responsabile dei contenuti e dei temi e problemi cantati, quanto della bella forma e della bella lingua poetica»[1].
Niccolò Foscolo (noto tuttavia con il nome di Ugo) nacque a Zacinto (italianizzazione di Zakynthos, l’odierna Zante, l’isola più a sud dell’arcipelago delle Ionie, che all’epoca appartenevano non alla Grecia ma alla Serenissima) nel 1778, da Andrea, medico di vascello veneziano, e da Diamantina Spathis. Era il maggiore di quattro figli e ebbe un’infanzia tormentata ed irrequieta. Visse dapprima nell’isola natale, poi si trasferì con la famiglia (1785) a Spalato, in Dalmazia (sempre appartenente alla repubblica di Venezia), ed infine, dopo la morte del padre (1788), a Venezia, nella vecchia casa paterna, mostrando un ingegno pronto e precoce, che gli valse l’ammirazione di letterati famosi. Tra il 1793 e il 1797 frequentò la scuola di San Cipriano a Murano (dove ebbe modo di seguire le lezioni del latinista Ubaldo Bregolini[2] e dell’abate Angelo Dalmistro[3], che assecondarono le aspirazioni letterarie del giovane) e in seguito proseguì gli studi presso le pubbliche scuole degli ex-Gesuiti.
Pur non frequentando con regolarità l’università di Padova, acquisì ben presto, grazie alle varie e numerose letture, una profonda e ricca cultura, che comprendeva la conoscenza dei classici latini e greci, degli scrittori italiani antichi e moderni, dei filosofi del ‘700. Ben presto cominciò a scrivere versi di gusto arcadico, soprattutto nel metro e nel linguaggio (alcuni suoi componimenti videro la luce, nel ‘96 e nel ‘97, nell’Anno poetico ossia Raccolta annuale di poesie inedite di autori viventi, almanacco pubblicato a Venezia dal 1793 al 1800 ad opera del Dalmistro), e volendo atteggiarsi a poeta civile scrisse una tragedia di stampo alfieriano, il Tieste, che venne rappresentata con un certo successo al Teatro Sant’Angelo di Venezia (1797).
Frattanto l’abate Morelli[4] l’aveva introdotto nei salotti letterari delle nobildonne veneziane, quello della dotta Giustina Renier Michiel[5] e della sua rivale, la bella Isabella Teotochi Albrizzi[6] (prima grande passione amorosa del poeta, di cui parla nel Sesto tomo dell’io), ove conobbe Ippolito Pindemonte e altri poeti di successo come Aurelio de Giorgi Bertola e Melchiorre Cesarotti. Gli intellettuali più conservatori che frequentavano quei salotti, «e forse lo stesso Pindemonte, dovevano avvertire una qualche diffidenza per le idee rivoluzionarie che egli andava maturando; e, d’altro canto, la rapida evoluzione intellettuale e artistica del Foscolo ergeva un diaframma tra le sue tensioni e un ambiente che scopriva volto al passato. Più affini egli sentì quanti erano legati al Cesarotti, che rappresentava il nuovo sul piano letterario, e quanti inclinavano alle idee di rinnovamento politico provenienti dalla Francia»[7]. Così, nel 1796, più per sfuggire alla polizia del governo veneto, che per ritemprarsi dalla delusione amorosa inflittagli dall’Albrizzi, si trasferì sui Colli Euganei, che alcuni anni più tardi divennero lo sfondo del romanzo Jacopo Ortis.
Sempre nel 1797, dopo il successo del Tieste, era a Bologna dove, entusiasmato per le vittorie di Napoleone, compose l’ode A Bonaparte liberatore e poco dopo si arruolò nei Cacciatori a Cavallo della Cispadana con il grado di tenente. Instauratosi a Venezia un governo democratico, poté far ritorno nella sua città, ma a seguito del trattato di Campoformio – con il quale Napoleone cedeva Venezia all’Austria – fu nuovamente costretto all’esilio. Riparò perciò a Milano, dove conobbe il Parini e strinse amicizia col Monti; si dedicò anche all’attività giornalistica, scrivendo articoli per il Monitore italiano, articoli che erano guardati dall’autorità con scarsa simpatia per la franchezza con cui erano scritti. Soppresso il giornale e venuto meno il suo impiego, il Foscolo ritornò a Bologna dove divenne aiuto cancelliere presso il tribunale criminale. Nel frattempo aveva iniziato a scrivere le Ultime lettere di Jacopo Ortis, che rimase però incompiuto perché il Foscolo si arruolò nuovamente nell’esercito della Repubblica Cisalpina.
Aggregatosi alle truppe del generale Massena, prese parte alla difesa di Genova, dove scrisse l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo. Caduta la città, Foscolo fu costretto a riparare in Francia e poté far ritorno in Italia soltanto dopo la vittoria di Napoleone a Marengo. Gli venne dato il grado di capitano aggiunto e gli furono affidati diversi incarichi in Lombardia, in Emilia e in Toscana. A Firenze conobbe Isabella Roncioni, una diciottenne appartenente ad una nobile famiglia Pisana, della quale si innamorò perdutamente, conservandone un dolce ricordo per tutta la vita[8].
Tornato a Milano (1801) intrecciò una burrascosa relazione con Antonietta Fagnani Arese[9], per la quale scrisse l’ode All’amica risanata. Sia l’amore per la Roncioni che per la Fagnani Arese offrirono materia per la seconda edizione dell’Ortis, uscita nel 1802. Contemporaneamente, preceduta da una vasta e profonda introduzione, veniva preparando la traduzione della catulliana Chioma di Berenice (1803), e nello stesso anno pubblicò dodici sonetti. A seguito di alcune difficoltà economiche rientrò nell’esercito, da cui si era qualche tempo prima dimesso, e fra il 1804 e il 1806 fu a Boulogne-sur-Mer e a Valenciennes, fra le truppe napoleoniche, dove conobbe la giovane inglese Sofia Emerytt, dalla quale ebbe la figlia Floriana. In quel periodo scrisse poco o nulla, ma cominciò a studiare l’inglese e a tradurre il Viaggio sentimentale di Sterne[10]. Tornato in Italia incontrò Monti a Milano e Pindemonte a Verona; e tra giugno e settembre del 1806, in seguito al colloquio avuto con il letterato veronese, scrisse il carme i Sepolcri.
Nel 1808 lasciò la vita militare e ottenne la cattedra di eloquenza all’università di Pavia, dove, però, poté pronunciare solo la famosa prolusione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura (1809) e poche altre lezioni, dal momento che, proprio in quell’anno, tutte le cattedre di eloquenza vennero soppresse. Rimasto senza impiego e con molti debiti trascorse anni irti di difficoltà e di delusioni. Nel 1810 ruppe l’amicizia col Monti, e nel 1811 la sua tragedia Aiace venne rappresentata alla Scala senza successo e anzi attirò i sospetti della polizia poiché si vedevano nel testo allusioni satiriche a Napoleone. Amareggiato profondamente lasciò allora Milano per Venezia, poi per Bologna e infine per Firenze. Nel 1813, mentre lavorava con impegno alle Grazie, pubblicò la traduzione del Viaggio sentimentale e scrisse una terza tragedia dal titolo Ricciarda.
Approssimandosi la fine dell’impero napoleonico e quindi del regno italico, sul finire del 1813 fece ritorno a Milano e riprese il suo posto nell’esercito. Al ritorno degli austriaci in Lombardia, parve esitare di fronte alla lusinghiera proposta di dirigere un giornale letterario finanziato dal governo. Ma al momento di prestare, in qualità di ufficiale, giuramento al nuovo regime, il Foscolo lasciò improvvisamente Milano e riparò in Svizzera, prima a Hottingen e poi a Zurigo, dove scrisse senza pubblicarli i Discorsi della servitù d’Italia. Preparò anche una nuova edizione dell’Ortis, e scrisse (dandolo alle stampe) il Didimi clerici prophetae minimi Hypercalypseos liber singularis, un poemetto satirico in versetti biblici latini, diretto contro gli uomini dotti d’Italia.
Le pressioni dell’Austria nel reclamare la sua estradizione, costrinsero il Foscolo a passare dalla Svizzera all’Inghilterra (1816), grazie ad un passaporto rilasciatogli dall’ambasciatore britannico a Berna. Attraverso la Germania e l’Olanda giunse a Londra, dove entrò subito in contatto con numerosi intellettuali inglesi. Iniziò a scrivere le Lettere scritte dall’Inghilterra – più note come Gazzettino del bel mondo – rimaste però incompiute. Collaborò anche, ben retribuito, a numerose riviste e giornali; ma la sua smania di lusso e forse il bisogno di uscire dalla solitudine spinsero il Foscolo ad una eccessiva prodigalità, che lo fece sprofondare in un vortice di debiti, che per breve tempo lo portarono in carcere.
Ritrovata la figlia Floriana, della cui esistenza era all’oscuro, poté godere, grazie ad una modesta fortuna che la ragazza aveva ereditato dalla nonna materna[11], di un certo benessere e tranquillità. Ma quel periodo di pace fu di breve durata, poiché il poeta si lasciò invischiare in alcune speculazioni sbagliate che lo portarono alla rovina. Da quel momento in poi i debiti non gli lasciarono più tregua: Foscolo e la figlia dovettero trasferirsi in quartieri poveri e malsani, dove il poeta contrasse una malattia respiratoria. Costretto a vivere sotto falso nome per evitare il carcere e a guadagnarsi il pane con lavori faticosi e mal pagati, continuò comunque a scrivere. Di questo periodo sono i migliori scritti critici che egli ci abbia lasciato: come quelli sul Petrarca, sulla lingua italiana, sulla Divina Commedia e sul Decameron. A causa della malattia decise di trasferirsi nel piccolo sobborgo londinese di Turnham Green, e lì la morte lo colse nel 1827 all’età di quarantanove anni; la figlia Floriana, che lo accudì fino all’ultimo, morì circa due anni dopo a soli 24 anni.
Come tante volte aveva predetto venne sepolto in terra straniera, nel cimitero di Chiswick. Nel 1871 i suoi resti vennero portati in Italia e sepolti nella chiesa di Santa Croce a Firenze.
[1] Binni Walter, Letteratura italiana – Profilo storico – II. Dal Settecento al Novecento, in Opere Complete Di Walter Binni – 20, Il Ponte Editore, 2017, pag. 133‑134.
[2] Ubaldo Bregolini (Noale 1722 – Venezia 1807) era figlio di Andrea e da Anna Tibaldi. A nove anni fu mandato dal padre nel seminario di Padova, dove compì gli studi di diritto, acquistandosi fin da allora rinomanza per il vigore della sua dialettica e per la sua eloquenza estemporanea, di antica tradizione veneta. A diciannove anni si laureò in giurisprudenza. Apprese il francese, e forse l’inglese, e nello studio del latino e del greco, iniziò quella sempre più intima familiarità con i classici, che costituì, durante tutta la sua vita, un interesse non secondario di applicazione e di produzione, liberandolo nel contempo dal duplice pericolo della pedanteria e dell’incomprensione verso i moderni. Passò successivamente al seminario di Treviso ove vestì l’abito talare e, dal 1744 al 1759, insegnò diritto civile e canonico, introducendo la pratica del diritto naturale che aveva appreso a Padova; dal 1750 fu prefetto del seminario, istituendovi gli insegnamenti di belle lettere e di storia sacra e profana. Dal 1761 insegnò belle lettere e diritto nelle pubbliche scuole della Misericordia di Bergamo, e nel dicembre del 1771 fu chiamato dal governo veneto a manifestare il proprio parere intorno alle commende ecclesiastiche, che si pensava di sopprimere. L’anno dopo fu invitato a occupare le cattedre di eloquenza e di diritto civile nel liceo di Venezia, allora costituito in luogo delle scuole rette precedentemente dai gesuiti, e vi insegnò per trentatré anni. Con l’ingresso dei Francesi a Venezia, venne esonerato dall’insegnamento e privato dello stipendio: non potendo ottenere la pensione, condusse stentatamente l’ultimo periodo della sua esistenza con un modesto vitalizio. Scrisse numerose opere (in parte andate perdute) tra le quali si devono ricordare gli Elementi di giurisprudenza civile secondo le leggi romane e venete (1787), le satire latine e le poesie italiane: di queste, le più celebrate furono le stanze su L’imeneo delle piante e dei fiori (1776 e più volte ristampato) e Sull’origine della poesia, pubblicate postume nell’anno 1858.
[3] Angelo Dalmistro (Murano, 1754 – Coste, 1839) era l’ultimo dei quattro figli di Bartolomeo e Domenica Morasso, che esercitavano l’arte vetraria. Adempiendo al desiderio dei genitori, cominciò gli studi per diventare speziale, ma a quindici anni passò nel collegio gesuita di San Lorenzo. Nel 1774, con la soppressione dell’istituto, continuò la sua formazione nelle scuole laiche dove ebbe modo di conoscere Gaspare Gozzi, che visitava il collegio in quanto prefetto agli studi; ne nacque una profonda amicizia che fu decisiva nella vita intellettuale e letteraria del Dalmistro. Conclusi gli studi, lavorò come correttore nella stamperia di Antonio Zatta e come precettore per le famiglie patrizie. Dopo la morte del padre (1782), insegnò belle lettere nel collegio muranese di S. Cipriano (1788-1795) dove ebbe discepoli il Dal Negro, il Bettio e il Foscolo. Nel 1795 accettò la proposta del doge Lodovico Manin di diventare parroco di Maser; passò poi alla parrocchia di Martellago (1815), dopo di che il vescovo di Treviso Bernardino Marin lo inviò alla prepositura di Montebelluna (1807) e l’anno successivo veniva creato protonotario apostolico dal duca Cintiano Francesco Sforza. Infine, nel 1813, dopo un primo rifiuto da parte del vescovo, riuscì ad insediarsi nella parrocchia di Coste che a quei tempi rappresentava uno dei benefici più ricchi. Passò gli ultimi due anni di vita pressoché infermo.
[4] Jacopo Morelli, spesso citato come abate Morelli (Venezia, 1745 – Venezia, 1819) era figlio di Pietro Antonio e di Caterina Bonvicini. Iniziò giovanissimo gli studi teologici e divenne monaco a 16 anni, frequentando la scuola dei Domenicani. Ebbe una notevole conoscenza dei testi classici, storici e letterari italiani, grazie alla quale divenne prefetto della biblioteca Marciana di Venezia nel 1778, mantenendo l’incarico per 40 anni.
[5] Giustina Renier Michiel (Venezia, 1755 – Venezia, 1832) fu una scrittrice italiana, amante delle arti e delle scienze. A partire dal 1817 vennero pubblicati in italiano e francese i primi fascicoli dell’Origine delle feste veneziane. Per circa vent’anni Giustina dedicò il proprio tempo a sfogliare libri e documenti, a consultare esperti, a correggere e pubblicare la propria opera.
[6] Isabella Teotochi Marin Albrizzi, alla nascita Elisabetta Teotochi (Corfù, 1761 – Venezia, 1836), letterata, biografa, saggista e amante delle arti, era di madrelingua greca, ma ricevette nozioni di letteratura italiana e francese. All’età di sedici anni, nel 1776, per volontà dei genitori sposò Carlo Antonio Marin, dal quale, l’anno successivo, ebbe un figlio. Nel 1795 riuscì ad ottenere l’annullamento del matrimonio, ed intraprese una relazione con il Foscolo. Nel 1796 sposò il conte Giovanni Battista VI Giuseppe Albrizzi e, dopo un mese, accompagnata dal padre e da un precettore, partì per un Grand Tour in Italia che la portò a Bologna, Firenze, Pisa e Roma. Con l’entrata dei francesi a Verona, l’Albrizzi rientrò precipitosamente a Venezia e si trasferì con il marito in campagna, a Villa Albrizzi. Ospite in villa fu anche il Foscolo che dopo pochi mesi, però, decise di recidere in modo netto, per molti anni, ogni occasione di contatto con lei. Nel 1799 ai coniugi Albrizzi nacque un figlio ma l’anno successivo il conte si ammalò e la famiglia si ritrovò in ristrettezze economiche. Nel 1812 il conte Albrizzi si spense e pochi mesi dopo anche il padre di Isabella, conte Antonio Teotochi, ospite da alcuni anni a palazzo Albrizzi, morì a Padova. Le venne in aiuto Tomaetto Mocenigo Soranzo, «tutore di fatto se non di nome» del secondo figlio, con il quale, ancora vivo il marito, aveva una relazione. Nel 1817 Isabella decise di recarsi a Parigi: restò nella capitale francese cinque mesi, alloggiata all’Hotel des deux Sicilie in Rue Richelieu «la strada da attraversare per essere nel cuore del Louvre, venticinque passi da fare per essere alle Tulieries, a trecento passi per la Commedia Francese». Tornata in Italia il suo salotto continuò a far accorrere numerose personalità, ma il declino era ormai iniziato ed era pure costellato da amarezze e lutti: Foscolo morì nel 1827 e l’anno successivo morì Pindemonte. L’Albrizzi si spense nel 1836, dopo la chiusura non più procrastinabile del salotto, cui fece seguito la visita dell’Arciduchessa Elisabetta d’Austria, giunta appositamente a Venezia per renderle onore.
[7] Scotti Mario, Foscolo Ugo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 49, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 1997.
[8] La Roncioni, infatti, ottemperando alla volontà del padre, sposò il marchese Bartolommei.
[9] Antonietta Fagnani Arese, nata Antonia Barbara Giulia Faustina Angiola Lucia Fagnani (Milano, 1778 – Genova, 1847) era figlia di Giacomo II Fagnani, IV marchese di Gerenzano e di sua moglie, la marchesa Costanza Brusati. Antonietta sposò nel 1798 il conte Marco Arese Lucini: ebbero cinque figli, dei quali solo tre sopravvissero. Antonietta è considerata una delle figure di spicco della società milanese in epoca napoleonica. Esperta di francese, inglese e tedesco, aiutò Ugo Foscolo nella revisione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802), e nella traduzione de I dolori del giovane Werther. La relazione col Foscolo, che ci è nota soltanto attraverso le lettere dello scrittore, finì all’inizio del 1803.
[10] Laurence Sterne (Clonmel, 1713 – Londra, 1768), figlio di un generale, alla morte del padre nel 1731 frequentò le scuole ad Halifax, nello Yorkshire, e nel 1733 fu mandato al Jesus College dell’Università di Cambridge, dove si laureò. Successivamente diventò un ecclesiastico e dal 1738 fu vicario a Sutton-on-the-Forest vicino a York. Fu narratore satirico e precursore del romanzo moderno. La sua prima opera, A Political Romance, apparve nel 1759. Il suo capolavoro è Life and opinion of Tristram Shandy, Gentlemen, in nove volumi (1760-1767), alla cui base c’è lo smascheramento di ogni presunzione di realismo. Nel 1768, poco prima di morire, scrisse Sentimentl journey through France and Italy.
[11] Lady Walker, che aveva nominato il poeta tutore legale della nipote.
