ALESSANDRO MANZONI

1) LINEA BIOGRAFICA – 2) LE IDEE E LA POETICA – 3) LE POESIE PATRIOTTICHE E GLI INNI SACRI  – 4) LE TRAGEDIE – 5) LE OSSERVAZIONI SULLA MORALE CATTOLICA – 6) IL ROMANZO  – 7) GLI SCRITTI STORICI – 8) LE LETTERE

 

Linea Biografica

Nacque a Milano nel 1785, dal vecchio conte Pietro Manzoni e da Giulia Beccaria, figlia di Cesare, autore del libro di fama europea Dei delitti e delle pene. Intelligente e spregiudicata, Giulia Beccaria dopo pochi anni di matrimonio si separò dal marito, profondamente diverso da lei per principi ed educazione, e preferì vivere a Parigi, mentre Alessandro, vittima precoce dei dissidi familiari, venne allevato, dopo i primi sei anni, in collegi dei padri Barnabiti e Somaschi, a Merate, a Lugano e a Merano. Tuttavia, nonostante l’educazione religiosa, crebbe con idee piuttosto libere, se all’età di quindici anni scrisse un poemetto, il Trionfo della libertà, tutto inteso all’esaltazione del libero pensiero, mostrando di aver bene assorbito i germi del pensiero illuminista anticlericale e rivoluzionario. Del resto proprio in uno di questi collegi insegnava filosofia il padre Francesco Soave[1], che ebbe parte importante nella diffusione del sensismo in Italia, nel tentativo di conciliarlo con il cattolicesimo.

Dopo il 1800, uscito dal collegio, rientrò nella casa paterna e si diede, come tanti altri giovani della nobiltà, alla vita mondana, giocando d’azzardo e cedendo anche a qualche facile amore. Ma bastò un severo rimprovero del Monti (che aveva conosciuto quando era in collegio dai Barnabiti a Milano) per allontanarlo per sempre dal gioco; ed anche le sue passioni amorose non dovettero avere nulla di travolgente e di turbinoso. Frattanto, oltre al Monti, aveva conosciuto e stretto amicizia con il Foscolo – che pochi anni più tardi, in una nota dei Sepolcri, avrebbe scritto uno splendido elogio del giovane Manzoni – e con due esuli napoletani, Vincenzo Cuoco e Francesco Lomonaco, che lo guidarono alla scoperta del Vico.

Le sue prime composizioni furono modulate sull’opera del Monti, idolo letterario del momento: quattro sonetti, fra cui un Autoritratto (1801) di stampo alfieriano, l’ode pariniana Qual sulle cinzie cime (1802‑1803), i versi sciolti dell’idillio Adda (1803) e i quattro Sermoni (1803‑1804), in forma satirica e moralizzatrice, diretti contro la corruzione del proprio tempo, gli arricchiti, le ambizioni umane e i poetastri. In questi scritti, animati da passione morale, nobiltà e serietà d’intenti, traspaiono già quelle che saranno poi le caratteristiche dell’uomo maturo: il carattere riservato, la fermezza di principi, l’austerità.

Nel 1805 Manzoni venne invitato dalla madre e da Carlo Imbonati[2] a Parigi, forse dietro suggerimento del Monti. Alessandro accettò con entusiasmo, ma non fece in tempo a conoscere il conte, in quanto questi morì il 15 marzo (Manzoni giunse a Parigi il 12 lugio), lasciando la Beccaria erede universale del suo patrimonio ma anche affranta e bisognosa dell’amore filiale. Il giovane Manzoni, allora ventenne, che per lo scomparso conte scrisse, con giovanile spregiudicatezza, l’ode In morte di Carlo Imbonati (1805), scoprì di avere una madre, e da quel momento le loro strade, divise sino ad allora, si incrociarono per non lasciarsi più. L’ode venne pubblicata l’anno successivo ed è una sorta di consolatoria alla Beccaria, nella quale, nonostante gli echi montiani e pariniani, spunta una nota originale e personale, specialmente là dove il giovane poeta traccia a se stesso un programma di vita.

 A Parigi soggiornò con la madre al numero 3 di place Vendôme. Molto spesso madre e figlio si recavano ad Auteuil, cittadina ove si riuniva il circolo intellettuale sotto il patronato della vedova del filosofo Helvétius, e alla Maisonnette di Meulan, dove Manzoni passò due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti Idéologues: filosofi di scuola ottocentesca, eredi dell’illuminismo settecentesco ma orientato verso questioni concrete nella società, anticipatori per questo di tematiche romantiche. Un ruolo importante nel gruppo degli Idéologues era ricoperto da Claude Fauriel, con il quale Manzoni conserverà legami affettuosi per tutta la vita.

Questi incontri, le discussioni, le letture meditate e profonde, aprirono al giovane Manzoni nuovi orizzonti culturali e diedero alla sua formazione quell’impronta europea che lo distinse subito dalla maggior parte degli italiani del suo tempo, chiusi nel loro guscio di una cultura tutta nazionale e letteraria. Entrò anche in contatto con la cultura francese classicheggiante, assimilando il sensismo, le teorie volterriane e l’evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche.

Nel 1808, dopo la morte del padre, che lo lasciò erede universale, sposò a Milano Enrichetta Blondel, figlia del banchiere ginevrino François Louis Blondel, di religione calvinista. Tornato a Parigi, iniziò una vita più raccolta, fra gli studi e la famiglia. Sono gli anni del ritorno alla fede, a favorire il quale non fu estraneo forse l’esempio della moglie, che, religiosissima, si era convertita al cattolicesimo. In quell’occasione due sacerdoti seguirono i primi passi del Manzoni e della moglie dopo la conversione: il prete genovese Eustachio Degola[3] e monsignor Luigi Tosi[4], che, entrambi di spirito giansenista, contribuirono ad avviare la religiosità del poeta verso una fede austera, aliena da compromessi, di spiriti democratici, contraria al potere temporale della Chiesa e desiderosa di profonda coerenza tra la pratica cristiana e gli spiriti evangelici.

Dopo il ritorno alla fede e la completa adesione alle idee romantiche, si aprì per il Manzoni quello che i critici chiamano il “quindicennio creativo”: Ripudiata tutta la sua produzione precedente, il poeta si diede ad intraprendere strade nuove e del tutto diverse, spaziando dalla poesia sacra a quella civile, dai saggi filosofico-religiosi alle tragedie, per giungere infine alla stesura del primo grande romanzo della storia della letteratura italiana. Fra il 1812 e il 1815 nacquero i primi quattro Inni sacri: La Risurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione, rappresentano in certo qual modo il primo tempo della poesia manzoniana, con qualcosa di grezzo e di sperimentale, ma con in sé i germi della vocazione artistica che più tardi il Manzoni verrà sviluppando. La stesura de La Pentecoste, invece, iniziata nel 1817, fu completata solo cinque anni più tardi, in quanto fu rallentata dalle altre opere cui l’autore attese nei medesimi anni.

Tra il 1814 e il 1815, dopo il ritorno in Lombardia degli austriaci, aveva scritto due canzoni rimaste incompiute: Aprile 1814, in cui si rievoca il terremoto politico milanese in chiave patriottica e la denuncia verso la politica napoleonica, e Il proclama di Rimini (aprile 1815), in cui riflette sull’omonimo discorso tenuto dall’ex re di Napoli Gioacchino Murat per la difesa dell’Italia, inquadrandolo come un liberatore inviato da Dio per sottrarre gli italiani alla schiavitù. La sua prima tragedia di argomento storico, Il conte di Carmagnola, fu iniziata nel 1816 e terminata a dicembre del 1819, determinando nel poeta l’avvio verso forme sempre meno liriche e più oggettive, sulla strada che porta al romanzo.

 La stagione più fortunata dell’arte manzoniana, comunque, si colloca tra il 1820 e il 1822. In seguito ai moti del Piemonte, quando ai liberali milanesi sembrò imminente la guerra all’Austria, compose l’ode Marzo 1821; venuto a conoscenza della morte di Napoleone nell’esilio di Sant’Elena, compose di getto il Cinque Maggio; terminò – come s’è già detto – La Pentecoste; scrisse la sua seconda tragedia, l’Adelchi, ed iniziò la prima stesura del romanzo, Fermo e Lucia. Rispetto alle polemiche romantiche che agitavano gli ambienti letterari italiani in quegli anni, il Manzoni, apparentemente, vi rimase estraneo, poiché non scrisse articoli né pubblicò opuscoli polemici. Tuttavia, egli seguì con simpatia i tentativi di innovazione degli uomini del Conciliatore, incoraggiandoli, stimolandoli ed esercitando su parecchi di loro un notevole ascendente e una influenza tutt’altro che secondaria; e alla morte del Porta, egli fu tra i primi a riconoscerne la grandezza. Scrisse anche due lettere: la Lettre à Monsieur Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie (1820) e quella Sul Romanticismo (1823), che non solo sono un significativo documento della sua adesione alle dottrine romantiche, ma vanno annoverate anche tra i testi più interessanti delle polemiche letterarie italiane di quel periodo. Altre opere di quegli anni sono le Osservazioni sulla morale cattolica (1819) e il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822).

Decisivi per la stesura del romanzo sono gli anni che vanno dal 1821 al 1827. La prima stesura, con il titolo di Fermo e Lucia (titolo suggerito dall’amico Ermes Visconti), venne terminata nel 1823. La seconda stesura, profondamente riveduta e con il titolo Gli sposi promessi, fu scritta fra il 1823 e il 1825. Ma il Manzoni, poco soddisfatto della struttura narrativa che risultava scarsamente armonica (a causa della divisione in tomi e di ampie parti narrative), ma altresì assillato dal problema della lingua, che lo aveva tormentato a lungo, dopo un soggiorno di alcuni mesi a Firenze (1827), iniziò una lenta, meticolosa e profonda revisione dell’opera, per dare vita ad una lingua viva, popolare e moderna, che lo occuperà fino all’edizione definitiva de I promessi sposi del 1840‑42. Durante il soggiorno fiorentino fu accolto con tutti gli onori dai membri del Gabinetto Vieusseux e ricevuto dal Granduca in persona.

Purtroppo, la quiete famigliare, su cui Manzoni aveva instaurato il proprio regime di vita quotidiana, venne sconvolta da numerosi lutti: il primo, dolorosissimo, fu quello per la perdita dell’adorata moglie, morta nel 1833; dopodiché vide morire l’amata figlia primogenita Giulia, già moglie di Massimo d’Azeglio (1834). Nel 1837, dopo quattro anni di vedovanza, grazie agli uffici della madre, sposò Teresa Borri vedova Stampa. La nuova moglie di Manzoni, al contrario di Enrichetta, era dotata di una forte personalità e di una buona cultura letteraria. A causa del suo carattere forte e protettivo nei confronti del marito, Teresa entrò presto in conflitto con l’anziana suocera. Gli anni successivi furono ancora costellati dalla morte di molti dei suoi cari: della figlia Cristina (1841), seguita due mesi dopo dalla madre Giulia Beccaria, e, infine, dell’amico Fauriel (1844).

Se alle battaglie romantiche aveva guardato con simpatia, Manzoni partecipò con calore alle passioni patriottiche, aderendo ad un liberalismo cristiano, seguace in politica del Cavour[5] e contrario al potere temporale della Chiesa. A queste idee si mantenne coerente negli anni, non smentendo mai la visione democratica, se pure moderata, dei problemi politici, pur senza una partecipazione diretta alle lotte per l’indipendenza. Nel 1848, durante le cinque giornate di Milano, tra i patrioti riuscirono a scacciare gli austriaci, seppur momentaneamente, c’era anche il figlio ventiduenne del Manzoni, Filippo, che finì incarcerato all’inizio dei combattimenti. E se il figlio combatté sulle barricate, il padre pubblicò quelle odi politiche (Aprile 1814, Il proclama di Rimini e Marzo 1821) che, per timore della rappresaglia austriaca, non aveva mai dato alle stampe. Al momento del rientro degli austriaci a Milano, Manzoni, timoroso di subire ripercussioni per il suo sostegno morale alla causa risorgimentale, si rifugiò a Lesa, dove la moglie Teresa aveva una villa.

Gli anni seguenti furono assai penosi: nel 1856 morì la figlia Matilde, da tempo ammalata di tisi; nel 1858 lo zio Giulio Beccaria e nel 1861 la moglie Teresa. Questa serie di lutti fu alternata dal conferimento di onorificenze da parte del neonato Regno d’Italia e dalle visite di illustri ospiti. Tutti questi dolorosissimi eventi non furono certo estranei all’inaridimento progressivo dell’attività creativa del Manzoni. Nel 1842 aveva scritto la Storia della colonna infame; nel 1855 si mise a rivedere e ristampò la Morale cattolica; progettò anche altri lavori ma non li scrisse. Attratto in maniera crescente dagli studi linguistici, storici e filosofici, sentì sempre più necessaria e urgente la ricerca della “verità oggettiva” condannando, nel saggio Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione e nel dialogo Dell’Invenzione, pubblicati entrambi del 1850, quell’equilibrio tra il vero storico e il vero poetico impostato nel suo romanzo. Rimase incompiuto anche il saggio storico La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859: saggio comparativo.

Nel 1860 fu nominato senatore del Regno di Sardegna, ancor prima della proclamazione ufficiale del nuovo Stato unitario. Partecipò così alle sedute del parlamento a Torino e votò nel 1864 a favore dello spostamento della capitale da Torino a Firenze fintanto che Roma non fosse stata liberata. Sollecitato dal ministro della pubblica istruzione, stese una relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla, in cui cercò di trovare una soluzione pratica per diffondere il fiorentino in tutta Italia. La relazione, oltre alla lettera Sulla lingua italiana (1845) e ad altri scritti minori tutti in forma epistolare, rivela il forte interesse che il problema della lingua conservava ancora per il poeta, anche dopo la revisione del romanzo.

Nel 1873 Manzoni cadde battendo la testa su uno scalino all’uscita dalla chiesa di San Fedele di Milano, procurandosi un trauma cranico. Le sofferenze degli ultimi mesi di vita furono acuite dalla morte del figlio maggiore Pier Luigi, avvenuta il 28 aprile. Meno di un mese dopo il poeta si spense, all’età di ottantotto anni, per una meningite contratta a seguito del trauma.

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[1] Francesco Soave (Lugano, 1743 – Pavia, 1806), educatore e poligrafo, nacque da Giuseppe e Clara Herrik. A soli sedici anni, lasciò Lugano per recarsi a Milano dove, nel 1760, prese i voti nella congregazione dei padri Somaschi. Trasferitosi a Pavia, presso il collegio di San Majolo, iniziò gli studi filosofici e nel 1761 fu inviato a Roma al collegio Clementino, per completare gli studi teologici. Nel 1765 pubblicò le sue traduzioni delle Bucoliche e delle Georgiche di Virgilio. Fu chiamato in seguito alla Scuola dei Paggi di Parma, a leggere Belle lettere ed a insegnare Poesia latina, ove rimase fino al 1768 quando gli fu affidata la cattedra di poesia all’università di Parma. Nel 1771 diede alle stampe la Grammatica ragionata. Tornato a Milano, gli fu affidata la cattedra di Filosofia Morale presso il liceo di Brera. Nel 1782 scrisse le Novelle morali, alle quali se ne aggiunsero altre, tra il 1784 e il 1786. La loro edizione definitiva risulterà una delle opere più apprezzate ed utilizzata a lungo nelle scuole per l’educazione dei giovani. Nel 1778 ottenne la cattedra di Logica e Metafisica a Brera, alla quale venne incorporata in seguito quella di Etica. Fu il fondatore e la mente della prima Scuola normale italiana, inaugurata a Brera il 18 febbraio 1788. Quando le truppe di Napoleone occuparono Milano, si rifugiò a Lugano e poi in Sicilia. Nel 1802, con la proclamazione della Repubblica Italiana, fu nominato direttore del Collegio nazionale di Modena e gli fu affidata la cattedra di Analisi delle idee. Nel 1803 ottenne la cattedra di Analisi delle idee all’Università degli Studi di Pavia. Fu membro della Società Italiana delle Scienze e collaborò alla realizzazione della collana dei “Classici Italiani”, voluta dal governo.

[2] Giovanni Carlo Imbonati (Milano, 1753 – Parigi, 1805) nacque in una ricchissima famiglia aristocratica, figlio di Giuseppe Maria, il fondatore dell’Accademia dei Trasformati, e della poetessa Francesca Bicetti de Buttinoni. Nel 1790, a Milano, conobbe Giulia Beccaria: l’attraziene tra i due fu immediata e due anni più tardi la madre di Manzoni ottenne la separazione dal marito.

[3] Eustachio Degola (Genova, 1761 – Genova, 1826), scrittore, presbitero e teologo, fu ordinato sacerdote a Genova il 17 dicembre 1785 e dal 1790 cominciò a studiare teologia, divenendo un’importante figura del giansenismo italiano.

[4] Luigi Tosi (Busto Arsizio, 1763 – Pavia, 1845), di nobile famiglia, era figlio di Giovanni Battista e di Felicita Bossi. Compiuti gli studi teologici e filosofici nei seminari di Pavia, venne ordinato sacerdote: svolse inizialmente il suo ministero pastorale a Milano, dove fu parroco e canonico del capitolo di Sant’Ambrogio. Uomo di vasta e raffinata cultura, sebbene giansenista, nel 1823 venne nominato vescovo di Pavia, dove si prodigò per diffondere la cristianità.

[5] Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour (Torino, 1810 – Torino, 1861) fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, presidente del Consiglio dei ministri dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Stato e morì ricoprendo tale carica. Fu protagonista del Risorgimento come sostenitore delle idee liberali, del progresso civile ed economico, della separazione tra Stato e Chiesa, dei movimenti nazionali e dell’espansionismo del Regno di Sardegna ai danni dell’Austria e degli stati italiani preunitari.

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