GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI

1) LINEA BIOGRAFICA – 2) I SONETTI – 3) LA LINGUA DEL BELLI

 

La lingua del Belli

Il problema della lingua costituisce uno dei nuclei centrali e più problematici dell’esperienza poetica di Giuseppe Gioachino Belli, soprattutto se messo a confronto con quello di Carlo Porta. Se alle spalle del poeta milanese stava una tradizione dialettale già consolidata e socialmente riconosciuta, nonché una pratica letteraria viva come quella delle bosinade, Belli si trovò invece a operare in un contesto privo di un analogo retroterra culturale, poiché la letteratura romanesca precedente, se pure esistente in forme episodiche e marginali, non offriva un modello strutturato né un sistema di riferimenti con cui instaurare un rapporto di continuità o di consapevole superamento[1]. Questa assenza di tradizione rende la scelta del romanesco non soltanto più ardua, ma anche più radicale, poiché essa non si fonda su un consenso ambientale, bensì su un atto individuale che assume i tratti di una vera e propria sperimentazione linguistica, come ha sottolineato Gianfranco Contini, individuando nel romanesco belliano una lingua letteraria costruita ex novo, non la semplice trascrizione del parlato[2].

L’atteggiamento iniziale di Belli nei confronti della parlata romanesca appare infatti vicino a quello di uno studioso dei dialetti, animato da un intento conoscitivo e descrittivo che presuppone una certa distanza dall’oggetto osservato. Il poeta si pone come registratore del parlato popolare, attento alle sue inflessioni fonetiche, alle sue deformazioni morfologiche, alla sua carica espressiva, secondo una disposizione che la critica ha spesso definito “oggettivante”[3]. Tuttavia, tale atteggiamento non si esaurisce nella semplice riproduzione mimetica del vernacolo, poiché la forza della personalità poetica di Belli interviene a rielaborare profondamente il materiale linguistico, trasformandolo in un sistema espressivo autonomo e coerente. Il romanesco dei Sonetti non è dunque la lingua naturale del popolo riportata sulla pagina, ma una lingua letteraria elaborata, filtrata e potenziata, frutto di un rigoroso lavoro formale che investe il lessico, la sintassi e il ritmo del verso[4].

In questo senso, la scelta del dialetto si rivela necessaria, ma anche profondamente problematica, soprattutto se messa in relazione con la persistente produzione in lingua. La coesistenza, nell’opera di Belli, dei sonetti romaneschi e dei testi in lingua mette in luce una frattura evidente: se questi ultimi appaiono irrigiditi entro i moduli dell’accademismo e di un classicismo ormai esausto, incapace di esprimere una visione autenticamente nuova del mondo, i sonetti dialettali manifestano invece una straordinaria vitalità espressiva e una modernità che ha indotto la critica a riconoscere in Belli un autore anticipatore[5]. È nel dialetto che il poeta riesce a liberarsi dai vincoli normativi della tradizione e a sfruttare pienamente le risorse espressive della parola vernacola, come egli stesso rivendica nei celebri versi: «nun c’è llingua come la romana / per ddì le cose co ttanto divario / che ppare un magazzino de dogana»[6], affermazione che testimonia una consapevolezza linguistica tutt’altro che ingenua e che fonda una vera e propria poetica del dialetto.

Questa dicotomia linguistica riflette una più profonda frattura ideologica e psicologica, che costituisce uno degli aspetti più complessi della personalità di Belli. Da un lato, soprattutto nelle opere in lingua e nel suo ruolo pubblico, egli appare come un classicista in ritardo, rispettoso dell’autorità costituita e talora apertamente reazionario, come dimostra l’esercizio zelante dell’ufficio di censore politico; dall’altro, nei sonetti dialettali, egli si confronta con una materia sociale bruciante, mettendo in scena un mondo dominato dalla miseria, dalla violenza e dall’ipocrisia delle istituzioni. Come osserva Natalino Sapegno, questa contraddizione non va letta come semplice incoerenza individuale, ma come il riflesso di una condizione storica e culturale priva di reali alternative ideologiche[7].

Belli opera infatti in una situazione di profondo isolamento intellettuale, privo del sostegno di un ambiente capace di offrire ragioni morali e ideali alla sua arte; di qui la necessità di giustificare innanzitutto a se stesso l’aver attinto a una materia così esplosiva. Tale tensione emerge con particolare evidenza nella poetica del “monumento”, esplicitata nella dichiarazione dell’Introduzione ai Sonetti, nella quale il poeta afferma di voler lasciare «un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma»[8]. Come ha osservato Giorgio Vigolo, l’idea del monumento risponde a un’esigenza di oggettivazione e di distanza, ma rivela al tempo stesso una profonda inquietudine morale, poiché tenta di neutralizzare, almeno sul piano delle intenzioni, la carica potenzialmente sovversiva della rappresentazione[9].

In realtà, la materia stessa dei Sonetti rende impossibile una neutralità piena: Belli accoglie la protesta degli umili e ne fa la sostanza della propria poesia, ma al tempo stesso tende a ritrarsene, dichiarandosi semplice spettatore e rifiutando ogni funzione di portavoce o di riformatore. Come ha sottolineato Pier Vincenzo Mengaldo, la sua satira resta priva di sbocchi storici e si risolve in una condanna scettica e senza esito, segnata da un pessimismo radicale che investe tanto il mondo popolare quanto le classi dominanti[10]. Questa tensione irrisolta si traduce infine in un persistente senso di colpa, che accompagna l’intera vicenda creativa di Belli e si manifesta nei gesti estremi con cui egli raccomanda la distruzione dei Sonetti, come se avesse avvertito con lucidità la portata destabilizzante della lingua e del mondo che aveva saputo portare alla luce.

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[1] Cfr. Contini Gianfranco, Introduzione, in G. G. Belli, Sonetti, a cura di G. Contini, Einaudi, Torino, 1961, pag. IX‑X.

[2] Contini Gianfranco, Ibidem, pag. XI‑XIV.

[3] Cfr. Contini Gianfranco, Varianti e altra linguistica, cit., pag. 285‑292.

[4] Cfr. Debenedetti Giacomo, «Belli», in Saggi critici, Mondadori, Milano, 1957, pp. 229‑236.

[5] Cfr. Sapegno Natalino, Disegno storico della letteratura italiana, La Nuova Italia, Firenze, 1948, pag. 412‑416.

[6] Belli Giuseppe Gioacchino, Sonetti, cit., sonetto 615, Le lingue der Monno.

[7] Sapegno Natalino, Disegno storico della letteratura italiana, cit., pag. 414­‑416.

[8] Belli Giuseppe Gioacchino, «Introduzione ai Sonetti», in Sonetti, cit., pag. XIII.

[9] Vigolo Giorgio, Saggio sul Belli, in G. G. Belli, I Sonetti, Milano, Mondadori, 1952, pag. 105­‑106.

[10] Mengaldo Pier Vincenzo, Poeti italiani dell’Ottocento, cit., pag. 172‑176.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL PRIMO OTTOCENTO»

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