LE RIVISTE DELLA PRIMA METÀ DEL XIX SECOLO

A risvegliare gli studi, aprendo le porte alle novità della cultura europea, a svecchiare istituzioni, rivedendo concezioni superate, a tener desta e ad alimentare una coscienza nazionale, contribuirono in larga misura nell’Ottocento le riviste. Tra quelle che si segnalarono per la modernità dell’impostazione, per la larghezza degli interessi e anche per la risonanza che la loro opera (e spesso la loro soppressione violenta) ebbero tra i contemporanei, sono il milanese Conciliatore, primo cronologicamente e tra i primi per il suo significato politico e letterario; la fiorentina Antologia, fondata dal Vieusseux[1]; il Politecnico, la rivista di Carlo Cattaneo; la Rivista Europea e Il Crepuscolo, dovute all’opera intelligente di Carlo Tenca. Quest’ultimo cessando le pubblicazioni con l’inizio della prima guerra d’indipendenza, idealmente conclude quel moto fra letterario, civile e politico che aveva dato l’ispirazione di fondo e alimentato la vita di tutti questi periodici.

Come abbiamo già in precedenza accennato, il “fo­glio azzurro” (come il Conciliatore fu detto dal colore della carta), nacque nel 1818 dallo sforzo concorde dei gruppi romantici sorti in Milano fra il 1816 e il 1820. La rivista, che ebbe vita breve ma intensa (per l’opera appassionata del Pellico, del Borsieri, del Di Breme, del Visconti, ecc.), subì assai poco le influenze idealistiche di origine germanica, dimostrando invece chiari legami con la cultura illuministica che era stata propugnata dall’opera dei patrizi milanesi del Caffè.

Conciliante nel titolo e nel tono, il periodico riuscì tuttavia molesto agli Austriaci, che non tardarono ad accorgersi del carattere nazionale che la rivista prendeva e la perseguitarono censurandone spietatamente gli articoli e creando ogni sorta di impedimenti alla sua uscita regolare, finché essa cessò le pubblicazioni, avendo però raggiunto una risonanza ignota ai periodici del tempo: risonanza che non fu solo italiana, ma addirittura europea, poiché dai suoi articoli – che trattavano in prevalenza argomenti scientifici rispetto a quelli letterari – nacque un umanesimo nuovo che cercava nella scienza e nella vita attiva un appoggio e una ragione che lo salvasse dalla retorica e dal vuoto di una letteratura oziosa.

Ideale continuazione del Conciliatore fu l’Antologia di Firenze, che, fondata dal Vieusseux, ebbe da principio intenzioni modeste e si presentò come una raccolta di traduzioni da riviste straniere, sul modello della francese Revue encyclopédique. Ma dopo i primi numeri iniziò un’attività sua, pubblicando scritti originali e seppe superare la ristrettezza e le difficoltà dell’ambiente, grazie anche alla collaborazione di molti esuli che in Toscana avevano trovato asilo per la mitezza del governo granducale e la sua tolleranza in fatto di censura. Così da un ambito strettamente regionale, per lo spirito aperto del suo fondatore, l’Antologia si aprì a un pubblico più largo, meritando risonanza nazionale.

Senza possedere particolari doti di studioso (anzi senza avere una speciale competenza scientifica o letteraria) il Vieusseux con la collaborazione del Capponi, riuscì ad attirare la simpatia e l’adesione di molti uomini di valore: studiosi, poeti, letterati e scienziati, facendoli lavorare in una concordia discorde di intenti che fece la vivacità e la vitalità del periodico. Alieno da sette e moti rivoluzionari fu lo spirito dell’Antologia, che tendeva invece a un’opera di lenta ma sicura costruzione politica. Con l’intento discreto e un poco sottotono di divulgare le novità in ogni campo, di combattere l’ignoranza, di diffondere la cultura e favorire il progresso delle scienze utili, rifiutando le vane dispute letterarie e mirando a una soda preparazione, l’opera dell’Antologia fu civile e politica, ed essa, pur con l’intento modesto e l’assenza di grossi scopi, proseguì veramente la funzione del Conciliatore, diventando una palestra di italianità.

Dopo il 1830, però, anche per l’Antologia, a seguito delle pressioni austriache, cominciò un periodo di proibizioni e censure, finché nel 1833 venne chiusa dal governo granducale, preoccupato per l’aspra campagna contro la più nota iniziativa di Vieusseux degli ambienti legittimisti e controrivoluzionari modenesi facenti capo alla Voce della verità[2].

Altra rivista che si distinse per la larghezza di interessi, per rigore di preparazione, ma anche per solida praticità e non comuni doti espositive, che le permisero di riuscire precisa e chiara al tempo stesso, fu il Politecnico, fondata da Carlo Cattaneo nel 1839, con il modesto intento (come scrive il Cattaneo stesso sul primo numero) di «offrire le più pronte cognizioni di quella parte del vero che dalle ardue regioni della scienza può facilmente condursi a fecondare il campo della pratica». Ma, ovviamente, gli intenti civili e l’opera di educazione politica erano ancora una volta impliciti.

In realtà «nel Politecnico di Carlo Cattaneo, e nelle sue famose Prefazioni, sono posti in luce i canoni essenziali di un programma rinnovatore: il diretto interesse civile, l’aperta volontà di una diffusione e trasmissione del sapere scientifico, il legame democratico tra cultura e ceti sociali, l’organica unità tra cultura filosofica letteraria e storica e cultura scientifica e tecnica (per cui si può dire che nell’illuminismo positivo e storico del Cattaneo e dei “politecnici” si trasforma realisticamente la nozione di umanesimo), di “arti belle” e di “arti utili”, lo spirito europeistico che anima il dibattito culturale, e infine il carattere enciclopedistico – ma con un nuovo rigore organico rispetto alla stessa tradizione settecentesca – della classificazione e sistematizzazione delle discipline, e il diretto contributo all’azione attraverso la promozione di élites politico‑culturali rivolte “alla prosperità e alla cultura sociale”»[3].

Un umanesimo, quello del Cattaneo, animato da un intento di concreta utilità sociale, e convinto dell’importanza delle scienze per il rinnovamento civile. È un patriottismo moderno, quello che anima il Politecnico, che sa di giovare al proprio paese studiando le scienze e l’economia politica, piuttosto che impicciandosi in beghe letterarie o di politicanti, e lavora a farlo migliore attraverso la diffusione della cultura scientifica. Dal suo fondatore, che fu in Italia il primo rappresentante del positivismo sociale (di quello cioè che colloca i suoi prevalenti interessi nelle scienze), gli venne lo spirito europeistico e gli ideali democratici così diversi dal riformismo dei socialisti francesi (miranti all’abolizione del diritto di proprietà, di famiglia, ecc.), e così alieno dall’assolutizzare le scienze.

Quando nel 1844 il Cattaneo interruppe le pubblicazioni del Politecnico, iniziò una collaborazione con Carlo Tenca, che era divenuto responsabile della Rivista Europea, nata dalla fusione di altri due giornali, il Ricoglitore italiano e straniero e l’Indicatore lombardo. L’opera appassionata del Tenca diede alla Rivista nuova vita e uno spirito non diverso da quello del Conciliatore e dell’Antologia, essendo aperta ai più diversi interessi culturali e sollecita del progresso e del rinnovamento economico e politico, e facendosi strumento di opinione e di dibattito. «Mentre il Politecnico si muove in un ambito di ricerca “specialistica”, la Rivista Europea dimostra un interesse più pronto e aperto verso le vicende della cultura letteraria, le condizioni dei centri degli istituti culturali dei diversi stati italiani […], un’esigenza storiografica già critica nella sistematica revisione del passato culturale […] e nel diretto intervento nella disputa letteraria attraverso quegli “scrittori contemporanei d’Italia” in cui il Tenca offre preziosi ritratti critici dei suoi contemporanei […]. Il quadro non è limitato alla cultura italiana; accanto alla parte italiana si approfondisce la letteratura europea affrontata e giudicata in rassegne comparative. Né si trascura la parte politica presente in un ordine di interessi indiretti, o diciamo meglio, impliciti: per ragioni di censura, per difficoltà oggettive, ma in sostanza per un atteggiamento “politico” di natura mediata e interna»[4].

La Rivista europea cessò le pubblicazioni alla vigilia dei grandi avvenimenti del ’48 (a cui il Tenca prese parte attiva dopo anni di raccolto lavoro), ma Il Crepuscolo vide la luce all’indomani degli stessi, dopo il fallimento delle grandi speranze. Fondato dal Tenca, che lo diresse per circa dieci anni, uscì il 6 gennaio 1850 con il dichiarato proposito di promuovere gli studi economici, scientifici e letterari, e quello sottinteso di tener desta la coscienza nazionale delusa da tanti rovesci. Ebbe tra i collaboratori molti nomi che il Tenca aveva avuti compagni nel lavoro degli anni precedenti alla Rivista Europea, ma tra i tanti va ricordata soprattutto la collaborazione del Cattaneo, che sul Crepuscolo pubblicò alcuni importanti saggi. Ma era comunque il Tenca che vedeva e rivedeva tutto, arrivando persino a compilare da solo un intero numero, poiché il gruppo redazionale, nonostante le apparenze, fu sempre scarso.

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[1] Giovan Pietro Vieusseux (Oneglia, 28 settembre 1779 – Firenze, 28 aprile 1863), ricevette dal padre – Pierre, originario di Ginevra, che era un avvocato e commerciante – una formazione mercantile. Dopo aver lavorato per anni nel commercio, il Vieusseux si trasferì a Firenze e annunciò l’apertura di un Gabinetto scientifico letterario nel Palazzo Buondelmonti di Firenze con sale aperte alla conversazione e allo scambio di idee. Fu in contatto epistolare con i principali intellettuali del tempo, editore di vari giornali (tra cui il Giornale Agrario Toscano e l’Archivio storico italiano) e socio di numerose istituzioni e accademie in ogni parte d’Italia.

[2] Gazzetta diretta da Carlo Galvani, vicina alle posizioni intransigenti di Francesco IV D’Austria-Este, Duca di Modena e Reggio. Il Duca spesso pubblicava articoli sul periodico e di sovente anche la moglie, Maria Beatrice Vittoria di Savoia. Divenne presto espressione delle voci più antiliberali del Centro Italia, portando spesso avanti attacchi, anche molto aggressivi, nei confronti di Giuseppe Mazzini e la Giovane Italia.

[3] Scalìa Gianni, prefazione a Carlo Tenca, Giornalismo e letteratura nell’Ottocento, Cappelli, Bologna 1959, pag. 10.

[4] Scalìa Gianni, ibidem, Pag. 15‑16.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL PRIMO OTTOCENTO»

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