1) LINEA BIOGRAFICA – 2) GLI SCRITTI POLITICI E LETTERARI
Gli scritti politici e letterari
Non è questa la sede per un’analisi sistematica del pensiero filosofico di Vincenzo Gioberti, figura che, insieme a Antonio Rosmini – pur in posizione dialettica e spesso antitetica rispetto a quest’ultimo – rappresenta uno dei principali esponenti dello spiritualismo cattolico ottocentesco. Risulta invece più pertinente, ai fini del presente discorso, concentrarsi sulla produzione politico-letteraria giobertiana, nella quale emergono con particolare evidenza sia le sue qualità di prosatore sia la sua sensibilità critica.
La scrittura di Gioberti si distingue infatti per una notevole energia argomentativa e per una tensione retorica costante, che tuttavia sfocia talora in forme di enfasi e di magniloquenza. In essa si intrecciano in modo difficilmente separabile riflessione politica e giudizio critico-letterario: le sue opere non si limitano a proporre programmi o teorie, ma si configurano come veri e propri affreschi culturali, nei quali l’analisi storica, la valutazione estetica e la speculazione ideologica convivono in una sintesi originale.
Un esempio paradigmatico di tale impostazione è rappresentato dal Primato morale e civile degli Italiani (1843), pubblicato a Bruxelles e dedicato a Silvio Pellico. In quest’opera Gioberti sviluppa la tesi, insieme generosa e problematica, dell’esistenza di un primato storico e morale dell’Italia, fondato sulla sua tradizione religiosa e culturale. A partire da tale presupposto, egli propone un modello di unificazione nazionale alternativo a quello rivoluzionario: non una costruzione ottenuta attraverso insurrezioni o conflitti armati, ma una confederazione degli Stati italiani sotto la guida moderatrice del papato, secondo un progetto che la storiografia ha definito “neoguelfo”.
L’opera conobbe una vasta fortuna editoriale e un notevole impatto sull’opinione pubblica, ma suscitò al contempo reazioni contrastanti. Essa risultò infatti inaccettabile per i sostenitori della linea repubblicana e rivoluzionaria di Giuseppe Mazzini, con il quale Gioberti aveva avuto in precedenza rapporti di collaborazione, e non convinse neppure i liberali democratici. Inoltre, il progetto neoguelfo destava preoccupazione nell’Impero austriaco e provocava l’ostilità degli ambienti gesuitici. Al contrario, esso trovò consenso presso settori del cattolicesimo liberale, rappresentati da figure come Gino Capponi e Carlo Troya[1]. In termini storici, il Primato svolse una funzione rilevante: pur nella sua impraticabilità politica, offrì un’alternativa moderata al mazzinianesimo, contribuendo ad avvicinare alla causa nazionale fasce di opinione pubblica meno inclini a soluzioni rivoluzionarie.
Dal punto di vista stilistico e culturale, l’opera si fonda su una preparazione erudita di grande ampiezza e su una capacità di sintesi che esercitò un forte fascino sulle generazioni romantiche. Il tono spesso elevato e solenne è compensato da un impianto argomentativo rigoroso e da una visione complessiva della storia della cultura italiana che, ancora oggi, offre spunti interpretativi di rilievo.
Se il Primato rappresenta il momento di massima notorietà di Gioberti, è con il Del rinnovamento civile d’Italia (1851) che il suo pensiero politico raggiunge una maturità più consapevole e articolata. In quest’opera, pur persistendo alcuni tratti stilistici già presenti negli scritti precedenti – quali la tendenza alla formulazione apodittica e una certa enfasi verbale – si assiste a un significativo superamento delle posizioni più tradizionaliste. «E il valore del pensiero politico del Rinnovamento è accresciuto e reso più tipico dal fatto che ad esso il Gioberti arrivò precisamente dal Primato, eliminando il tradizionalismo conservatore e reazionario di questo a profitto di un liberalismo radicalmente trasformatore di carattere europeo»[2].
All’interno del Rinnovamento, egli individua tre esigenze fondamentali dell’età moderna: il predominio del pensiero, l’autonomia delle nazioni e il riscatto delle classi popolari. Tali istanze, se ignorate, sono destinate a sfociare in rivoluzioni politiche ed economiche. In questa prospettiva, Gioberti riconosce nella democrazia l’esito verso cui tendono i movimenti politici europei e attribuisce alla “plebe” un ruolo centrale nella futura configurazione sociale, dopo le fasi storiche dominate dall’aristocrazia e dalla borghesia. Pur mantenendo una distanza critica nei confronti del socialismo francese e del comunismo, egli sostiene la necessità di una riforma della proprietà, mostrando una sensibilità precoce per la questione sociale che lo distingue da molte correnti liberali coeve.
Accanto alla dimensione propriamente politica, la produzione giobertiana rivela una notevole ampiezza di interessi critici. Le sue riflessioni letterarie, disseminate nelle varie opere, testimoniano una conoscenza approfondita della tradizione culturale europea e una capacità di interpretazione che lo colloca in una posizione intermedia ma avanzata nel percorso della critica romantica italiana. In tal senso, il giudizio di Giuseppe Antonio Borgese, secondo cui Gioberti «sulla via che dal Foscolo portava al De Sanctis, egli era assai più vicino alla mèta che al principio»[3], appare particolarmente efficace nel delinearne il profilo.
Tra gli autori oggetto privilegiato delle sue analisi figurano Dante Alighieri, studiato sia nel commento giovanile alla Divina Commedia sia nel Primato; Ludovico Ariosto, di cui coglie con finezza le qualità poetiche; Vittorio Alfieri, del quale esamina il Saul scrivendo un’analisi penetrante e originale; e ancora Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi, del quale riconosce precocemente la statura artistica eccezionale.
Un documento di particolare rilievo per la comprensione della personalità di Gioberti è costituito dal suo Epistolario, ricco di umanità e denso di riferimenti alla storia contemporanea e allo sviluppo del suo pensiero. «Il Gioberti uomo è qui, nelle sue lettere, intero e schietto, spoglio d’ogni ornamento, anzi nudo, lottatore instancabile, in un tumulto senza tregua, per le sue idee, in cui è tutta la sua vita: una vita povera, austera, concentrata nella solitudine di una meditazione altissima, senza gioie di famiglia né di intimi amici, senza un sorriso mai di quell’amore che confortò assiduo l’anima, pur religiosamente raccolta, di Giuseppe Mazzini»[4].
Tra le altre opere significative, meritano infine menzione Il Gesuita moderno (1846–1847), testo di aspra polemica contro la Compagnia di Gesù, e Della riforma cattolica, raccolta di appunti e riflessioni che, pur nella loro frammentarietà, offrono spunti di notevole interesse per comprendere l’evoluzione del suo pensiero religioso e politico. In tali scritti si coglie, forse più che altrove, la tensione irrisolta tra tradizione e innovazione che caratterizza l’intera opera di Gioberti, rendendolo una figura centrale e problematica del panorama intellettuale risorgimentale.
*****NOTE AL TESTO*****
[1] Carlo Troya (1784–1858) fu uno storico, filologo e uomo politico napoletano, tra le figure più rappresentative del cattolicesimo liberale nel periodo del Risorgimento. Formatosi nell’ambiente culturale del Regno di Napoli, si distinse inizialmente per gli studi eruditi e storici, in particolare sulla civiltà medievale italiana e sulle istituzioni longobarde, contribuendo in modo significativo allo sviluppo della storiografia moderna in Italia. Sul piano politico, Troya aderì a posizioni moderate, sostenendo un progetto di rinnovamento civile e nazionale fondato su principi liberali ma non rivoluzionari. Nel 1848, durante i moti costituzionali, ricoprì un ruolo di primo piano come capo del governo del Regno delle Due Sicilie, esperienza tuttavia breve a causa del rapido mutamento del quadro politico e del ritorno a posizioni autoritarie da parte della monarchia borbonica. In sintonia con altri esponenti del cattolicesimo liberale, Troya guardò con favore alle teorie neoguelfe di Vincenzo Gioberti, condividendone l’idea di una possibile unificazione italiana sotto una forma federale e con il papato come autorità morale. La sua figura si colloca dunque all’incrocio tra erudizione storica e impegno politico, rappresentando una delle espressioni più significative del moderatismo risorgimentale.
[2] Salvatorelli Luigi, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Einaudi, Torino, 1949, pag. 316.
[3] Borgese Giuseppe Antonio, Storia della critica romantica in Italia, Mondadori, Milano 1949, pag. 303.
[4] Gentile Giovanni, I profeti del Risorgimento italiano, Sansoni, Firenze, 1944, pag. 190.
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