Nel panorama della produzione letteraria dell’età romantica è possibile individuare, accanto a una linea che rivendica l’autonomia dell’arte e la concepisce come esperienza estetica autosufficiente e sostanzialmente svincolata dalle contingenze della realtà storica, un orientamento di segno profondamente diverso, che nel contesto italiano assume una rilevanza particolarmente significativa. Se infatti nella cultura romantica europea non mancano esempi di una concezione dell’arte come attività “pura”, distaccata dalle urgenze del presente e concentrata prevalentemente sulla dimensione espressiva e soggettiva, nel caso italiano la letteratura tende con maggiore evidenza a intrecciarsi con le istanze civili e politiche che attraversano la società dell’Ottocento.
Tale peculiarità è strettamente legata alla centralità che, nella storia italiana del XIX secolo, assume la questione risorgimentale, vale a dire il complesso processo politico, culturale e ideologico che conduce progressivamente alla formazione dello Stato nazionale unitario. In questo contesto, la produzione letteraria non si limita a svolgere una funzione estetica o puramente rappresentativa, ma si configura spesso come uno strumento di partecipazione attiva al dibattito pubblico e come veicolo di elaborazione e diffusione di ideali civili e politici. Come ha osservato Alberto Asor Rosa[1], la cultura dell’Ottocento italiano si sviluppa in un rapporto particolarmente stretto tra letteratura e storia nazionale: la produzione letteraria, lungi dal collocarsi in una dimensione separata, si inserisce pienamente nel processo di formazione dell’identità politica e civile del paese.
In tale prospettiva, anche la poesia lirica – tradizionalmente associata alla dimensione soggettiva e individuale dell’esperienza poetica – tende frequentemente ad assumere una funzione di rappresentanza collettiva. Il poeta romantico si presenta non di rado come interprete delle aspirazioni della comunità nazionale, e la lirica stessa si carica di una forte dimensione civile, trasformandosi in strumento di espressione dei sentimenti patriottici e delle aspirazioni politiche condivise. La voce individuale si intreccia così con quella della collettività, contribuendo a delineare una concezione della letteratura come forma di intervento nella storia. Infatti, come ha giustamente sottolineato Walter Binni[2], l’esperienza estetica, la “poetica” degli autori, altro non è se non il punto in cui le tensioni culturali e ideologiche di un’epoca si traducono in forma artistica e in stile.
Non sorprende, pertanto, che temi e problematiche di natura politica – quali la lotta per l’indipendenza dalle dominazioni straniere, il problema dell’unità nazionale, il dibattito sulle forme istituzionali dello Stato, le istanze democratiche e, più in generale, le questioni sociali emergenti nel corso dell’Ottocento – attraversino in maniera capillare la produzione letteraria romantica. Tali questioni si manifestano con modalità differenti nei vari generi letterari, dalla poesia alla narrativa, dal teatro alla saggistica, contribuendo a configurare un quadro culturale nel quale la riflessione politica e l’elaborazione letteraria risultano profondamente interconnesse.
In questo contesto assume particolare rilievo l’opera di quegli autori che hanno consacrato alla riflessione politica, sia sul piano teorico sia su quello dell’azione, una parte significativa della propria attività intellettuale. Pur non intendendo ricostruire in questa sede una storia sistematica del pensiero politico dell’Ottocento italiano, appare tuttavia necessario soffermarsi su alcune figure che, per l’ampiezza e l’influenza della loro produzione, occupano un posto di primo piano non soltanto nella storia delle idee politiche, ma anche nella storia letteraria.
Il contributo di tali autori risulta infatti rilevante sotto diversi profili. In primo luogo, essi esercitarono una funzione di stimolo e di orientamento culturale nei confronti delle nuove generazioni di intellettuali, contribuendo alla formazione di una coscienza nazionale e alla diffusione di specifici programmi ideologici. In secondo luogo, la loro attività si distingue spesso per una notevole intensità polemica e per una spiccata capacità di intervento critico nella realtà contemporanea. Infine, non va trascurato il valore propriamente letterario delle loro opere, molte delle quali si caratterizzano per una prosa energica, persuasiva e retoricamente efficace, capace di coniugare la riflessione teorica con un forte intento comunicativo e militante. Del resto, come abbiamo già osservato più volte, «la poetica nuova afferma la sua “modernità”, in quanto si mostra capace di aderire in ogni momento alle speranze, agli odi, alle lotte di un popolo tutto proteso nella propria conquista della propria indipendenza e libertà. Un vasto afflato umano si fonde in essa, con l’ardente aspirazione a scuotersi di dosso la tirannide forestiera;»[3] e non v’è quindi da meravigliarsi, dunque, se gran parte della prosa politica risorgimentale possiede una forza espressiva che la rende parte integrante della tradizione letteraria italiana, poiché l’argomentazione ideologica si accompagna sovente a un notevole ed indubbio vigore stilistico.
Tra le figure più rappresentative di questo panorama si collocano pensatori e uomini d’azione quali Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti, Carlo Cattaneo e Carlo Pisacane (per non parlare di d’Azeglio – di cui abbiamo già detto – e di altri). Le loro opere testimoniano una significativa fioritura di scritti di carattere programmatico, apologetico e polemico, elaborati con l’intento esplicito di incidere sulla realtà storica del tempo e di orientare il dibattito politico e culturale della società italiana. In questi testi la riflessione teorica si intreccia con la dimensione militante, dando vita a una forma di scrittura che si propone non soltanto di interpretare la realtà, ma anche di trasformarla.
Questa produzione comprende una vasta gamma di testi – manifesti ideologici, saggi teorici, articoli giornalistici e pamphlet polemici – che, pur nella diversità delle forme e delle finalità immediate, condividono un comune obiettivo: promuovere l’azione politica e diffondere determinate concezioni dello Stato, della nazione e della società. La scrittura assume dunque una funzione eminentemente militante, configurandosi come uno strumento di mobilitazione delle coscienze e di formazione dell’opinione pubblica. In tal senso, come ha rilevato Carlo Dionisotti[4], la cultura risorgimentale non può essere compresa pienamente senza considerare il ruolo svolto dagli intellettuali e dagli scrittori nel processo di costruzione dell’identità nazionale.
In questa prospettiva, la letteratura politica del Romanticismo italiano non rappresenta un fenomeno marginale o accessorio, ma costituisce una componente essenziale del processo culturale che accompagna e sostiene il Risorgimento. Attraverso la parola scritta, gli intellettuali dell’epoca contribuirono infatti in maniera decisiva alla costruzione di un immaginario nazionale condiviso e alla diffusione di ideali politici destinati a esercitare un’influenza duratura sulla storia e sulla cultura dell’Italia contemporanea.
***NOTE AL TESTO***
[1] Rosa Alberto Asor, Storia europea della letteratura italiana, Vol. II, Dalla decadenza al Risorgimento, Einaudi, Torino, 2009.
[2] Binni Walter, Poetica, critica e storia letteraria, in Opere complete di Walter Binni, 18, Il Ponte Editore, Firenze, 2017.
[3] Sapegno Natalino, Compendio di storia della letteratura italiana, Vol. III, Dal foscolo ai moderni, La Nuova Italia, Firenze, 1980, pag. 87.
[4] Dionisotti Carlo, Geografia e storia della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 1967.
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