La Scapigliatura lombarda, e in particolare milanese, costituisce uno dei momenti più singolari della storia letteraria italiana della seconda metà dell’Ottocento. La sua denominazione deriva dal romanzo La Scapigliatura e il sei febbraio, pubblicato a Milano nel 1862 da Cletto Arrighi, pseudonimo di Carlo Righetti (1828-1906), nel quale il termine indicava una sorta di «casta o classe» caratterizzata dall’insofferenza verso gli ordini costituiti, dalla propensione alla rivolta e da costumi anticonformisti. L’immagine elaborata dall’Arrighi, non estranea al modello della bohème parigina, finì per essere applicata a un gruppo assai eterogeneo di giovani scrittori e artisti, accomunati non tanto da una precisa e condivisa poetica quanto da atteggiamenti, esperienze e aspirazioni che esprimevano il disagio nei confronti della cultura e della società contemporanee.
La Scapigliatura si afferma intorno agli anni Sessanta, dunque nel momento in cui, concluso il processo risorgimentale e costituito il nuovo Stato nazionale, vengono meno o si trasformano rapidamente molte delle motivazioni ideali che avevano sostenuto la cultura della prima metà del secolo. La nuova società borghese, il progressivo sviluppo industriale e commerciale, l’affermarsi della fiducia nel progresso e nella scienza determinano profonde trasformazioni nella vita sociale e nella coscienza individuale. Milano, che più di ogni altra città italiana avverte la modernizzazione economica e culturale del paese, diviene perciò il principale centro di quelle inquietudini che trovano nella Scapigliatura una prima, ancora incerta, espressione letteraria.
La polemica degli scapigliati investe innanzitutto la tradizione romantica ormai divenuta ufficiale e convenzionale. Alla letteratura impegnata nella celebrazione degli ideali patriottici e civili del Risorgimento, alla sua funzione educativa e alla fiducia nella possibilità di conciliare arte, morale e progresso, essi contrappongono un atteggiamento di aperta insofferenza. Anche nei confronti del Romanticismo più tardo, rappresentato soprattutto dalla poesia di Giovanni Prati e Aleardo Aleardi, avvertono il bisogno di una rottura che restituisca alla letteratura una maggiore aderenza alle inquietudini della nuova sensibilità. La polemica assume così, nello stesso tempo, un carattere letterario e sociale: il rifiuto delle convenzioni artistiche si accompagna a quello dei costumi e dei valori della società borghese e degli ambienti accademici e ufficiali.
L’atteggiamento di opposizione si traduce anche nell’apertura verso la cultura europea contemporanea. Attraverso i cenacoli artistici e letterari milanesi e attraverso periodici spesso di breve durata, come La Cronaca grigia, Il Figaro, Lo Scapigliato e La Rivista minima, entrano più decisamente nel dibattito italiano esperienze e autori che appartengono a una cultura diversa da quella tradizionalmente dominante: Victor Hugo[1], Charles Baudelaire[2] ed Edgar Allan Poe[3] nella letteratura; Wagner[4] e Gounod[5] nella musica; le nuove esperienze della pittura francese nelle arti figurative. L’interesse per questi modelli testimonia il progressivo inserimento della cultura italiana in un più vasto orizzonte europeo e, insieme, la ricerca di strumenti adeguati a una realtà che gli schemi della tradizione non sembravano più in grado di rappresentare.
Questa apertura, tuttavia, non si traduce sempre in una vera assimilazione delle nuove esperienze. La rapidità con cui si succedono le suggestioni straniere e la stessa varietà degli interessi contribuiscono a fare della Scapigliatura un fenomeno privo di una poetica unitaria. Alle nuove tendenze si accompagnano infatti residui della precedente cultura romantica, mentre il desiderio di rinnovamento si esprime non di rado soprattutto attraverso atteggiamenti esteriori, polemici o provocatori. Anche le riflessioni teoriche degli scapigliati rimangono spesso incerte e frammentarie, come mostra, tra gli altri, l’interesse di Giuseppe Rovani[6] per i rapporti e le reciproche corrispondenze fra le diverse arti.
La mancanza di un programma comune non impedisce tuttavia che nelle opere degli scapigliati emergano alcuni motivi destinati ad assumere un’importanza crescente nella letteratura di fine secolo. Alla rappresentazione fiduciosa e ordinata della realtà essi sostituiscono spesso una visione inquieta, nella quale trovano posto la malattia, la morte, la follia, il vizio e, più in generale, gli aspetti irregolari e perturbanti dell’esistenza. La scelta di soggetti eccentrici o patologici non è soltanto il risultato di una ricerca dello scandalo: essa costituisce anche una forma di opposizione all’ottimismo della società contemporanea e alla fiducia positivistica nella ragione, nella scienza e nel progresso. In questa prospettiva deve essere considerato anche il progressivo abbandono della tematica patriottica e civile che aveva caratterizzato tanta parte della letteratura risorgimentale.
La protesta contro la società borghese può assumere così forme differenti. Da una parte permane un atteggiamento di ribellione, talvolta anarchico e iconoclastico, rivolto contro le convenzioni sociali, morali e artistiche; dall’altra si afferma l’esigenza di sottrarre l’arte a ogni finalità estrinseca, concependola come esperienza autonoma e come possibile rivelazione di una realtà più profonda di quella immediatamente percepibile. È in questo secondo orientamento che comincia a delinearsi l’ideale dell’arte per l’arte, destinato a trovare una compiuta elaborazione nelle poetiche decadenti.
Fra gli scrittori riconducibili alla Scapigliatura si ricordano Emilio Praga, Camillo e Arrigo Boito, Igino Ugo Tarchetti, Carlo Dossi, Giovanni Camerana e altri autori che, pur con esperienze assai diverse, parteciparono alla medesima atmosfera di rinnovamento e di crisi. Le loro opere non possono essere ricondotte a un’unica poetica, né la loro attività si esaurisce nella vita dei cenacoli milanesi: proprio nelle singole esperienze individuali, infatti, le suggestioni della cultura europea vengono variamente accolte e trasformate, dando luogo a risultati differenti nella poesia, nella narrativa, nella critica e nelle altre arti.
La Scapigliatura appare pertanto, più che come una scuola letteraria vera e propria, come un fenomeno di passaggio, nel quale si manifesta con particolare evidenza la crisi della cultura ottocentesca tradizionale. La sua importanza nella storia della letteratura italiana non dipende tanto dalla definizione di una nuova poetica compiuta, quanto dall’aver posto in discussione, con atteggiamenti spesso contraddittori ma non privi di significato, i modelli letterari e i valori sui quali si era fondata la cultura precedente. La tensione fra il rifiuto della tradizione e la ricerca di nuove forme di rappresentazione, fra l’interesse per la realtà contemporanea e il ripiegamento verso le zone più oscure dell’esperienza individuale, prepara così, attraverso percorsi diversi, il terreno sul quale si svilupperanno le successive esperienze del Naturalismo e del Verismo e, soprattutto, le poetiche del Decadentismo.
***NOTE AL TESTO***
[1] Victor Hugo (Besançon, 1802 – Parigi, 1885), poeta, narratore e drammaturgo francese, fu una delle massime figure del Romanticismo europeo. Autore, fra l’altro, dei romanzi Notre-Dame de Paris e Les Misérables, rappresentò per gli scrittori italiani dell’Ottocento un modello di letteratura capace di unire impegno civile, tensione politica e libertà delle forme.
[2] Charles Baudelaire (Parigi, 1821-1867), poeta francese, è considerato uno dei principali iniziatori della poesia moderna. La sua raccolta Les Fleurs du mal (I fiori del male, 1857) introduce nella poesia temi come la città moderna, la noia, la degradazione, la morte e l’esperienza del male, insieme a una nuova attenzione per le corrispondenze fra sensazioni e immagini. La sua influenza sarà particolarmente importante per la letteratura europea della seconda metà dell’Ottocento e per la successiva cultura decadente.
[3] Edgar Allan Poe (Boston, 1809 – Baltimora, 1849), scrittore e poeta statunitense, è noto soprattutto per i racconti fantastici e dell’orrore e per le sue poesie. Nelle sue opere assumono particolare rilievo le ossessioni, la follia, il sogno, la morte e le zone oscure della psiche; la sua narrativa e la sua riflessione sulla costruzione dell’opera ebbero larga influenza sulla letteratura europea della seconda metà dell’Ottocento.
[4] Richard Wagner (Lipsia, 1813 – Venezia, 1883), compositore tedesco, rinnovò profondamente il teatro musicale ottocentesco, concependo l’opera come una sintesi di musica, poesia, scenografia e azione drammatica. La sua concezione dell’opera d’arte come fusione delle diverse arti esercitò una notevole influenza sulla cultura europea e interessò anche gli scapigliati, particolarmente sensibili ai rapporti fra poesia, musica e arti figurative.
[5] Charles Gounod (Parigi, 1818-1893), compositore francese, è soprattutto noto per le opere Faust e Roméo et Juliette. La sua presenza nel panorama musicale europeo dell’epoca testimonia l’interesse degli scapigliati per il rinnovamento della musica e, più in generale, per le esperienze artistiche contemporanee che si sviluppavano al di fuori della tradizione italiana.
[6] Giuseppe Rovani (Milano, 1818-1874) fu scrittore, giornalista e critico letterario e musicale. Partecipò ai moti risorgimentali del 1848 e, dopo un periodo di esilio in Svizzera, tornò a Milano, dove divenne una figura centrale della vita culturale cittadina. La sua opera narrativa più importante è Cento anni (1859-1864), ampio affresco della storia italiana e milanese fra Settecento e Ottocento. Considerato dagli stessi scapigliati una sorta di maestro e precursore, Rovani contribuì alla formazione dell’ambiente culturale dal quale sarebbe sorta la Scapigliatura. Particolarmente significativa fu la sua riflessione sui rapporti fra le diverse arti, raccolta postuma in Le tre arti (1874), nella quale cercò di individuare una loro reciproca «affinità».
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