1) NARRATORI FRA SCAPIGLIATURA E VERISMO – 2) EMILIO DE MARCHI – 3) MARIO PRATESI – 4) ALFREDO ORIANI
«Nell’ambiente milanese, l’eredità manzoniana, attraverso la esperienza confusa ma ardente della “scapigliatura”, tende, al di fuori di ogni preoccupazione strettamente linguistica e grammaticale, a sottolineare l’esigenza di una rappresentazione realistica, adeguata al tono grigio e un po’ triste di una società, che ha perduto di vista gli ideali generosi ma un poco astratti del periodo risorgimentale, di un mondo senza epopea, in cui salgono in primo piano gli stimoli e i contrasti economici, le necessità oscure del vivere quotidiano, e con esse i conflitti e i turbamenti, non vistosi né eroici, delle anime semplici, che operano nell’atmosfera di uno squallido e duro costume borghese. Del Manzoni sopravvivono il proposito di una letteratura cordiale ed aperta, l’attenzione nuova e quasi esclusiva alla psicologia degli umili, le ragioni morali ed educative. E all’influsso manzoniano si sovrappongono gli esemplari del romanzo francese (da Balzac a Zola), le ambizioni in senso realistico e gli spiriti ribelli, tormentati della “scapigliatura”.
In questo clima letterario, di trapasso dal rivoluzionarismo acceso, ma indeterminato, degli “scapigliati” al rigore dell’esperienza verista, con il suo autentico significato rivoluzionario sul piano della cultura e dell’arte, si formano, oltre i veristi propriamente detti (Verga, Capuana), altri scrittori che in vario modo, e con procedimenti più eclettici, riflettono ancor essi quella trasformazione profonda degli spiriti e quel bisogno di verità e nudità della rappresentazione artistica»[1].
***NOTE L TESTO***
[1] Sapegno Natalino, Compendio di storia della letteratura italiana, Vol. III, La Nuova Italia, Firenze, 1980, pag. 292‑293.
