APOLOGIA E MORTE DI SOCRATE

opera teatrale in due atti, liberamente tratta dai Dialoghi di Platone

 

Perché se n’è andato così?

Fliunte, nella casa di Echecrate. Socrate è morto da poco, e Critone, il suo amico d’infanzia, arriva sfinito, con i capelli bianchi e le gambe che non reggono più. Non riesce a darsi pace. Ha chiuso gli occhi al suo amico, e da allora una domanda lo consuma: perché ha voluto andarsene così? Perché non ha ascoltato proprio lui, che gli ha sempre parlato e che aveva già pronto tutto per salvarlo?

Da questa domanda nasce lo spettacolo. Attorno al fuoco di Echecrate, Critone, suo figlio Critobùlo e Fedone ripercorrono ciò che è accaduto, e dietro un velario nero, grazie a un gioco di luci, il racconto prende corpo: le scene evocate si materializzano e poi si dissolvono, come fanno i ricordi quando qualcuno li pronuncia ad alta voce.

Un mosaico platonico

Il testo non segue un solo dialogo, ma ne intreccia diversi. Dall’Eutifrone viene l’incontro sotto il portico del Re, quando Socrate scopre di essere stato accusato e ne ride con l’indovino. Dal Simposio arriva la notte con Alcibiade, che offre bellezza e riceve in cambio una lezione. Poi ci sono i tre grandi nuclei: l’Apologia, con la difesa davanti ai giudici, la beffa a Melèto e il discorso dopo la condanna; il Critone, con la visita all’alba, la proposta di fuga e la risposta delle Leggi; il Fedone, con le ultime ore, il lungo ragionare sull’anima, il bagno, la cicuta. Il filo che li cuce è sempre lo stesso: un uomo che resta coerente con ciò che ha sempre detto e fatto.

Il tribunale e la città

Dietro Melèto, nel racconto degli amici, si muovono sospetti più vasti. Atene è uscita dalla sconfitta, dall’occupazione spartana e dal governo dei Trenta; la democrazia rinata è giovane, fragile, e proprio per questo diffidente. Socrate, che aveva rifiutato di obbedire ai Tiranni e si era opposto al processo ai generali delle Arginuse, non è un nemico della città: ne è, a modo suo, la coscienza più scomoda. Il processo mette di fronte due idee di libertà, quella che nasce dalla prudenza politica, difesa da Critone, e quella che nasce dall’interiorità dell’uomo, difesa da Socrate. Lo spettacolo non sceglie per lo spettatore.

Un Socrate che sorride

Sulla scena non c’è un santo né un monumento. C’è un uomo di settant’anni con l’anima giovane, che ironizza sui giudici, scherza con il carceriere, mette in versi le favole di Esopo perché un sogno gli ha ordinato di fare musica, e chiede che a chi vuole preparargli il veleno si dica di stare allegro. Accanto a lui, Santippe, che nel momento più duro grida quello che gli amici non osano dire; e Critone, che trattiene la compassione e il rimprovero. È in questo scarto tra la serenità di Socrate e lo smarrimento di chi resta che il testo trova la sua tensione drammatica.

Un processo che non finisce

Chi deve rispondere a una legge ingiusta? Chi sceglie di pagare per le proprie idee, anziché fuggire? E che cosa dobbiamo alla città che ci ha cresciuti, anche quando ci condanna? Sono le domande che Socrate pone a Critone nel carcere, e che il pubblico, stasera, porta con sé uscendo dal teatro. Perché il caso di Socrate si riapre ogni volta che una comunità deve decidere che cosa fare di chi la mette in dubbio.

Di nuovo in scena

Dopo la sua prima rappresentazione, il testo torna davanti al pubblico. Per chi lo ha già visto sarà un ritrovarlo; per chi lo incontra ora, un primo incontro con un uomo che, come dice Fedone alla fine, è stato il più sapiente e il più giusto di quanti abbiamo conosciuto. Gli spettatori siedono dove un tempo sedevano i giudici: a loro, come a Critone, resta la domanda.

Bologna, 26 febbraio 2006

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