1) NARRATORI FRA SCAPIGLIATURA E VERISMO – 2) EMILIO DE MARCHI – 3) MARIO PRATESI – 4) ALFREDO ORIANI
Mario Pratesi
Nato nel 1842 a Santa Fiora, sul versante grossetano del monte Amiata, Mario Pratesi perse la madre a soli quattro anni, esperienza dolorosa che contribuì a formare quella visione malinconica e pessimistica dell’esistenza destinata a caratterizzare la sua opera. Nel 1867 si trasferì a Firenze, dove divenne lettore di Niccolò Tommaseo, ormai cieco; l’anno successivo dovette tuttavia lasciare l’incarico dopo essersi innamorato della figlia sedicenne dello scrittore, Caterina, fino a vagheggiare il matrimonio. La vicenda ebbe gravi ripercussioni sulla sua salute fisica e psichica, tanto da rendere necessario il ricovero nell’ospedale psichiatrico San Niccolò di Siena.
Nel 1869 lavorò per alcuni mesi come sorvegliante degli studenti nel collegio Cicognini di Prato; in dicembre ottenne poi un posto di copista presso l’Archivio di Stato di Firenze, dove cominciò a dedicarsi alla prosa narrativa. Nel 1872 fu nominato professore di letteratura italiana per meriti letterari, nonostante non fosse riuscito a conseguire la laurea, pur avendo frequentato i corsi universitari a Pisa. La carriera d’insegnante, proseguita successivamente con incarichi di provveditore agli studi, lo costrinse a frequenti trasferimenti in diverse città italiane, da Pavia a Viterbo, da Terni a Reggio Calabria, da Milano a Belluno. Soltanto nel 1906, abbandonato l’insegnamento, poté stabilirsi definitivamente a Firenze, dove morì il 3 settembre 1921.
Il primo libro di Pratesi, Memorie del mio amico Tristano (1869), presenta già alcuni motivi fondamentali della sua narrativa: l’ambientazione campagnola, l’attenzione per i personaggi umili e popolari e la rappresentazione della vita provinciale. La narrazione risente ancora di toni idilliaci e patetici e di un gusto per il bozzetto e il vernacolo, alla quale lo scrittore rimarrà sempre legato. Non è estraneo a questo interesse per la realtà quotidiana e per gli ambienti popolari il clima culturale della Toscana contemporanea, nel quale si affermava anche la pittura dei Macchiaioli[1], attenta alla rappresentazione diretta della vita e del paesaggio.
Se Jacopo e Marianna (1872), storia patetica di un amore contrastato fra una ragazza semplice e un giovane romantico e sognatore, costituisce un’esperienza ancora minore, di carattere ancora prevalentemente sentimentale, la raccolta di novelle In provincia (1883) segna una più decisa apertura verso il realismo e l’indagine sociale, abbandonando il bozzettismo degli esordi. Al centro della narrazione si collocano ormai i poveri, i contadini e gli oppressi, vittime della miseria, dell’arbitrio dei potenti e di un destino avverso. La rappresentazione della vita provinciale acquista così un carattere realistico e sociale, senza perdere la tonalità dolorosa che deriva dalla concezione pessimistica dell’esistenza propria dell’autore.
L’incontro con la narrativa di Giovanni Verga, soprattutto con I Malavoglia (1881), si avverte chiaramente ne L’eredità (1889), romanzo che racconta le vicissitudini di una famiglia contadina, stretta fra miseria, sopraffazioni e avversità, in una vicenda segnata da lutti e tragedie. Pratesi condivide con Verga l’interesse per i “vinti”, ma non ne raggiunge la stessa coerenza formale: gli manca, in particolare, quella regressione del narratore che consente a Verga di cancellare quasi del tutto la propria presenza ideologica e culturale, lasciando che il mondo rappresentato si esprima attraverso la sua stessa voce. In Pratesi, al contrario, l’impegno sociale, animato da una partecipazione fervida e polemica, interviene frequentemente nella narrazione e ne altera talvolta gli equilibri. Ne risente anche lo stile: alla lingua spesso aulica e dotta del narratore si affianca il vernacolo riservato ai personaggi popolari, con una distanza che rivela la formazione colta dello scrittore e impedisce una piena fusione fra voce narrante e ambiente rappresentato.
Il risultato più significativo della produzione di Pratesi è generalmente considerato Il mondo di Dolcetta, pubblicato a puntate sulla Nuova Antologia fra il 1894 e il 1895 e raccolto in volume nel 1895. La protagonista è una povera ragazza di campagna che, ingannata dalle calunniose vanterie di un giovane signore del luogo da lei sinceramente amato, è costretta ad abbandonare il paese e a recarsi a servizio presso una famiglia nobile di Siena, dove muore di tisi, consumata dal dolore e dalla disperazione. La vicenda personale di Dolcetta, relativamente esile nell’economia del romanzo, diventa il punto di partenza per un ampio e amaro ritratto della provincia toscana negli anni precedenti la seconda guerra d’indipendenza.
Pratesi rappresenta con particolare efficacia la società borghese e nobiliare, dominata dall’egoismo, dall’ipocrisia, dall’adulterio, dalla corruzione e dalla degradazione morale, e ancora tenacemente legata alla difesa dei propri privilegi, nonostante i fermenti liberali e rinnovatori, di cui non esitano a servirsi per difendere, dietro il mutare delle circostanze, i propri interessi e le secolari posizioni di potere. A questo ambiente lo scrittore contrappone il mondo dei semplici, dei contadini, degli artigiani, degli studenti patrioti e degli emarginati, accomunati dalla precarietà delle loro condizioni e dalla difficoltà di opporsi alle ingiustizie. Verso tutti costoro si manifesta la solidarietà umanitaria del Pratesi, che guarda alla sofferenza degli individui come al risultato dell’intreccio fra le responsabilità umane e l’ostilità di un destino quasi ineluttabile. La sua partecipazione, tuttavia, non si limita alla compassione per le vittime: assume anche una funzione di denuncia, mettendo a nudo le contraddizioni di una società nella quale la rispettabilità esteriore convive con la sopraffazione e la corruzione.
Emblematico, in quest’ottica, è l’episodio della morte di Balestruccio, figlio di primo letto del conte presso il quale Dolcetta presta servizio, trascurato dal padre e maltrattato dalla matrigna: la sua sorte rivela la disumanità nascosta dietro il prestigio sociale e l’autorità familiare. Alla stessa umanità appartengono il fabbro Leonardo, che chiede invano a Dolcetta di sposarlo e morirà in battaglia, e don Enea, povero sacerdote al quale l’arcivescovo ha proibito di celebrare la messa. Le loro vicende confermano il contrasto fra una società che protegge i privilegiati e condanna gli umili alla sofferenza, e una concezione morale che riconosce proprio in questi ultimi i sentimenti più autentici.
Dopo Il mondo di Dolcetta, Pratesi pubblicò Le perfidie del caso (1898) e Il peccato del dottore (1902), opere nelle quali la sua vena narrativa appare ormai affievolita. Nel 1910 uscì la raccolta di racconti La dama del minuetto, mentre Di paese in paese (1895) e Figure e paesi d’Italia (1905) riunirono prose varie, appunti di viaggio, poesie e scritti occasionali.
***NOTE AL TESTO***
[1] I Macchiaioli furono un gruppo di pittori italiani attivi soprattutto a Firenze nella seconda metà dell’Ottocento, considerati tra i principali precursori della pittura moderna in Italia. Riuniti a partire dagli anni Cinquanta intorno al Caffè Michelangiolo, elaborarono una pittura fondata sull’accostamento di macchie di colore e di luce, con cui rendevano i volumi, i paesaggi e le figure, superando le convenzioni accademiche. Attenti alla rappresentazione diretta della realtà, si dedicarono soprattutto ai paesaggi, alle scene di vita quotidiana e agli episodi della storia contemporanea, compresi quelli legati al Risorgimento. Tra i maggiori esponenti figurano Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini. La loro ricerca si inserisce nel clima di rinnovamento culturale della Toscana ottocentesca, nel quale anche la letteratura mostrava un crescente interesse per gli ambienti quotidiani e per l’osservazione concreta della realtà.
