NARRATORI FRA SCAPIGLIATURA E VERISMO

1) NARRATORI FRA SCAPIGLIATURA E VERISMO  – 2) EMILIO DE MARCHI – 3) MARIO PRATESI – 4) ALFREDO ORIANI

 

Emilio De Marchi

Emilio De Marchi nacque a Milano il 31 luglio 1851. Rimasto orfano di padre a soli nove anni, fu educato dalla madre Caterina, protagonista delle Cinque giornate milanesi, secondo principi religiosi e civili. Frequentò il liceo Beccaria dal 1863 al 1871 e si laureò in lettere nel 1874 presso l’Accademia scientifico-letteraria di Milano, avviandosi alla carriera dell’insegnamento. Dopo aver insegnato al collegio Calchi Taeggi e in un liceo milanese, nel 1879 divenne segretario dell’Accademia. Nel 1880 sposò Lina Martelli, dalla quale ebbe due figli, Cesarina e Marco.

Nel 1877 aveva fondato il quindicinale letterario La Vita Nuova, dopo aver già esordito in teatro con la commedia Dopo il duello e composto il primo romanzo, Il signor dottorino. Conseguita nel 1890 la libera docenza in stilistica, continuò a insegnare questa disciplina presso l’Accademia fino al 1900, quando dovette ritirarsi per motivi di salute. La morte della giovane figlia Cesarina, avvenuta nel 1897, segnò dolorosamente gli ultimi anni della sua vita. Morì il 6 gennaio 1901.

La fama di De Marchi è legata soprattutto alla narrativa, anche se coltivò il teatro, in particolare quello destinato ai ragazzi, con le composizioni raccolte in Oggi si recita a casa dello zio Emilio (1888-1896), e la poesia, alla quale appartiene il volume Vecchie cadenze e nuove (1889), di scarso rilievo.

Il suo primo romanzo, Il signor dottorino, pubblicato a puntate sulla Vita Nuova nel 1877, rivela l’influenza di Manzoni, al quale De Marchi guardò soprattutto sul piano linguistico e stilistico, senza cogliere pienamente la novità della sua concezione narrativa e la capacità di rappresentare autenticamente la realtà popolare. Ne deriva, secondo una lettura critica severa, un indebolimento della materia romanzesca: il sentimento tende a risolversi nel sentimentalismo, la ricerca della verità in un meccanismo compositivo e la rappresentazione dei personaggi in uno psicologismo esasperato. Anche il secondo romanzo, Due anime in un corpo (1878), ripropone un tema tradizionale della narrativa romantica, quello dell’amore contrastato e della rinuncia. La vicenda sentimentale, fondata sull’impossibilità di realizzare un’unione desiderata, si presta facilmente a suscitare la commozione del lettore e a garantirsi, proprio attraverso questa partecipazione emotiva, il successo.

Occorre però considerare le condizioni concrete in cui De Marchi scriveva. Tutti i suoi romanzi furono pubblicati inizialmente a puntate e dovettero quindi adeguarsi alle esigenze del romanzo d’appendice[1]. Queste influivano sulla struttura del racconto, sulla conclusione sospesa dei capitoli, sulla scelta e sul ritmo degli avvenimenti, ma anche sul rapporto fra l’autore e il pubblico di uno specifico giornale. La narrativa d’appendice era infatti sottoposta alle leggi del mercato editoriale, alla concorrenza e alle aspettative dei lettori, con il rischio di vedere condizionata la propria autonomia artistica da esigenze commerciali e ideologiche.

Accanto al modello manzoniano, De Marchi accolse l’influenza del naturalismo, adattandone tuttavia i procedimenti alla rappresentazione della piccola borghesia, più che agli ambienti popolari privilegiati dalla prima narrativa naturalista. Divenne così il cantore epico-sentimentale della piccola borghesia italiana di fine Ottocento, dei suoi valori morali, delle sue aspirazioni e dei suoi limiti.

Tra il 1878 e il 1887 pubblicò diverse raccolte di racconti: Storielle di Natale (1880), Sotto gli alberi (1882) e Storie di ogni colore (1885), oltre ai racconti apparsi in appendice a Due anime in un corpo. Queste prove prepararono la stagione dei romanzi più maturi.

Nel 1887 apparve a puntate Il cappello del prete, pubblicato in volume nel 1888, opera di particolare rilievo nella storia della narrativa italiana perché annoverata fra i primi romanzi polizieschi italiani. Ambientato a Napoli, il romanzo racconta la vicenda del barone Carlo Coriolano di Santafusca, nobile decaduto e oppresso dai debiti, che uccide don Cirillo, un sacerdote arricchitosi con l’usura, per impadronirsi del suo denaro. Il delitto sembra offrire al barone la possibilità di sottrarsi alla rovina, ma un particolare apparentemente secondario compromette il suo piano: il cappello del prete, che non riesce a eliminare e che diventa un indizio decisivo.

L’oggetto acquista progressivamente un ruolo centrale nella vicenda: la sua presenza e le circostanze che ne accompagnano la comparsa alimentano i timori del protagonista, trasformando il tentativo di occultare il delitto in un tormento psicologico. La tensione narrativa non dipende dunque soltanto dal mistero e dalla ricerca della verità, ma anche dal senso di colpa, dalla paura e dall’ossessione che si impadroniscono dell’assassino. Il romanzo combina così gli espedienti del racconto d’appendice con una più approfondita attenzione alla psicologia del colpevole, alternando il ritmo incalzante dell’intreccio a momenti di inquietudine che richiamano il romanzo gotico. La vivacità della scrittura e l’efficacia della costruzione narrativa fanno di quest’opera uno dei risultati più originali di De Marchi e un’importante anticipazione del giallo italiano.

Negli anni successivi lo scrittore pubblicò i romanzi Demetrio Pianelli (1890), Arabella (1892) e Giacomo l’idealista (1897). In quest’ultimo, la rappresentazione idillica della natura e del mondo contadino si accompagna a un idealismo generoso, ma inadeguato a fronteggiare la durezza della realtà. La fiducia nella funzione morale ed educativa della letteratura si manifestò anche nell’ultima impresa dell’autore, La buona parola, raccolta di letture popolari a contenuto sociale pubblicate tra il 1898 e il 1900, delle quali una quindicina furono scritte da lui. Anche in quest’opera si riconoscono la sincerità delle intenzioni e i limiti di una visione incline a proporre soluzioni rassicuranti ai problemi della società.

Il risultato più compiuto della narrativa di De Marchi rimane tuttavia Demetrio Pianelli, pubblicato inizialmente a puntate nel 1889 sul giornale L’Italia del Popolo con il titolo La bella pigotta e raccolto in volume nel 1890. Il valore del romanzo risiede soprattutto nella lingua e nello stile, capaci di adeguarsi all’ambiente e ai personaggi. La scrittura procede infatti con un tono dimesso, talvolta prossimo alla sciatteria, ma generalmente coerente con il grigiore dell’esistenza rappresentata. Anche l’atmosfera contribuisce a creare questa impressione: il pieno sole è raro, come se la monotonia della vita quotidiana si riflettesse persino nelle condizioni del tempo.

De Marchi non si limita a rappresentare la società piccolo-borghese, ma la descrive secondo i valori e le aspettative del pubblico al quale si rivolge. Ne risulta quella che è stata definita un’epopea della mediocrità piccolo-borghese, fondata su una morale conservatrice che individua nella bontà e nell’onestà le principali virtù individuali e, al tempo stesso, la ricompensa dell’agire.

Il romanzo si apre con i preparativi di una festa di carnevale organizzata da un gruppo di impiegati. Fra loro vi è Cesarino Pianelli, che, per saldare un debito di gioco, commette un falso e si toglie la vita. Il fratello Demetrio, impiegato dalla condotta irreprensibile, accoglie nella propria casa la vedova e la figlia ancora bambina, Arabella, assumendosi il compito di mantenerle e allevarle a prezzo di grandi sacrifici. Demetrio si innamora della cognata, ma custodisce il sentimento con tale discrezione che la donna non ne sospetta neppure l’esistenza. Quando, per difenderne l’onore dalle insidie di un suo superiore, è costretto a dimettersi, si trova ad affrontare un futuro incerto, nel quale l’unica consolazione gli viene dalla propria rettitudine e dalla «virile rassegnazione».

Demetrio incarna così l’ideale morale che sostiene il romanzo: l’uomo onesto, disposto al sacrificio, trova nella propria virtù l’unica ricompensa possibile, senza che la sua vicenda conduca a una trasformazione dei rapporti sociali. Con Arabella, che narra la storia della nipote di Demetrio, ormai divenuta una giovane donna e sposata infelicemente con un uomo ricco, elegante e borghese, De Marchi riprende temi già affrontati nel romanzo precedente, ma con risultati artistici nettamente inferiori.

 

***NOTE AL TESTO***

[1] Il romanzo d’appendice è genere narrativo di larga diffusione nell’Ottocento, pubblicato originariamente a puntate sui giornali. Si caratterizza spesso per intrecci avventurosi, passioni esasperate, situazioni melodrammatiche e colpi di scena.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Torna in alto