1) NARRATORI FRA SCAPIGLIATURA E VERISMO – 2) EMILIO DE MARCHI – 3) MARIO PRATESI – 4) ALFREDO ORIANI
Alfredo Oriani
Nato a Faenza il 22 agosto 1852 da una famiglia privilegiata della piccola aristocrazia, Alfredo Oriani trascorse un’infanzia e un’adolescenza solitarie e infelici. Compiuti privatamente gli studi liceali a Bologna, nel collegio di San Luigi, nel 1868 fu mandato dal padre a Roma, alla Sapienza, per frequentare la facoltà di giurisprudenza; si laureò tuttavia a Napoli nel 1872. Entrò quindi come apprendista nello studio bolognese dell’avvocato Oreste Regnoli[1], deputato e docente di diritto civile, ma dopo pochi mesi abbandonò la professione legale, deciso a seguire la propria vocazione letteraria. Si ritirò così nella villa paterna, il Cardello[2], presso Casola Valsenio, nei dintorni di Faenza, dove visse con la sorella Enrichetta. Ebbe una relazione con una giovane domestica, Cosima, detta Mina Cavallari, che nel 1891 gli diede un figlio, Aldo Ugo, riconosciuto dallo scrittore soltanto nel 1897.
Dai primi anni del Novecento collaborò con diversi quotidiani e periodici, fra cui Il Giorno, Il Fanfulla, Il Resto del Carlino, La Stampa e La Tribuna. Morì al Cardello il 18 ottobre 1909, ancora sostanzialmente ignorato dal pubblico e osteggiato da gran parte della critica, che soltanto negli ultimi anni della sua vita aveva cominciato a manifestare un interesse più favorevole per la sua opera.
I primi racconti e romanzi – Memorie inutili (1876), Al di là (1877), Gramigne (1879), No (1881) e Quartetto (1883), che comprende il romanzo breve Sullo scoglio – procurarono a Oriani la fama di scrittore osceno. Se in Memorie inutili le situazioni “audaci” sono relativamente rare, ben diverso fu l’effetto prodotto da Al di là, incentrato su un amore fra due donne, da Sullo scoglio, che affronta l’infatuazione incestuosa di un giovane per la madre, e da No, nel quale una ragazza di modeste origini, decisa a conquistare una posizione sociale elevata, sacrifica ogni principio morale e rinuncia a qualsiasi ideale pur di raggiungere il proprio scopo.
Sarebbe tuttavia riduttivo considerare questi primi romanzi giovanili esclusivamente come espressioni di un romanticismo torbido ed esasperato, animato da fermenti ribelli, anarchici e nichilistici e dominato dall’affermazione dell’io contro una società ostile. Per quanto vi prevalgano un tono enfatico e declamatorio, uno stile turgido e scomposto e una ricerca di effetti forti, non di rado prossima alle convenzioni del romanzo d’appendice, è possibile riconoscervi, come osserva Serra, una personalità letteraria ancora in formazione, che tenta di affermarsi tumultuosamente. Vi si manifesta già un realismo fondato sull’indipendenza dello sguardo e un lirismo che nasce dalla solitudine e dall’amara esperienza dell’abbandono. Sono qualità che nelle opere successive troveranno un’espressione più schietta e compiuta.
In seguito Oriani si dedicò alla saggistica e nel 1886 pubblicò Matrimonio, in cui difende l’indissolubilità matrimoniale con argomenti non religiosi, ma civili e morali. Si cimentò anche con la pubblicistica storica e politica, accompagnata da una riflessione sempre più ampia sul significato della storia e sul destino della nazione. Partito da posizioni vicine alla sinistra mazziniana[3] e aperto anche a suggestioni socialiste, senza rinunciare a un profondo sentimento patriottico, Oriani approdò gradualmente a una concezione nazionalistica e imperialistica. Alla base di questa evoluzione si trovava la convinzione che gli ideali democratici e popolari del Risorgimento non fossero incompatibili con la costruzione di uno Stato forte, capace di collocare l’Italia fra le grandi potenze europee e di affidare alle forze popolari una missione civile.
In Fino a Dogali[4] (1889), scritto in uno stile concitato e nervoso, sostenne il rafforzamento della presenza coloniale italiana in Africa, considerandolo una condizione per l’affermazione internazionale del Paese. In La lotta politica in Italia (1892) ripercorse invece le vicende nazionali, denunciando l’impoverimento degli ideali risorgimentali, la meschinità degli interessi, la corruzione e il carattere rinunciatario della politica contemporanea. La sua interpretazione della storia, sorretta da un forte slancio ideale ma non sempre da un’adeguata solidità storiografica, tendeva così a trasformare la critica del presente in un’esortazione alla rinascita nazionale.
Negli anni successivi si aprì una nuova fase della sua attività narrativa, nella quale Oriani raggiunse risultati più convincenti, affinando l’analisi psicologica e avvicinandosi a una rappresentazione più concreta della realtà. Il nemico e Gelosia, entrambi del 1894, La disfatta (1896), Vortice (1899), Bicicletta e Olocausto (1902) segnano questo passaggio. Pur conservando tracce dell’enfasi e della tendenza alla digressione che caratterizzavano la produzione giovanile, lo scrittore si concentra sempre più sulle contraddizioni dell’esistenza individuale, sul dolore, sull’infelicità e sul conflitto fra aspirazioni personali e condizioni sociali. Lo stile diventa generalmente più asciutto, essenziale e nervoso, mentre la rappresentazione dei personaggi acquista maggiore autonomia rispetto alle idee dell’autore.
Particolarmente significativa è Gelosia, che costituisce un momento di svolta nella sua narrativa. Il romanzo racconta la relazione fra Mario Zanetti, giovane avvocato mediocre e insicuro, e Annetta, la moglie del suo maturo principale, l’avvocato Filippo Buonconti. L’adulterio non dà luogo a una vicenda di passioni eccezionali, ma si sviluppa all’interno di un ambiente borghese provinciale, regolato dalle convenzioni, dagli interessi e dal peso delle apparenze. Il sentimento di Mario si trasforma progressivamente in gelosia nei confronti del marito, al quale Annetta finirà per tornare. La conclusione, in cui il marito tradito riesce a ristabilire la propria posizione facendo leva sul denaro e sul senso comune, conferisce alla vicenda un significato amaro: nella società rappresentata da Oriani, le ragioni del sentimento cedono di fronte alla forza degli interessi e delle convenzioni.
L’importanza del romanzo non risiede tanto nell’originalità dell’intreccio quanto nella capacità di rappresentare dall’interno la mediocrità della vita provinciale. I personaggi non sono più semplici portavoce delle idee dell’autore, ma figure le cui debolezze emergono attraverso gesti, esitazioni e reazioni quotidiane. La gelosia diventa così uno strumento di indagine psicologica, mentre l’ambiente borghese, descritto senza idealizzazioni, contribuisce a determinare le scelte e i comportamenti individuali. Il tono moralistico e l’intervento diretto dell’autore arretrano, lasciando maggiore spazio alla dinamica dei rapporti umani.
Con La disfatta Oriani affronta una crisi di natura più profondamente intellettuale e spirituale. Al centro del romanzo è il filosofo De Nittis, figura modellata sull’amico Angelo Camillo De Meis[5], che vede progressivamente fallire le proprie aspirazioni ideali. La vicenda privata diventa l’occasione per interrogarsi sui limiti della ragione e della cultura positivistica, incapaci di offrire risposte soddisfacenti alle domande ultime dell’esistenza. Il dramma del protagonista non consiste soltanto nell’insuccesso personale, ma nella scoperta dell’impotenza degli strumenti intellettuali sui quali aveva fondato la propria visione del mondo. La vita, con le sue necessità materiali e le sue contraddizioni, finisce per smentire le costruzioni della ragione e le aspirazioni a una conoscenza capace di spiegare interamente l’uomo.
La ricchezza delle idee e l’ampiezza della problematica filosofica indussero Benedetto Croce a definire il libro «forse il più ricco d’idee che abbia la contemporanea letteratura italiana». Tale ricchezza costituisce però anche un limite: il racconto è talvolta appesantito dalle digressioni teoriche e dagli interventi dell’autore, che interrompono lo sviluppo della vicenda. Resta tuttavia centrale il significato della sconfitta di De Nittis, nella quale si riflette la più generale crisi degli ideali che avevano sostenuto la cultura ottocentesca. L’esperienza individuale diventa così il luogo in cui si manifesta il contrasto fra le aspirazioni dello spirito e la resistenza della realtà.
Con Vortice, pubblicato nel 1899, Oriani raggiunge forse il risultato più alto della propria arte narrativa. Il protagonista, Adolfo Romani, è un uomo sposato che, per amore di una cantante d’operetta, arriva a falsificare una cambiale. Quando si trova esposto al rischio dello scandalo e alla perdita della propria rispettabilità, non riesce a immaginare una via d’uscita e precipita in una crisi che lo conduce alla decisione di porre fine alla propria vita. Il romanzo segue l’ultima giornata del protagonista, soffermandosi sulle sue angosce, sulle esitazioni e sui tentativi di sottrarsi a una situazione che gli appare ormai senza soluzione.
L’interesse dell’opera risiede soprattutto nel modo in cui Oriani rappresenta il progressivo restringersi dell’orizzonte mentale di Adolfo. La sua tragedia non deriva soltanto dalla colpa commessa, ma dall’impossibilità di concepire una vita al di fuori del ruolo sociale che ha sempre occupato. La vergogna e il timore del giudizio altrui acquistano un peso sproporzionato, fino a soffocare ogni possibilità di ricominciare. La società provinciale, con il suo sistema di valori fondato sull’onore, sulla reputazione e sulla rispettabilità, finisce così per esercitare sul protagonista una pressione che egli interiorizza e trasforma in una condanna senza appello.
Il titolo esprime efficacemente questo processo: Adolfo viene trascinato in un movimento che coinvolge insieme gli avvenimenti esterni e la sua coscienza, senza che riesca a recuperare il controllo della propria esistenza. La narrazione serrata, il ritmo concitato e l’attenzione alle oscillazioni psicologiche del protagonista rendono il romanzo particolarmente efficace. La vicenda individuale assume inoltre un significato più generale, mostrando come le convenzioni sociali possano limitare la libertà dell’individuo fino a indurlo a considerare impossibile qualsiasi alternativa. In Vortice la critica dell’ambiente provinciale si traduce dunque in una rappresentazione drammatica del rapporto fra coscienza personale e condizionamento sociale.
Con Olocausto (1902) Oriani si volge invece alla condizione degli umili e degli emarginati, affrontando il problema della miseria attraverso una vicenda di intensa pietà umana. La protagonista, Tina, è una giovane povera e malaticcia, costretta dalle circostanze familiari e dallo sfruttamento altrui a subire una condizione di degradazione dalla quale non riesce a liberarsi. In un arco narrativo concentrato in pochi giorni, il romanzo segue la sua sofferenza, mostrando come la povertà e l’indifferenza dell’ambiente circostante finiscano per schiacciare una creatura incapace di difendersi.
Il significato del titolo rimanda al sacrificio della protagonista, vittima di una società che non offre protezione ai più deboli e nella quale la miseria diventa una condanna. A differenza di altre opere di Oriani, in cui il conflitto nasce dallo scontro fra aspirazioni individuali e convenzioni borghesi, qui la protagonista non è responsabile della propria sorte: è piuttosto l’innocenza a essere sopraffatta da condizioni di vita disumane e dall’egoismo di chi ne approfitta. La narrazione si distingue per la capacità di osservare la sofferenza senza trasformarla in una semplice occasione di condanna morale. La compassione per Tina prevale sul giudizio, mentre la concretezza delle situazioni e la sobrietà dell’espressione rendono più incisiva la denuncia della miseria sociale.
La disfatta, Vortice e Olocausto possono essere letti, pur nella diversità delle vicende e dei protagonisti, come tre rappresentazioni della sconfitta umana. De Nittis è vinto dal fallimento delle proprie aspirazioni intellettuali; Adolfo Romani dall’incapacità di sottrarsi al peso delle convenzioni e delle responsabilità personali; Tina da una condizione di miseria che non le lascia alcuna possibilità di riscatto. In questi romanzi Oriani indaga da prospettive differenti i limiti della libertà individuale e la fragilità dell’uomo di fronte alle forze che condizionano la sua esistenza. La sua visione rimane spesso pessimistica, ma acquista una maggiore profondità quando rinuncia alla proclamazione enfatica degli ideali e si affida alla rappresentazione concreta delle debolezze e delle sofferenze dei personaggi.
Accanto ai romanzi, meritano attenzione le novelle raccolte in Bicicletta (1902), nelle quali la scrittura di Oriani si fa più distesa e luminosa, aprendosi a una descrizione lirico-paesistica della realtà. Lo scrittore si dedicò inoltre alla poesia e al teatro, componendo numerosi testi drammatici. Nel 1908 pubblicò La rivolta ideale, opera nella quale riprese le proprie riflessioni politiche, trasferendole dal terreno della ricostruzione storica a quello della meditazione ideologica e spirituale. Altri lavori, fra cui il romanzo Sì, rimasero incompiuti o furono pubblicati postumi.
La fortuna di Oriani fu a lungo condizionata dalla difficoltà di conciliare la sua ambizione intellettuale, la sua polemica contro la società contemporanea e gli squilibri formali di una parte della sua produzione. Il fascismo ne valorizzò successivamente gli scritti politici, presentandolo come un proprio precursore e privilegiandone la componente nazionalistica e imperialistica. Questa appropriazione ideologica contribuì a sovrapporre alla complessità dello scrittore un’immagine parziale, che non rende giustizia alla sua opera narrativa. Proprio nei romanzi della maturità, infatti, Oriani offre una rappresentazione incisiva della crisi della società borghese di fine Ottocento, mettendo a nudo le contraddizioni fra aspirazioni individuali, valori collettivi e realtà quotidiana.
***NOTE AL TESTO***
[1] Oreste Regnoli (1797-187), giurista e uomo politico, fu professore di diritto civile all’Università di Bologna e partecipò alla vita politica del Risorgimento.
[2] Oggi la villa, divenuta monumento nazionale per volontà di Mussolini, ospita la casa-museo dedicata allo scrittore e conserva testimonianze della sua attività letteraria e politica.
[3] La sinistra mazziniana è un corrente democratica e repubblicana ispirata al pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-1872), che sosteneva l’indipendenza e l’unità nazionale, la sovranità popolare e il rinnovamento morale e politico della società. In questa tradizione, il patriottismo era strettamente legato all’idea di una missione civile della nazione.
[4] Dogali è una località dell’Eritrea presso la quale, il 26 gennaio 1887, un reparto italiano fu sconfitto dalle forze etiopiche. La battaglia ebbe una forte risonanza nell’opinione pubblica italiana e divenne un episodio centrale del dibattito sull’espansione coloniale.
[5] Angelo Camillo De Meis (1817-1891), medico, filosofo e uomo politico abruzzese, fu vicino alla cultura hegeliana e partecipò alla vita politica risorgimentale. Amico di Oriani, rappresentò un importante riferimento per la sua riflessione filosofica.
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