1) LINEA BIOGRAFICA – 2) LE OPERE – 3) CARDUCCI NELLA CULTURA ITALIANA…
Carducci nella cultura italiana tra Ottocento e Novecento
Considerata nella sua complessità, l’opera di Carducci supera ampiamente i confini della sola produzione poetica. Egli rappresenta infatti uno degli ultimi grandi intellettuali capaci di riunire in sé competenze oggi distribuite tra discipline differenti: poeta e storico della letteratura, filologo e polemista, docente universitario e protagonista della vita pubblica, interprete della tradizione classica e insieme testimone delle trasformazioni politiche e culturali dell’Italia contemporanea. Considerata nel suo insieme, la sua opera appare pertanto come una delle espressioni più complete della cultura italiana della seconda metà dell’Ottocento, nella quale la poesia costituisce certamente il vertice artistico, ma non esaurisce affatto la ricchezza della personalità dell’uomo. Questa pluralità di interessi, inoltre, non costituisce una semplice somma di attività diverse, ma riflette una concezione dell’intellettuale tipica dell’Ottocento, nella quale la letteratura non era considerata un ambito separato dalla vita pubblica, bensì uno degli strumenti attraverso cui una società elaborava la propria identità storica e culturale.
Pochi scrittori italiani hanno esercitato, durante la propria vita, un’autorità culturale tanto ampia e riconosciuta; pochi, nello stesso tempo, hanno conosciuto, nel corso del Novecento, una così profonda trasformazione della propria fortuna. Quando Carducci morì, nel 1907, era ormai da tempo il poeta ufficialmente riconosciuto della nazione italiana, professore venerato, senatore del Regno, premio Nobel per la letteratura e figura di riferimento della cultura nazionale. La sua autorità sembrava tale da farne il naturale punto di arrivo della tradizione poetica italiana. Eppure la storia della letteratura avrebbe seguito un percorso diverso.
Già negli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa il panorama poetico mutò rapidamente. Le esperienze simboliste, il Decadentismo, la nuova sensibilità pascoliana e dannunziana, fino alle grandi stagioni della lirica novecentesca, orientarono la poesia italiana verso soluzioni formali ed espressive profondamente differenti. Il linguaggio si fece più allusivo e frammentario, la dimensione pubblica della poesia cedette progressivamente il posto a quella individuale, la funzione civile del poeta, così centrale nella concezione carducciana, venne progressivamente sostituita da una ricerca sempre più rivolta all’interiorità, alla sperimentazione linguistica o all’indagine esistenziale.
In tale contesto la poesia di Carducci perse inevitabilmente quella posizione centrale che aveva occupato nella cultura dell’Italia postunitaria. Non si trattò di una semplice diminuzione di prestigio, quanto piuttosto del mutare del quadro storico entro il quale la sua opera era nata. Carducci aveva interpretato con straordinaria efficacia le esigenze morali e civili di una nazione impegnata nella costruzione della propria identità politica; il Novecento avrebbe invece conosciuto problemi diversi, ai quali la sua poesia non poteva offrire le medesime risposte. Come accade frequentemente nella storia della letteratura, il cambiamento del gusto fu inseparabile dal mutamento della società e delle sue domande culturali.
La critica novecentesca, inoltre, mutando criteri e prospettive, avrebbe progressivamente ridiscusso molti aspetti della sua poesia, mettendo in evidenza ora i limiti della sua impostazione classicistica e oratoria, ora la complessità di alcune soluzioni stilistiche e tematiche. Anche il giudizio sulla sua produzione critica e prosastica avrebbe subito modificazioni, passando dall’originaria celebrazione alla successiva revisione storica.
Da questa constatazione deriva un dato che merita particolare attenzione. I mutamenti della fortuna critica non modificano tuttavia il dato fondamentale: Carducci rappresenta una figura centrale nella cultura italiana dell’Ottocento. La sua importanza storica non dipende soltanto dal valore attribuito alle singole opere poetiche, ai saggi critici ecc., ma dalla funzione d’insieme che egli esercitò nel momento in cui l’Italia unita cercava di definire i propri riferimenti culturali. È sicuramente troppo facile puntare il dito verso i limiti della sua poesia, allo stesso modo in cui era troppo facile celebrarla. La grandezza della sua opera appartiene dunque non soltanto alla storia della poesia, ma anche alla storia dell’educazione, dell’università, dell’editoria e della formazione del gusto letterario nazionale.
Per questo motivo la valutazione complessiva di Carducci richiede necessariamente uno sguardo più ampio e profondo. Considerarlo soltanto come il poeta delle celebrazioni patriottiche, oppure soltanto come il rappresentante di un classicismo ormai superato, significherebbe ridurre una personalità intellettuale assai più articolata. La sua opera nasce infatti dall’incontro di molte tensioni caratteristiche dell’Ottocento italiano: la tradizione classica e la modernità, il sentimento romantico e la disciplina formale, l’eredità risorgimentale e la nuova realtà dello Stato unitario, la ricerca estetica e l’impegno civile.
Egli ebbe una tempra ben diversa rispetto ai letterati del proprio tempo, che si crogiolavano nel morbido e sciatto sentimentalismo degli ultimi aneliti del Romanticismo, o tentavano di dare vita, sulla scia della boheme parigina, ad una sorta di poesia superficiale che puntava sull’orrido o il disgustoso, oppure di una poesia prosastica, con espedienti goffi ed impacciati. Ma lo stesso discorso va fatto nei confronti dei classicisti (quali ad esempio lo Zanella[1]) che accomodavano qualunque esigenza, tema o problema in una eloquenza tutta letteraria e accademica, elegante, bene intonata, ma priva di apici e di risalti.
Il classicismo del Carducci, invece, non fu mai passivo (e ciò vale particolarmente per gli inizi), non fu un modo di sopravvivere inerte nelle pieghe della letteratura; fu un moto combattivo, che voleva indicare l’idea di una poesia più intonata, sia nei temi che nel linguaggio, dare una sensazione più virile, vigorosa e polemica dei compiti di cui doveva farsi carico lo scrittore. Il classicismo al quale Carducci guardò costantemente non fu soltanto un modello formale, ma anche un riferimento culturale attraverso il quale egli cercò di misurare il proprio tempo. Allo stesso modo, il richiamo al Risorgimento e alla tradizione patriottica non rappresentò esclusivamente un motivo celebrativo, ma il tentativo di individuare nella storia italiana valori e ideali capaci di orientare il presente.
Proprio per questo la figura di Carducci fu a lungo associata all’immagine del poeta civile. Tale definizione, tuttavia, deve essere intesa storicamente, poiché la funzione pubblica del poeta assunta da Carducci appartiene pienamente alla cultura del Risorgimento e dell’Italia liberale. In lui il poeta è anzitutto un educatore civile, un interprete della tradizione nazionale e un’autorità morale, chiamata a contribuire, attraverso la letteratura, alla formazione della coscienza collettiva. Soltanto negli anni successivi questa concezione sarebbe stata trasformata da Gabriele D’Annunzio nella più spettacolare e carismatica figura del Vate, nella quale l’autorità del poeta tende ormai a identificarsi con il mito della propria eccezionalità personale e con un diretto protagonismo politico. Da questo punto di vista Carducci rappresenta non tanto il Vate dannunziano, quanto il momento culminante di una precedente idea civile dell’intellettuale, destinata a esaurirsi con la fine dell’Ottocento.
Ed è proprio in questa prospettiva storica – e con questo intendo il momento storico che segna il passaggio dall’età risorgimentale alla società italiana del Novecento – che la figura di Carducci ritrova oggi il proprio significato più autentico. Liberata tanto dalle celebrazioni retoriche quanto dalle successive svalutazioni, essa può essere considerata nella sua effettiva complessità. Carducci appare allora non soltanto come uno dei maggiori poeti dell’Ottocento, ma come uno dei protagonisti della cultura italiana moderna: un autore nel quale convergono la tradizione umanistica, la coscienza storica del Risorgimento, il rigore della filologia ottocentesca e l’idea, profondamente civile, della letteratura come forma di educazione nazionale. Se la poesia italiana del Novecento non ne ha direttamente proseguito il cammino, ciò non riduce l’importanza della sua esperienza; ne definisce piuttosto la specifica funzione storica. Carducci non è il punto di partenza della poesia contemporanea, ma costituisce il punto di arrivo di una lunga tradizione che, attraverso di lui, giunge alla sua espressione più compiuta e, insieme, alla sua conclusione.
******NOTE AL TESTO******
[1] Giacomo Zanella (1820-1888) fu poeta e professore vicentino, esponente significativo della poesia italiana della seconda metà dell’Ottocento. Ordinato sacerdote, insegnò letteratura italiana all’Università di Padova, della quale fu anche rettore. La sua produzione poetica, raccolta soprattutto nelle Poesie (1868), si caratterizza per l’incontro tra ispirazione religiosa, sensibilità civile e interesse per il progresso scientifico, tema particolarmente evidente nel celebre componimento Sopra una conchiglia fossile nel mio studio. La sua poesia, lontana tanto dall’enfasi romantica quanto dalle successive esperienze della Scapigliatura e del Decadentismo, mantiene un saldo legame con la tradizione classica e con una concezione razionale e morale della letteratura. Zanella rappresenta pertanto una figura significativa della fase di transizione della lirica italiana postunitaria, nella quale la tradizione ottocentesca si confronta con i nuovi orientamenti culturali e scientifici.
La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL SECONDO OTTOCENTO»
