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Marco Michelini | 5 maggio 2016

Coluccio Salutati

Il più illustre rappresentante dell’umanesimo trecentesco fu Coluccio Salutati. Nato nel 1331 a Stignano, presso Buggiano in Valdinievole (Pistoia), fu considerato uno dei più importanti uomini di governo tra il XIV e il XV secolo. Visse in un primo tempo a Bologna, dove il padre si era rifugiato esule al servizio di Taddeo Pepoli[1], signore della città. Morto il padre, e forse per la volontà del Pepoli, si dedicò, benché fosse maggiormente interessato alle discipline letterarie, agli studi giuridici e alla retorica, e seguì le lezioni di logica e di grammatica di Pietro da Moglio. Nel 1350, a causa della caduta dei Pepoli, la famiglia Salutati lasciò Bologna e fece ritorno a Stignano, dove Coluccio cominciò ad esercitare il notariato in diversi centri toscani. Contemporaneamente, intraprese anche la carriera politica: fu cancelliere del comune di Todi, di quello di Lucca, e dal 1374 fino alla morte fu cancelliere della Signoria fiorentina, divenendo un personaggio di spicco della politica italiana di fine Trecento. Quelli, infatti, furono i difficili anni della Guerra degli Otto Santi[2], del Tumulto dei Ciompi[3] e della guerra contro Gian Galeazzo Visconti (1385-1402), nella quale Coluccio ebbe un ruolo importantissimo nello spronare il popolo fiorentino a difendere la sua tradizionale libertà contro le pretese del Duca di Milano, desideroso di sottomettere l’intera Penisola al suo controllo schiacciando le resistenze delle Signorie dell’Italia Settentrionale.

Ma, soprattutto, Coluccio fu fine «umanista non solo nel senso letterario di buon continuatore del latino petrarchesco in prosa epistolare e trattatistica, non solo nel senso tecnico di cultore dell’erudizione (gli si deve una migliore conoscenza delle Familiari ciceroniane, così come l’impulso allo studio del greco), ma anche e soprattutto nell’operata connessione tra cultura e attività politica. […] Fu il centro e il punto di riferimento dell’attività culturale fiorentina in quel trentennio: dal cenacolo agostiniano di Santo Spirito che custodiva i libri del Boccaccio, legati in eredità a fra Martino da Signa, e fu illustrato da un altro ecclesiastico, Luigi Marsili, a quello che si riuniva nel Paradiso, la villa degli Alberti; i filosofi e i grandi segretari del tempo sono suoi amici o suoi discepoli»[4]. L’attività culturale del dotto si fonde dunque in Coluccio con quella dell’uomo politico alle prese con i quotidiani problemi della vita pubblica fiorentina, proiettati sul più vasto sfondo delle vicende di tutta l’Italia, e la cultura classica diviene al tempo stesso uno strumento vivo che stimola alla vita attiva e civile. In questo senso, egli può essere considerato l’iniziatore di quell’umanesimo civile che contraddistinse i primi tre decenni del Quattrocento.

Ma, soprattutto, Coluccio ebbe il merito di far rifiorire in Italia il greco classico. Grazie all’incontro avvenuto a Venezia tra i giovani umanisti Roberto de’ Rossi[5] e Jacopo Angeli da Scarperia[6] e i due colti bizantini Manuele Crisolora[7] e Demetrio Cidone[8], il Salutati iniziò ad intessere, usufruendo dei suoi poteri di Cancelliere, rapporti con Crisolora per invitarlo ufficialmente a Firenze quale docente di greco classico nello Studium. Costui, giunto in Europa Occidentale per conto dell’imperatore Manuele II Paleologo per cercare alleanze contro i turchi ottomani, cercò di instaurare rapporti di amicizia con gli Stati che visitava trasmettendo la conoscenza del greco classico ai nascenti circoli umanistici, che conoscevano sì il latino ma non la lingua di Omero. Crisolora, pertanto, accettò l’offerta del Salutati, rimanendo nella città toscana dal 1397 al 1400 e lasciando in eredità ad amici e discepoli fiorentini gli Erotematà, compendi linguistici di greco classico caratterizzati da una sinossi con la grammatica latina.

Gli ultimi anni della vita di Coluccio furono amareggiati da diversi lutti familiari: la sua seconda moglie scomparve nel febbraio del 1396 e alcuni dei suoi figli morirono durante la pestilenza del 1400. Quando morì (4 maggio 1406), celebrato sia per i suoi meriti letterari che per quelli politici, la Signoria di Firenze volle esaltarne i meriti facendogli officiare un funerale solenne in Santa Maria del Fiore.

Testimonianza basilare di quanto si è detto poc’anzi, cioè della stretta connessione tra culto dell’erudizione ed impegno nella vita politica, è il monumentale epistolario che abbraccia oltre quarant’anni della vita del Salutati e che ci mostra sia i suoi problemi legati alla carica di Cancelliere, sia quelli più personali legati alle problematiche dell’uomo di lettere. Queste epistole, essenzialmente ispirate a quelle del Petrarca, ma nelle quali si trova anche un nesso stilistico con le Familiares di Cicerone, sono sempre sostenute da una riflessione precisa che si articola in rigorosi ragionamenti e in un modello di vita severo, dove la rigidezza dello stoicismo viene temperato dalla carità cristiana. I temi che vi affiorano sono spesso quelli della lode della vita attiva, intesa come impegno civile e politico, considerata superiore alla vita contemplativa, ma anche il mito di Firenze e della democratica libertà repubblicana, attinto direttamente dalla riflessione sui modelli romani e greci contrapposti alla tirannide viscontea. È questo anche il tema della famosa Invectiva contro Antonio Loschi, segretario di Gian Galeazzo Visconti, che in un suo breve opuscolo, Invectiva in Florentinos, aveva ingiuriato i Fiorentini, esaltando la politica espansionistica del Duca di Milano.

Ma per quanto il Salutati avvicini da una parte il mondo culturale petrarchesco al mondo politico, morale e religioso dei cittadini laici, dall’altra recupera molte concezioni medievali che, sulla scia di Dante, lo portano a propendere per una forma di governo assolutistico[9]; mentre nel DeSaeculo et religione (1381-1382) esalta i pregi della vita religiosa contrapponendoli alle miserie della vita laica. Più interessanti sono il De fato, fortuna et casu (1396-1397) dedicato ai temi della libera volontà e della grazia, e il De nobilitate lugum (1399) dove esalta il valore della giurisprudenza e delle leggi in quanto regolano la vita sociale, determinano il convivere civile, stabiliscono l’ordine e devono essere ottime affinché possano produrre uomini migliori. Coluccio continua affermando che le leggi, poiché appartengono alla sfera spirituale, sono ispirate dalla divinità medesima: gli uomini, perciò, possono collaborare con Dio nella costruzione perfetta della società.

Ma l’opera certamente più importante del Salutati è il De Laboribus Herculis (1383‑1391) che riguarda la famosa disputa sul valore della poesia, problema che implicava la difesa di tutta la cultura classica e il rapporto che deve intercorrere tra letteratura e religione; polemica antica, già iniziata nel Duecento e proseguita con Petrarca e Boccaccio, ma ancora vivissima, perché implicava non solo un’antitesi tra cultura classica e mondo religioso, ma addirittura una scelta decisiva tra due differenti concezioni di vita. Mentre il Petrarca era rimasto impigliato nelle secche del pensiero platonico (contrario alla poesia), Coluccio, rifacendosi alla Poetica di Aristotele, e ricollegandosi al De genealogiis del Boccaccio, affermò decisamente il valore della poesia classica. Infatti, come già aveva scritto in una lettera a Giovanni da San Miniato[10], la poesia ha un valore universale giacché il senso interpretativo di un testo classico supera la dimensione culturale in cui è stato scritto: le opere dei pagani, dunque, se piene di valori positivi, non devono essere rigettate, ma accolte in quanto provenienti da Dio stesso.

Benvenuto da Imola

Nato ad Imola nel terzo decennio del 1300 dal notaio Compagno (o anche Boncompagno) di Anchibene, anch’egli notaio, studiò nella propria città sotto la guida del padre, che teneva anche scuola privata di diritto, e non sembra improbabile che abbia compiuto anche un corso di studi più o meno regolari a Bologna. Il Muratori lo colloca a Roma per il giubileo del 1350: cosa di per sé non inverosimile, ma pur sempre suscettibile di qualche dubbio. Nel 1361-62 fu a Bologna, al seguito di Gómez Albornoz, nipote del cardinal legato Egidio Albornoz, e per il quale compose tra il 1361 e il 1364 il Romuleon, compendio di storia romana che va dalla distruzione di Troia a Diocleziano. L’opera in dieci libri è del tutto priva di originalità, ma serve a dimostrare le vaste letture storiche di Benvenuto; essa ebbe comunque larga divulgazione e fu volgarizzata varie volte in italiano e almeno una volta in francese. A Bologna Benvenuto potrebbe aver conosciuto il Petrarca, nel febbraio-marzo 1364, quando il poeta aretino vi si fermò per rendere omaggio al legato papale Androin De La Roche, oppure anche ad Imola, ove il Petrarca fu già nel 1321 e dove potrebbe essersi quindi fermato di nuovo nel 1364 quando da Bologna si recò nel Casentino. L’episodio più vistoso e importante della vita di Benvenuto risale al 1365, quando fu mandato, dopo solenne investitura da parte del Consiglio degli Anziani, in ambasceria ad Avignone per sollecitare l’intervento di Urbano V contro Azzo e Bertrando degli Alidosi; l’ambasceria non ebbe esito felice. Divenuti anzi gli Alidosi vicari pontifici per Imola, Benvenuto dovette allontanarsi per sempre dalla città per evitare rappresaglie. Si stabilì allora con la moglie a Bologna, ove visse gestendo una scuola privata, in cui leggeva gli auctores latini, non solo classici ma anche moderni. Il soggiorno bolognese durò un decennio, interrotto da qualche viaggio: uno a Firenze per ascoltare le letture dantesche del Boccaccio, che lasceranno una traccia molto vasta nel suo commento alla Commedia, e un altro a Padova. In quegli anni la cultura bolognese stava uscendo da uno stato di crisi, durato qualche decennio, grazie all’opera di valentissimi maestri, quali Pietro da Moglio, che rifacendosi alle figure più significative del cosiddetto preumanesimo veneto-emiliano, restauravano la dignità degli studi classici, attirando attorno a sé vaste e attente scolaresche anche d’Oltralpe. A questo rinnovato impulso culturale Benvenuto portò un contributo affatto secondario. Tramite Pietro da Moglio, infatti, entrò in contatto con il suo allievo Coluccio Salutati, col quale rimase legato da profonda amicizia ed interessi culturali. A questi anni bolognesi, ma forse già anteriormente al 1373, risalgono i primi esperimenti di letture dantesche, compiute non nello Studio ufficiale, ma nella scuola privata stessa, come libero corso parallelo alla lettura dei classici latini. Queste letture bolognesi non poterono durare indisturbate molto a lungo: gelosie e rivalità professionali gli resero ben presto la vita impossibile, costringendolo a cercar rifugio a Ferrara sotto la protezione di Nicolò II d’Este, che Benvenuto aveva conosciuto ad Avignone, al tempo della legazione contro gli Alidosi. Protetto dal marchese e circondato di venerazione e rispetto, riprese il lavoro su nuovi progetti o sviluppando e ampliando quelli già iniziati a Bologna: rilesse pubblicamente Valerio Massimo, completò e sviluppò il Comentum super Dantem, chiosò le Bucoliche e le Georgiche di Virgilio, lesse in più riprese Lucano, commentò le tragedie di Seneca e continuò la sua opera di storiografo. Morì quasi sicuramente a Ferrara tra il 1387 e l’agosto del 1388.

L’opera più celebre di Benvenuto da Imola è il Comentum super Dantem, uno dei commenti danteschi più importanti del sec. XIV, al quale andò sempre il favore dei lettori anche più esigenti, dal Muratori alla più recente critica dantesca. Esso nasce dalla rielaborazione delle letture dantesche bolognesi ma è il frutto di un cospicuo sforzo di interpretazione storica e letterale. «Si tratta di un commento perpetuo, con minuta parafrasi, segmento per segmento, del testo, cui si aggiungono chiose più generali, giusta lo schema usato per i classici, che qui Benvenuto dilata al maggiore autore volgare (il Boccaccio – è vero che il Boccaccio parlava a Firenze, città di minor cultura universitaria, dove il volgare, a tutti gli effetti, aveva un più clamoroso riconoscimento di fatto – aveva però avuto l’ardire di esporre la chiosa stessa in italiano). Il “latino grosso”, com’è stato chiamato, di Benvenuto dà una chiara idea del linguaggio in cui si teneva la lezione medievale, anche universitaria […], e probabilmente, fuori di Toscana, la predica: questo linguaggio scolastico ed ecclesiastico ricorda parecchio, anche per la prossimità della regione, quello di Salimbene nel secolo precedente, intessuto com’è d’un continuo calco del lessico e specialmente della sintassi del volgare»[11]; ma proprio per questa sua libertà, per questa sua lontananza dall’elegante raffinatezza dei maggiori stilisti (il Salutati gliene fece anzi bonario ma deciso rimprovero), esso era in grado di esprimere con immediatezza e vigore la virulenta e appassionata personalità del commentatore, che ancor oggi interessa la critica dantesca non solo per la precisione di molte notizie storiche, la sottigliezza calzante dell’interpretazione allegorica, la proprietà dei richiami filosofici, ma anche per la capacità di sentire certe atmosfere poetiche, la finezza di certi accostamenti impressionistico-realistici e la comprensione generale della struttura del poema che danno senso di vita attuale al testo chiosato. Per cogliere la profondità di intuizioni della critica di Benvenuto basterà ricordare come, impostando un confronto che poi diverrà topico tra Dante e Petrarca, pur esaltando umanisticamente il secondo come “copiosior in dicendo”, salva la grandezza del primo perché “maior poeta”, in quanto ha saputo fondere in un’opera di estrema complessità tutte le parti della filosofia e della poetica, creando un poema che è nello stesso tempo tragedia, satira e commedia. Il che pare essere la più lontana origine di un modulo critico che avrà tanta fortuna nel Foscolo, che conosceva e citava Benvenuto, e in tutta la critica romantica, De Sanctis incluso.

***NOTE***

[1] Taddeo Pepoli (Bologna, tra il 1285 e il 1290 – Bologna, 29 settembre 1347), giurista e cambiatore, fu de facto signore di Bologna dal 1337 al 1347.

[2] La guerra degli otto santi fu una guerra tra lo Stato Pontificio e le città del centro Italia, avvenuta tra il 1375 e il 1378 e causata della volontà di papa Gregorio XI (1370-1378) di ritornare da Avignone a Roma e ripristinarvi l’autorità della Chiesa. La paura che si formasse, nel centro Italia, un forte stato ecclesiastico allarmò sia Firenze (intimorita di essere inglobata nel nuovo Stato) che le città degli Stati Pontifici, che a causa della lontananza del Papato avevano acquisito una grande forza ed indipendenza.

[3] Il Tumulto dei Ciompi (o scardassieri, cioè i salariati soprattutto del settore della lavorazione della lana – addetti alla pettinatura e alla cardatura – che rappresentavano uno dei gradini più bassi della scala sociale dell’epoca) fu una rivolta popolare avvenuta a Firenze tra il giugno e l’agosto del 1378. Si tratta di uno dei primi esempi di sollevazione per scopi economico-politici della storia europea.

[4] Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, Firenze, 1978, pag. 869.

[5] Roberto de’ Rossi (1355 circa – 1417) era un ricco patrizio che dedicò la sua vita ai libri e agli studi nella sua casa e nel giardino del quartiere Oltrarno di Firenze. Le sue traduzioni di Aristotele e di altri scrittori greci classici li rese ampiamente disponibili al pubblico lettore del latino. Fu anche precettore di Cosimo de’ Medici.

[6] Jacopo d’Angelo, conosciuto anche come Iacopo di Angelo da Scarperia o Iacopo Angeli, (Scarperia, 1360 circa – Roma, 1410 circa), fu un latinista e grecista italiano. A partire dal 1400 svolse alcuni incarichi nella Curia romana. Tradusse dal greco alcune biografie tratte dalle Vite parallele di Plutarco, tra le quali la Vita di Cicerone e, nel 1406, la Geografia di Tolomeo, dedicandola, dopo averla corredata d’una carta dell’Italia antica, a papa Alessandro V, del quale per vari anni fu segretario. Nella sua attività di ricerca degli antichi codici, è particolarmente rilevante il ritrovamento del testo integrale delle Filippiche, le orazioni ciceroniane contro Marco Antonio.

[7] Emanuele Crisolora (Costantinopoli, 1350 – Costanza, 15 aprile 1415), la cui fama di fu dovuta all’intensa attività di umanista svolta nell’Europa occidentale nei primi anni del Quattrocento.

[8] Demetrio Cidone (Tessalonica, 1320 circa – Creta, 1398 circa), umanista, letterato, teologo, traduttore e politico bizantino, fu fra i primi a diffondere la cultura greca in Italia. Nel 1354 venne una prima volta in Italia, dove studiò gli scritti dei maggiori teologi e filosofi medievali e si dedicò (come il Crisolora) a stringere legami tra l’Impero Romano d’Oriente e i paesi latini occidentali contro la minaccia dei Turchi. Attratto dalla Scolastica latina, tradusse in greco alcune delle maggiori opere occidentali, tra cui scritti di Agostino di Ippona, di Anselmo d’Aosta e di Tommaso d’Aquino. Lo stesso Giovanni VI usò la traduzione che Demetrio aveva fatto della Improbatio Alcorani (Confutazione del Corano) del domenicano Ricoldo da Montecroce come fonte per i suoi scritti contro l’Islam. Assieme al proprio fratello Procoro collaborò attivamente ai tentativi di riunione della Chiesa cattolica con le Chiese ortodosse e nel 1365 si convertì al cattolicesimo. Ritornato a Costantinopoli, ricoprì vari incarichi per conto dell’Imperatore Giovanni V Paleologo e nel 1369 accompagnò il sovrano nel suo viaggio a Roma. Attorno al 1383 si ritirò a vita privata, ma, dopo la morte di Giovanni V (1391), fu richiamato a corte dall’Imperatore Manuele II. Nel 1395 venne ancora una volta in Italia con Manuele Crisolora. Si dimise dagli incarichi politici nel 1396 e si ritirò definitivamente all’isola di Creta, dove morì.

[9] Ciò accade nel De Tyranno (1400), un’epistola-trattato inviata a Francesco Zabarella, filosofo padovano.

[10] Giovanni da San Miniato (Firenze, 7 luglio 1360 – Firenze, 22 febbraio 1428), Duccio, originario di San Miniato e notaio in Firenze, entrò nell’Ordine benedettino nel monastero di S. Maria degli Angeli, del quale, nel 1422 divenne priore. Fu anche uomo di lettere e durante gli anni di vita monastica tradusse in lingua volgare i Sermones in Cantica canticorum di S. Bernardo, i Moralia di s. Gregorio (1415), l’epistola di Alberto degli Albizzi a Martino V (1417) e il De remediis utriusque fortunae di Francesco Petrarca, in due libri, il primo terminato nel 1426, il secondo nel 1427. Giovanni fu anche e soprattutto una delle maggiori figure che tra la fine del 1300 e gli inizi del 1400 animarono il vivace dibattito sullo studio dei classici entrando, con la sua posizione dichiaratamente antiumanistica, in aperta polemica con Coluccio Salutati, suo amico.

[11] Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, Firenze, 1978, pag. 874.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL QUATTROCENTO»

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