1) LINEA BIOGRAFICA – 2) IL REALISMO MODERNO DEL PORTA – 3) LA SCELTA LINGUISTICA DEL PORTA E IL SUO SIGNIFICATO – 4) LA CULTURA DI CARLO PORTA – 5) LA FORTUNA CRITICA DI CARLO PORTA
Il realismo moderno del Porta
Le prime esperienze poetiche di Carlo Porta risalgono al 1793; tuttavia, è possibile individuare l’avvio effettivo della sua stagione matura intorno agli anni 1803-1804, quando egli intraprende la traduzione in dialetto milanese della Divina Commedia, di cui restano frammenti di notevole interesse. Da questo momento, la produzione poetica portiana si sviluppa in modo sostanzialmente ininterrotto fino alla morte dell’autore, manifestando una progressiva definizione di una poetica autonoma e di un linguaggio espressivo saldamente strutturato.
La prima prova pienamente compiuta, e che può essere considerata a livello di capolavoro, è rappresentata dai Desgrazzi de Giovannin Bongee[1], composti nel 1812. In quest’opera Porta dimostra di aver ormai acquisito una tecnica narrativa e una competenza linguistica mature, pur mantenendo un saldo ancoraggio alla tradizione dialettale lombarda, che funge da premessa storica e culturale della sua scrittura. A partire da questo testo, e attraverso una serie di componimenti successivi, Porta si afferma come uno dei primi grandi interpreti del realismo moderno, anticipando per intensità e radicalità espressiva esiti che troveranno pieno sviluppo solo con il naturalismo ottocentesco.
Nei Desgrazzi de Giovannin Bongee la vicenda ruota attorno alla figura di Giovannino, un povero garzone di rigattiere, costantemente esposto a soprusi e umiliazioni. Il personaggio incarna una condizione di subalternità strutturale: incline alla ribellione verbale, ma incapace di tradurre l’indignazione in azione, egli appare schiacciato da un contesto storico e sociale dominato da poteri arbitrari, in cui la resistenza richiederebbe la tempra eccezionale di un eroe. Tra il 1813 e il 1814 Porta scriverà gli Olter desgrazzi de Giovannin Bongee[2], concepiti come un ideale secondo atto della vicenda. In questi testi emergono con evidenza alcuni tratti distintivi della poetica portiana: la straordinaria vivacità dialogica, la capacità di definire un personaggio attraverso un gesto o una battuta, l’adesione rigorosa al concreto, l’essenzialità narrativa e un linguaggio perfettamente commisurato alla materia rappresentata. La comicità, lungi dall’escludere la dimensione lirica, la incorpora e la trasfigura, conferendo al testo una profondità umana non comune.
Un analogo equilibrio tra partecipazione emotiva e distacco critico si riscontra nel Lament del Marchionn di gamb avert[3], composto nel 1816. Qui Porta affida il racconto alla voce in prima persona di Marchionn, un povero storpio che si innamora ingenuamente della Tetton, giovane donna conosciuta in un ambiente equivoco, la cui disonestà egli si ostina a non riconoscere, anche di fronte a segnali inequivocabili. Illuso dalle menzogne e dalle giustificazioni della ragazza e della madre, Marchionn giunge al matrimonio, per poi essere abbandonato con un figlio di pochi mesi. La tragedia non nasce da un destino eccezionale, bensì dall’intreccio di debolezza individuale, autoinganno e cinismo sociale, elementi che conferiscono al testo una forza di denuncia silenziosa e priva di qualsiasi compiacimento melodrammatico.
Di particolare rilievo è anche La Ninetta del Verzee, ambientata nel mercato milanese del Verziere, che Porta considera il cuore pulsante della vita popolare cittadina e una vera e propria “scuola di lingua”. La vicenda, narrata in prima persona, è quella di una donna di strada, sedotta in gioventù e successivamente sfruttata dall’unico uomo che abbia realmente amato, al quale ha sacrificato ogni cosa. Respinto, l’uomo si vendica calunniandola. Nonostante l’argomento, il racconto è deliberatamente privo di sentimentalismo o patetismo: il verismo di Porta si esprime in una rappresentazione diretta e senza infingimenti, che chiama le cose con il loro nome e restituisce dignità umana a una figura marginale, suscitando una profonda simpatia per i derelitti.
Con La nomina del cappellan (1819) Porta si misura con la satira sociale, rivolta in particolare contro la nobiltà e il clero. L’obiettivo principale non è la fede in sé, bensì la boria aristocratica e la prepotenza sociale, che finiscono per opprimere anche i poveri preti in cerca di un incarico, trasformandoli a loro volta in vittime di un sistema gerarchico e disumanizzante.
Accanto a questa linea di rappresentazione del mondo popolare e degli esclusi, di folle senza volto e di derelitti, l’arte di Porta sviluppa una vena satirica di matrice razionalistica, diretta contro il mondo della nobiltà codina, prepotente e conservatrice, ma anche contro la superstizione, la religiosità degradata, e contro quel clero che, tradendo il messaggio evangelico a cui si appella, è meschinamente attaccato al denaro e fermo nella conservazione dei propri privilegi. Testi come Fraa Diodatt, Fraa Zenever e On miracol «segnano il punto conclusivo della fase razionalistica della poesia portiana: composizioni a largo respiro, in cui la felicità inventiva di una fantasia gagliarda e la sapienza di un mestiere ormai sicuramente dominato orchestrano, con larghezza di mezzi e una libertà narrativa tra le più ricche che si conoscano, motivi presi a prestito da testi della letteratura agiografica del Seicento. Il punto di partenza è sempre il medesimo. Un racconto edificante letto in controluce, si direbbe da uno spirito volterriano che dietro la miracolosità del fatto mette in risalto il tono di grossolana superstizione a cui si degrada, sempre, la religione, quando non è la manifestazione di una spiritualità superiore, né il sentimento naturale di un’anima ingenua»[4].
Su questa medesima linea si collocano anche poesie come Ona vision, La preghiera e Meneghin biroeu di ex monegh, variamente riuscite per estro inventivo, per l’uso abilissimo di un pastiche linguistico che intreccia lingua e dialetto e per la raffinatezza della satira ambientale.
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[1] Disgrazie di Giovannino Bongeri.
[2] Altre disgrazie di Giovannino Bongeri.
[3] Lamento del Melchiorre dalle gambe storte.
[4] Isella Dante, Introduzione, in Carlo Porta, Poesie, Ricciardi, Milano-Napoli, 1959, pag. XXI.
