1) LINEA BIOGRAFICA – 2) CLASSICISMO E ROMANTICISMO – 3) IL PENSIERO E LA FILOSOFIA – 4) POETICA E LINGUAGGIO – 5) LO ZIBALDONE – 6) LE LETTERE – 7) IL PRIMO TEMPO DELLA POESIA LEOPARDIANA – 8) LE OPERETTE MORALI – 9) I GRANDI IDILLI – 10) L’UTIMA FASE DELLA POESIA LEOPARDIANA
Il primo tempo della poesia leopardiana
La produzione poetica e letteraria giovanile di Giacomo Leopardi si configura, nel suo insieme, come una lunga e complessa fase di gestazione, segnata da tentativi molteplici, spesso divergenti, attraverso i quali il poeta cerca progressivamente di portare alla luce la sostanza profonda della propria sensibilità. I componimenti verseggiati della puerizia – frutti acerbi di una formazione rigidamente accademica e classicistica – e le traduzioni dal greco, pur attestando un tirocinio straordinariamente precoce e intenso, appartengono più propriamente alla preistoria della poesia leopardiana che alla sua storia effettiva. In essi, infatti, l’adesione a modelli letterari esterni e a un linguaggio convenzionale soffoca quasi interamente l’emergere di una voce autentica; solo per contrasto, e retrospettivamente, è possibile cogliere in tali prove i primi germi di una sensibilità già orientata in senso preromantico.
Analoga considerazione vale per il Saggio sopra gli errori popolari, testo che, pur ricco di spunti immaginativi e di intuizioni destinate a fecondare l’opera futura, rimane ancora imprigionato entro una prospettiva erudita e razionalistica, sorretta da un’ironia di ascendenza illuministica che tradisce l’età e l’educazione dell’autore. In questa fase, la fantasia leopardiana non è ancora in grado di emanciparsi dalla funzione ancillare rispetto all’intelletto e alla dimostrazione.
La vera storia della poesia di Leopardi può dunque dirsi inaugurata solo a partire dal 1816, con la composizione di due testi decisivi: l’idillio Le rimembranze e la cantica L’appressamento della morte. In entrambi, e in modo particolarmente evidente nel secondo, affiora per la prima volta una materia patetica e autobiografica di straordinaria intensità: il sentimento di una vita percepita come irrimediabilmente compromessa nella sua stagione iniziale, il rimpianto per una giovinezza mai realmente vissuta. Tuttavia, questa esperienza interiore, ancora troppo viva e immediata, fatica a trovare una forma espressiva adeguata e viene veicolata attraverso schemi letterari di derivazione esterna: l’idillio arcadico di matrice gessneriana e la visione di ascendenza montiana. Il linguaggio, sovrapposto dall’esterno alla novità della situazione poetica, finisce così per attenuarne la forza, relegando questi testi nell’ambito di una liricità ancora embrionale, più prossima alla pagina di diario che alla poesia pienamente compiuta.
Ciò che, all’interno di questi componimenti, merita particolare attenzione non è tanto l’insieme quanto alcuni nuclei isolati: spunti di osservazione naturale e paesaggistica – interni domestici, profili di monti lontani, fenomeni atmosferici, scene di un mondo rustico e familiare – che anticipano chiaramente la materia delle liriche maggiori. In questa fase, tuttavia, tali elementi si inseriscono in modo ancora forzato entro un tessuto ispirativo dominato da convenzioni melodrammatiche e sentimentali, assumendo una funzione prevalentemente ornamentale e marginale.
Già in questi primi tentativi risultano comunque riconoscibili i due poli fondamentali dell’ispirazione leopardiana, che il poeta stesso individua in una celebre lettera a Giordani dell’aprile 1817: le passioni e la natura. Le passioni sono intese come sfogo lirico di un animo radicalmente solitario, come grido e confessione; la natura come spazio della memoria e dell’affettività, come insieme di luoghi e oggetti legati a una “religione” intima di consuetudini e ricordi. Fin dall’inizio, dunque, la tendenza di Leopardi è orientata verso una poesia degli affetti; ma su questa vocazione autentica grava ancora il peso di una poetica classicistica superstite, che lo induce a inseguire il miraggio di una poesia fantastica e figurativa, fondata su immagini e schemi elaborati dall’intelletto più che dall’esperienza emotiva.
La materia viva riesce così a emergere solo a tratti, con irruzioni improvvise e disordinate, come nell’ultimo canto dell’Appressamento della morte: siamo ancora nel dominio del lirismo, non della lirica. Questa tensione patetica si accentua nelle due Elegie composte tra il 1817 e il 1818, ispirate all’esperienza dell’amore per la cugina Gertrude Cassi. Come documenta il Diario d’amore, si tratta di un sentimento essenzialmente cerebrale, unilaterale e fantastico, coltivato nella solitudine e immediatamente reciso sul piano reale. Eppure, proprio questa esperienza astratta e interiorizzata rivela con particolare chiarezza il bisogno leopardiano di costruire, in assenza di una vita vissuta, una vita immaginaria intensa e totalizzante.
Nelle elegie, nel diario in prosa e negli abbozzi coevi emerge soprattutto il fervore di un animo che si esalta nella coscienza della propria eccezionalità sensibile, si isola sempre più in se stesso e contempla il proprio dolore come segno di nobiltà spirituale. A ciò si accompagna un’ansia indistinta di azione, una tensione verso gesti eroici e assoluti, che costituisce il presupposto ideale delle future canzoni civili.
L’intera prima fase dell’attività leopardiana è dunque segnata da una molteplicità confusa di esperimenti – lirici, narrativi, drammatici – attraverso i quali il poeta tenta di dare forma alla propria sensibilità romantica senza possedere ancora una piena coscienza dei mezzi espressivi adeguati. Ne deriva un procedere incerto e tentennante, caratterizzato da continui passaggi da un genere all’altro: canzoni civili, elegie petrarchesche, miti allegorici, dialoghi satirici, drammi pastorali, progetti di romanzi autobiografici. Molti di questi tentativi risultano strutturalmente incongrui rispetto al temperamento lirico di Leopardi, che aderisce emotivamente ai temi trattati ma non riesce a tradurli in forme oggettive di racconto o rappresentazione.
Emblematici, in tal senso, sono i tentativi del 1819 di affrontare temi di verità umile o addirittura di cronaca nera, così come i progetti di romanzi psicologici e i drammi pastorali (Erminia, Telesilla), nei quali elementi patetici e idillici si mescolano in modo artificioso. L’unica opera di questo gruppo portata a compimento, Il sogno (1821), pur presentandosi come dialogo, rimane essenzialmente lirica: non vi sono personaggi autonomi, ma un unico sentimento che si riflette specularmente tra le voci, in una variazione elegiaca sulla giovinezza tradita.
Il tentativo più ambizioso di oggettivazione narrativa del proprio mondo interiore è rappresentato dal progetto, rimasto incompiuto, di un romanzo autobiografico, ispirato ai modelli del Werther e dell’Ortis. Tuttavia, anche qui la materia – fatta di palpiti interiori, melanconie, fantasticherie e riflessioni – è troppo esile per organizzarsi in una struttura narrativa coerente. Di questo progetto restano frammenti di grande finezza psicologica, destinati a rifluire nella poesia matura.
Parallelamente a questi tentativi, Leopardi compone le canzoni civili, nate dall’incontro tra una sensibilità preromantica carica di tensione eroica e la poetica eloquente di Giordani. In esse l’impulso affettivo è sincero, ma l’assenza di un reale contatto con la concretezza storica del Risorgimento induce il poeta a rifugiarsi in schemi retorici antiquati. Il punto più alto di questa lirica è raggiunto con Ad Angelo Mai (1820), dove il tema occasionale si integra organicamente con l’esperienza interiore e dove prendono forma, per la prima volta in modo necessario, alcuni dei miti fondamentali della poesia leopardiana: il tedio, l’illusione, il “caro immaginare”, l’ultimo inganno dell’amore.
Con le canzoni del 1821-1822 (Bruto minore, Ultimo canto di Saffo, Alla Primavera), Leopardi si orienta verso una poesia sentimentale e filosofica, fondata su miti allegorici dell’infelicità umana. Tuttavia, anche in questi testi il rivestimento classico appare ormai come un residuo esteriore, incapace di sostenere pienamente la sincerità del discorso lirico.
È solo negli idilli che Leopardi raggiunge, in questa fase, un’espressione pienamente autentica. Qui il punto di partenza non è l’oggetto, ma una sensazione interiore immediata, già trasfigurata nella memoria. In L’infinito e Alla luna il poeta isola una sensazione dominante – l’indefinito e la ricordanza – e vi concentra tutta la propria autobiografia morale. In questi testi, privi di indugi descrittivi e di sovrastrutture intellettualistiche, Leopardi accede per la prima volta alla sostanza più pura della propria poesia, ponendo le basi tematiche e formali della lirica matura.
