1) LINEA BIOGRAFICA – 2) L’ATTIVITÀ LETTERARIA
Linea biografica
Silvio Pellico nacque a Saluzzo il 25 giugno 1789, in un ambiente familiare modesto ma culturalmente sensibile. Il padre, piccolo commerciante gravato da frequenti difficoltà economiche, coltivava tuttavia ambizioni letterarie e contribuì a creare in casa un clima favorevole alla lettura e agli interessi intellettuali. L’infanzia e l’adolescenza di Pellico trascorsero tra Pinerolo e Torino, città nelle quali ricevette la prima formazione e sviluppò precocemente l’interesse per la letteratura e per la riflessione morale.
Nel 1809 si trasferì a Milano, allora uno dei principali centri culturali della penisola italiana. Prima di stabilirvisi definitivamente compì un breve soggiorno a Lione, dove avrebbe dovuto perfezionarsi nella pratica commerciale; tuttavia la sua inclinazione per la vita intellettuale prevalse presto sulle aspettative familiari. A Milano si mantenne inizialmente impartendo lezioni di francese e successivamente lavorando come istitutore presso alcune famiglie aristocratiche. Questo periodo milanese fu decisivo per la sua formazione: lo scrittore ebbe infatti modo di ampliare notevolmente i propri orizzonti culturali e di inserirsi nei più vivaci ambienti letterari dell’epoca, entrando in contatto con figure di primo piano quali Vincenzo Monti e Ugo Foscolo, con il quale instaurò un rapporto di sincera amicizia.
In questi anni Pellico si affermò soprattutto come autore teatrale. La tragedia Francesca da Rimini, rappresentata nel luglio del 1815, ottenne un successo straordinario e contribuì ad accreditare il giovane autore tra i protagonisti della nuova sensibilità letteraria. La sua attività si inserì nel più ampio contesto della polemica tra classicisti e romantici: Pellico partecipò attivamente al dibattito culturale collaborando con la rivista Il Conciliatore, uno dei principali organi del nascente Romanticismo italiano. Per lui il Romanticismo non fu soltanto una questione estetica, ma un vero e proprio programma morale e civile, fondato sull’idea che la letteratura dovesse contribuire al progresso morale della società e al risveglio della coscienza nazionale.
Proprio questa concezione della letteratura come impegno civile favorì il suo avvicinamento all’attività politica. Nei primi anni Venti Pellico entrò in contatto con ambienti patriottici legati alla Carboneria, anche grazie all’amicizia con Piero Maroncelli[1], patriota animato da forte idealismo ma da una certa imprudenza politica. Nel 1820, in seguito alla scoperta delle reti carbonare da parte della polizia austriaca, Pellico fu arrestato e sottoposto a una lunga e logorante serie di interrogatori. Il processo, protrattosi per mesi, si concluse nel 1822 con una condanna a morte, successivamente commutata in quindici anni di carcere.
Iniziò così la durissima esperienza della prigionia nello Castello dello Spielberg, la fortezza situata a Brno, allora parte dell’Impero asburgico e tristemente nota come luogo di detenzione per numerosi patrioti italiani. Gli anni trascorsi nello Spielberg rappresentarono per Pellico una prova fisica e morale estremamente dura, segnata da privazioni, isolamento e sofferenze. Tuttavia proprio in questa fase maturò una profonda trasformazione interiore: deluso dall’azione politica e dalle sue conseguenze tragiche, lo scrittore sviluppò una più intensa dimensione spirituale e una rinnovata adesione alla fede religiosa.
Graziato nel 1830, Pellico poté tornare in Italia profondamente mutato nella sensibilità e negli orientamenti ideali. Due anni più tardi pubblicò Le mie prigioni (1832), opera autobiografica nella quale narrò con grande sobrietà e forza morale l’esperienza della detenzione. Il libro ottenne una vastissima diffusione internazionale e contribuì in modo significativo a sensibilizzare l’opinione pubblica europea sulla condizione dei patrioti italiani sotto il dominio austriaco. Nonostante la straordinaria notorietà raggiunta, l’opera non garantì allo scrittore una reale sicurezza economica.
Negli anni successivi Pellico condusse una vita relativamente appartata. Stabilitosi nuovamente a Torino, trovò impiego come bibliotecario presso la casa dei marchesi di Barolo, Carlo Tancredi Falletti[2] e Giulia Colbert[3]. Progressivamente si allontanò dalla scena letteraria e politica, dedicandosi piuttosto ad attività di carattere filantropico e religioso, in particolare a favore dei poveri e dei detenuti, ambito nel quale riversò l’esperienza e la sensibilità maturate durante la propria prigionia.
Silvio Pellico morì a Torino il 31 gennaio 1854. La sua figura rimane significativa non soltanto per il contributo dato al Romanticismo italiano e al teatro tragico dell’Ottocento, ma anche per il valore morale e civile della sua testimonianza autobiografica, che fece di Le mie prigioni uno dei testi più influenti del primo Risorgimento e un documento emblematico della coscienza patriottica italiana.
***NOTE AL TESTO***
[1] Piero Maroncelli, patriota e letterato nato a Forlì nel 1795, fu uno dei protagonisti degli ambienti liberali milanesi dei primi decenni dell’Ottocento. Amico di Silvio Pellico e vicino alla rivista Il Conciliatore, aderì alla Carboneria. Arrestato nel 1820 dalla polizia austriaca, fu condannato e imprigionato nello Spielberg a Brno, dove subì gravi sofferenze, tra cui l’amputazione di una gamba. Liberato nel 1830, si trasferì negli Stati Uniti d’America, dove morì a New York nel 1846. È ricordato soprattutto per la sua vicenda comune con Pellico e come figura del primo patriottismo risorgimentale.
[2] Carlo Ippolito Ernesto Tancredi Maria Falletti di Barolo (Torino, 1782 – Chiari, 1838) fu sindaco di Torino nel 1826-27, consigliere di Stato nel 1831-32 e ultimo marchese di Barolo. Realizzò diverse iniziative benefiche, come scuole gratuite per i figli dei poveri, e nel 1830 fondò nel suo palazzo un asilo infantile, mentre nel 1833 fondò, a Varallo Sesia, un laboratorio di scultura in legno e una scuola gratuita di arte per i più poveri. Con la moglie, fondò nel 1834, a Torino, la Congregazione delle suore di Sant’Anna della Provvidenza, e durante l’epidemia di colera di Torino del 1835, organizzò misure di prevenzione e ospedali temporanei per accogliere i malati. La Chiesa cattolica lo ha dichiarato venerabile, attestandone l’eroicità delle virtù.
[3] Juliette Colbert di Maulévrier (Maulévrier, 1786 – Torino, 1864), di nobile famiglia, fu inserita nelle damigelle d’onore di Giuseppina Beauharnais, prima moglie di Napoleone Bonaparte, e nell’ambiente della corte francese conobbe il marchese di Barolo, che sposò nel 1806. Fin da subito si impegnò in tutte le iniziative benefiche del marito, del quale condivideva la fede profonda. La Chiesa cattolica l’ha dichiarata venerabile.
