1) LINEA BIOGRAFICA – 2) GIUSEPPE MAZZINI CRITICO E SCRITTORE
Linea Biografica
Nel contesto storico e culturale del Risorgimento italiano, la figura di Giuseppe Mazzini occupa una posizione di assoluto rilievo, sia per l’intensità del suo impegno politico sia per la profondità della sua elaborazione teorica. La sua biografia, lungi dall’essere una semplice successione di eventi personali, si intreccia strettamente con le vicende della formazione dello Stato nazionale italiano, assumendo nel tempo i tratti di una vera e propria narrazione esemplare, quasi paradigmatica, all’interno dell’immaginario risorgimentale. A differenza di molte biografie riconducibili alla sensibilità romantica, spesso caratterizzate da una dimensione intimistica e malinconica, l’esistenza di Mazzini appare segnata da un’intensa tensione etica e da un continuo orientamento all’azione, elementi che contribuirono a consolidarne la fama già presso i contemporanei.
Nacque a Genova nel 1805, in una famiglia appartenente alla borghesia colta della città: il padre, Giacomo Mazzini (1767-1848), era medico e docente universitario d’anatomia, ma era anche una figura politicamente attiva nella scena pubblica locale, sia durante l’epoca della precedente Repubblica Ligure, sia, in tempi successivi, dell’Impero napoleonico; la madre, Maria Drago (1774-1852), era una fervente giansenista, e a lei Mazzini fu molto legato per tutta la vita.
Giuseppe, affettuosamente chiamato “Pippo” dalla famiglia, crebbe dunque in un ambiente intellettualmente vivace, favorevole allo sviluppo di interessi culturali e letterari. Fin dalla prima giovinezza manifestò infatti una spiccata inclinazione per lo studio e per la riflessione filosofica e letteraria, alimentata da un ampio ventaglio di letture che spaziavano dalla tradizione classica alla produzione romantica contemporanea. In questo quadro, un ruolo decisivo fu svolto dalla lettura del romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. L’opera, emblematica della sensibilità romantica italiana, esercitò su Mazzini un impatto profondo, contribuendo a orientare la sua formazione spirituale e politica.
L’influenza foscoliana non si limitò a un semplice entusiasmo letterario, ma si tradusse in una vera e propria crisi interiore, caratterizzata da tensioni tipiche del romanticismo europeo: il senso di ribellione nei confronti dell’ordine esistente, l’aspirazione a un ideale assoluto e la percezione tragica del rapporto tra individuo e storia. In questa fase si possono rintracciare tratti di un atteggiamento quasi prometeico, segnato da una volontà di sfida e di affermazione morale. Tuttavia, tale crisi non sfociò in un nichilismo o in un ripiegamento individualistico: al contrario, Mazzini giunse progressivamente a elaborare una concezione della vita fondata su una dimensione etico‑religiosa della storia.
Questa visione, che rappresenterà uno dei pilastri del suo pensiero, si fondava sull’idea che l’esistenza umana fosse orientata verso una missione morale da compiere all’interno della collettività. La religiosità mazziniana, pur non identificandosi con l’adesione a una confessione ecclesiastica specifica, assumeva la forma di una fede nella provvidenzialità del progresso storico e nel dovere degli individui di contribuire alla realizzazione di un ordine più giusto e più libero. In tale prospettiva, la politica non veniva concepita come mera lotta per il potere, bensì come espressione di una responsabilità morale nei confronti dell’umanità.
All’interno di questo quadro teorico si colloca anche l’elaborazione dell’idea di patria, che per Mazzini rappresentava un passaggio fondamentale nel processo di emancipazione dei popoli. L’amor di patria, nella sua concezione, non costituiva un semplice sentimento emotivo o retorico, ma una dimensione etica e collettiva attraverso cui l’individuo poteva partecipare alla missione storica dell’umanità. Tale impostazione, profondamente segnata dalla sensibilità romantica e dall’eredità foscoliana, era tuttavia accompagnata da momenti di pessimismo e di scoraggiamento, dovuti soprattutto alla distanza tra l’ideale politico e la realtà concreta delle condizioni italiane nella prima metà dell’Ottocento.
Il passaggio dalla riflessione teorica all’azione politica avvenne relativamente presto nella vita di Mazzini. Negli anni giovanili egli entrò infatti in contatto con gli ambienti della cospirazione patriottica, aderendo alla Carboneria, una delle principali società segrete attive nella penisola italiana durante la Restaurazione. Tale esperienza rappresentò per lui una prima occasione di partecipazione diretta alla lotta politica, ma al tempo stesso contribuì a chiarire i limiti di un’organizzazione che egli considerava priva di un programma ideologico sufficientemente chiaro e di una strategia politica coerente.
Nel 1830 Mazzini fu arrestato dalle autorità del Regno di Sardegna con l’accusa di appartenere alla Carboneria. Dopo un periodo di detenzione, fu liberato ma costretto a lasciare il territorio piemontese. L’esperienza del carcere e dell’esilio segnò una svolta decisiva nella sua attività politica, spingendolo a elaborare un progetto più organico per la liberazione e l’unificazione dell’Italia. Fu in questo contesto che nel 1831 fondò il movimento Giovine Italia, destinato a diventare uno dei principali strumenti di diffusione delle idee nazionali e repubblicane.
La Giovine Italia si proponeva di promuovere l’insurrezione popolare come mezzo per abbattere i regimi della Restaurazione e realizzare l’unità nazionale su basi repubblicane. Il movimento si rivolgeva soprattutto ai giovani, considerati da Mazzini i principali protagonisti del rinnovamento politico e morale della nazione. Attraverso una vasta rete di propaganda clandestina, l’organizzazione cercò di diffondere l’idea che la liberazione dell’Italia dovesse essere il risultato dell’iniziativa autonoma del popolo italiano, e non il prodotto di interventi diplomatici o militari da parte delle grandi potenze europee.
Condannato a morte in contumacia dalle autorità piemontesi, Mazzini trovò rifugio in Svizzera, da dove continuò a coordinare l’attività rivoluzionaria dei suoi sostenitori. Nel 1834 tentò di promuovere un’insurrezione armata attraverso una spedizione organizzata in Savoia; l’iniziativa, tuttavia, si concluse con un fallimento, contribuendo ad aggravare la sua situazione politica e costringendolo a spostarsi nuovamente. Espulso dalla Confederazione elvetica, si trasferì dapprima in Francia e successivamente a Londra.
Il lungo soggiorno londinese, che si protrasse fino al 1848, rappresentò uno dei periodi più complessi della sua vita. Da un lato, Mazzini dovette affrontare condizioni materiali estremamente difficili, vivendo spesso in condizioni di precarietà economica; dall’altro lato, proprio in questi anni sviluppò una rete internazionale di contatti politici e intellettuali, trasformando Londra in uno dei principali centri dell’emigrazione democratica europea. Parallelamente, egli si impegnò attivamente nel sostegno agli emigrati italiani, organizzando iniziative educative e assistenziali destinate in particolare ai giovani lavoratori.
Nel corso degli anni Quaranta dell’Ottocento, l’influenza politica di Mazzini si manifestò anche attraverso l’ispirazione di diversi tentativi insurrezionali. Tra questi assumono particolare rilievo l’impresa dei Fratelli Bandiera nel 1844 e i moti verificatisi nel 1845 in Romagna, entrambi destinati a concludersi tragicamente ma destinati al tempo stesso ad alimentare il mito del sacrificio patriottico all’interno della cultura risorgimentale.
Il momento culminante dell’impegno politico mazziniano si verificò durante le rivoluzioni del 1848-1849. In quell’occasione egli poté finalmente rientrare in Italia e partecipare direttamente alla vita politica della penisola. Nel 1849 assunse infatti un ruolo di primo piano nel governo della Repubblica Romana, della quale fu triumviro insieme a Carlo Armellini[1] e Aurelio Saffi[2]. L’esperienza della Repubblica romana, sebbene di breve durata, rappresentò uno dei momenti più significativi del tentativo di tradurre in realtà i principi democratici e repubblicani sostenuti da Mazzini.
La caduta della Repubblica, determinata dall’intervento militare francese, costrinse tuttavia il patriota genovese a intraprendere nuovamente la via dell’esilio. Nei decenni successivi egli continuò a svolgere un’intensa attività politica e propagandistica, pur assistendo con crescente amarezza alla progressiva affermazione di un processo di unificazione nazionale guidato dalla monarchia sabauda e da orientamenti politici moderati.
Mazzini rientrò in Italia nel 1859 e successivamente nel 1870, ma anche in quest’ultima fase della sua vita rimase fedele alle proprie convinzioni repubblicane. Nel 1870 fu arrestato con l’accusa di aver partecipato a una cospirazione contro la monarchia, segno della persistente diffidenza delle autorità nei suoi confronti. Morì infine a Pisa nel 1872, ospite della famiglia Rosselli, presso la quale viveva sotto il falso nome di George Brown.
*****NOTE AL TESTO*****
[1] Carlo Armellini fu un patriota e uomo politico italiano, protagonista delle vicende della Repubblica Romana del 1849. Nato a Roma nel 1777 in una famiglia dell’aristocrazia cittadina, svolse inizialmente attività giuridica e amministrativa nello Stato pontificio, distinguendosi come giurista e uomo di cultura. Nel corso degli anni maturò tuttavia posizioni politiche più liberali, avvicinandosi progressivamente agli ambienti patriottici. Nel 1849 fu membro del triumvirato che guidò la Repubblica Romana. Dopo la caduta della Repubblica fu costretto all’esilio e rientrò a Roma solo negli anni successivi. Morì nel 1863.
[2] Aurelio Saffi fu un patriota, politico e intellettuale italiano, tra i principali esponenti del repubblicanesimo democratico nel contesto del Risorgimento italiano. Nato a Forlì nel 1819, aderì fin da giovane alle idee di Giuseppe Mazzini, divenendone uno dei collaboratori più fidati. Nel 1849 fu membro del triumvirato della Repubblica Romana. Dopo la caduta della Repubblica fu costretto all’esilio, trascorrendo alcuni anni soprattutto a Londra. Rientrato in Italia nel 1860, venne eletto deputato al parlamento del nuovo Regno d’Italia (1861). Tuttavia nel 1864 tornò a vivere a Londra dove rimase fino al 1867, quando si stabilì definitivamente in una villa della campagna di Forlì. Nell’agosto del 1874 fu arrestato a Rimini insieme con altri esponenti repubblicani con l’accusa di partecipazione ad un’insurrezione di stampo antimonarchico, ma fu prosciolto nel dicembre dello stesso anno. Nel 1877 si dedicò all’insegnamento universitario, diventando docente di Diritto pubblico presso l’Università di Bologna. Morì a Forlì nel 1870.
