ARRIGO BOITO

1) LINEA BIOGRAFICA – 2) LE OPERE LETTERARIE

 

Le opere letterarie

Sebbene la fama di Boito sia legata soprattutto alla sua attività di compositore e librettista, la sua produzione letteraria presenta un interesse autonomo e costituisce uno dei contributi più originali alla cultura della Scapigliatura. La sua adesione al movimento, tuttavia, non fu duratura: mentre in un primo momento condivise con gli scapigliati la polemica contro il conformismo borghese e il provincialismo della cultura italiana, in seguito si inserì progressivamente negli ambienti più consolidati della società milanese. Ciò non significò, però, l’abbandono della propria indipendenza artistica, né della ricerca di forme espressive nuove.

Rispetto a Emilio Praga, la cui poesia rispecchia più direttamente il disagio personale e la contraddittorietà della propria esperienza esistenziale, Boito tende a trasferire le inquietudini interiori in costruzioni letterarie elaborate, caratterizzate da un forte sperimentalismo formale e da una continua opposizione fra elementi contrastanti. Il sublime e il repellente, la bellezza e il macabro, l’ideale e la materia costituiscono i poli di una poetica nella quale il gusto per il fantastico e il grottesco si accompagna a una rigorosa ricerca stilistica.

Una prima testimonianza di questa tendenza è la favola drammatica Re Orso, pubblicata nel 1865. L’opera, di notevole originalità, alterna versi e prosa e presenta una grande varietà di soluzioni metriche e foniche, attraverso le quali la parola poetica tende ad avvicinarsi alla musica. La vicenda, ambientata a Creta prima e dopo l’anno Mille, è dominata dalla figura di un sovrano folle e crudele, tormentato dalla visione dei vermi che un giorno divoreranno il suo corpo. Nel tentativo di sottrarsi all’angoscia della morte, Re Orso compie imprese deliranti e sanguinose, assistito da Trol, boia e cuoco, e dal giullare Papiol. La conclusione è inevitabile: il re muore e un verme giunge finalmente a divorarlo, realizzando la visione che lo aveva ossessionato.

La critica ha interpretato Re Orso secondo prospettive differenti. Alcuni studiosi hanno individuato nella vicenda un significato simbolico, vedendo nel protagonista l’incarnazione del male e nel verme l’immagine della morte o del rimorso; altri hanno insistito sul carattere fiabesco e ludico dell’opera, nella quale i personaggi si riducono a marionette e la narrazione diventa soprattutto un pretesto per l’esibizione di virtuosismi tecnici. Questa seconda interpretazione è sostenuta anche poeta stesso nella chiusa, che sottolinea la natura artificiosa e fantastica della rappresentazione. Tuttavia, dietro il gioco formale e l’ironia permane una tensione inquietante, quasi da incubo. Senza che ai personaggi possa essere attribuito un significato simbolico univoco, nella vicenda si proiettano temi fondamentali della sensibilità di Boito: l’amore, la morte, il male e la poesia, insieme alla percezione della precarietà dell’esistenza. Il grottesco diviene così lo strumento attraverso il quale l’autore porta alle estreme conseguenze le contraddizioni della propria visione del mondo.

Nel 1867 Boito pubblicò sul Politecnico il racconto L’Alfier nero, seguito nel 1868 da Iberia, pubblicato sulla Strenna italiana. Il primo costituisce una delle prove più significative della sua narrativa e la poetica dualistica del Boito viene spinta fino alle sue estreme conseguenze, cioè a dissolvere, o quanto meno a far scivolare in secondo piano, le tradizionali strutture narrative della novella, subordinandole alla costruzione di situazioni psicologicamente ambigue e perturbanti. Uno dei protagonisti, Tom, è lentamente consumato da una malattia polmonare, mentre un particolare pezzo degli scacchi, l’alfiere nero riparato con ceralacca rossa, esercita su di lui un fascino ossessivo. Tale attrazione viene ricondotta, in termini apparentemente scientifici, alla teoria dell’ipnotismo, allora oggetto di crescente interesse. La malattia, il mistero e il tentativo di spiegare razionalmente fenomeni inquietanti rientrano nel repertorio scapigliato, ma in Boito questi elementi assumono soprattutto la funzione di mettere in discussione la stabilità della percezione e il confine fra ragione e irrazionalità.

Diversa è l’atmosfera di Iberia, novella ambientata in una Spagna cavalleresca e fuori dal tempo, caratterizzata dalla magnificenza delle corti, dalle tradizioni religiose e dalle suggestioni magiche. I protagonisti, Estebano ed Elisenda, non possiedono una piena autonomia psicologica, ma sembrano assorbiti nell’ambiente raffinato e artificioso che li circonda. Il loro amore si trasforma in un rito estetizzante, destinato a consumarsi insieme a loro. L’interesse di Boito non è rivolto alla ricostruzione storica di una determinata epoca, bensì all’evocazione di una condizione umana che si ripete immutabile nel tempo. Da questa prospettiva deriva anche il suo atteggiamento polemico verso le ideologie progressiste e le interpretazioni politiche della storia, accompagnato da una rappresentazione del popolo come massa dominata da impulsi violenti. L’esotismo e la raffinatezza decorativa non costituiscono dunque semplici elementi ornamentali, ma concorrono a delineare un universo nel quale la bellezza si rivela inseparabile dall’artificio e dalla distruzione.

Nell’ultimo racconto, Trapezio, rimasto incompiuto e pubblicato a puntate sulla Rivista minima fra il 1873 e il 1874, l’ambientazione cinese, malgrado le numerose ricerche erudite compiute dal Boito, rimane in parte convenzionale, ma testimonia l’interesse del poeta per mondi lontani e per scenari esotici, destinati a trovare spazio anche nella sua successiva attività di librettista, già cominciata sin dal periodo parigino con Amleto per la musica di Faccio. Nel racconto viene anche sviluppa un motivo tipico della narrativa fantastica e scapigliata: la commistione fra attrazione erotica, morte e macabro, nel caso specifico il vampirismo. Il personaggio principale, Yao, innamorato di Ambra senza essere ricambiato, si trova a dover intervenire quando la giovane, in seguito a un grave malore, è ormai in fin di vita. Le sue competenze scientifiche e mediche lo inducono ad avvicinarsi al braccio di lei con un bisturi, inizialmente con l’intento di soccorrerla; ma l’impulso razionale cede progressivamente a una perversione sensuale. Yao accosta le labbra alla ferita e beve avidamente il sangue della ragazza, trasformando il tentativo di salvarla in un atto di possesso morboso e di parassitismo biologico e intellettuale. La scena segna il crollo della maschera dello scienziato imperturbabile, sopraffatto dalle passioni che pretendeva di dominare. Il vampirismo assume così un significato non tanto erotico ma cerebrale e macabro, nel quale il desiderio di possesso si intreccia con  quello di scomporre, assimilare e dominare i segreti della vita attraverso con lo svuotamento biologico del soggetto analizzato. E tutta questa “brama vorace” finisce per assumere un carattere grottesco. L’episodio rivela ancora una volta la tendenza di Boito a contaminare il macabro con l’ironia, sottraendo le situazioni più inquietanti a una rappresentazione esclusivamente tragica. L’esotismo dell’ambientazione e la cura per i particolari eruditi contribuiscono inoltre a creare un universo artificioso, nel quale la ricerca estetica prevale sulla verosimiglianza psicologica.

Nel 1877 Boito pubblicò a Torino il Libro dei versi, la raccolta che documenta in maniera più compiuta la sua esperienza poetica. Le scelte culturali e stilistiche che vi si manifestano sono animate da una decisa polemica contro il provincialismo della letteratura italiana e contro l’adesione passiva ai modelli tradizionali. Boito guarda con interesse a quegli autori del Romanticismo europeo che avevano avuto scarsa fortuna in Italia e accoglie suggestioni provenienti dalla poesia parnassiana francese, attenta alla perfezione formale, alla precisione delle immagini e alla ricerca di effetti fonici. La sua poesia si distingue pertanto per la sperimentazione metrica, la ricercatezza del lessico e la consapevolezza con cui la parola viene organizzata in una struttura sonora. La formazione musicale dell’autore contribuisce a questa ricerca, favorendo una concezione della poesia come costruzione rigorosa, nella quale ritmo, suono e significato concorrono alla definizione dell’effetto artistico.

Il nucleo fondamentale della poetica di Boito trova la sua espressione più esplicita in Dualismo, componimento nel quale la tragica contraddittorietà dell’esistenza umana si manifesta attraverso l’opposizione fra aspirazione alla bellezza e attrazione per il deforme, fra desiderio di assoluto e consapevolezza della propria finitezza. L’uomo appare diviso fra esigenze spirituali e impulsi materiali, incapace di ricomporre le forze contrastanti che lo abitano. Tale dualismo, caratteristico della sensibilità scapigliata, assume in Boito una configurazione soprattutto intellettuale e letteraria. «Ed è notevole anche il rigore logico, consapevole, autocritico che egli porta assai presto in questa indagine e nell’impegno di risolverla in forme d’arte adeguate»[1].

 

***NOTE AL TESTO***

[1] Sapegno Natalino, Compendio di storia della letteratura italiana, Vol. III, La Nuova Italia, Firenze, 1980, pag. 262.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «Appunti di Letteratura Italiana: Il SECONDO OTTOCENTO»

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