Linea biografica
Nacque a Piacenza il primo giorno dell’anno 1774 da Giambattista, agiato borghese e possidente, e da Teresa Sambuceti. Ebbe un’infanzia travagliata da numerosi problemi di salute, che lo gettarono in una condizione di costante insicurezza interiore. A fronte di questi problemi trovò scarso conforto nell’affetto del padre e della madre: il primo distratto dagli impegni di membro della comunità cittadina, che, come dimostra la patente di nobiltà accordatagli nel 1794, lo gratificavano delle soddisfazioni negategli da una laurea in legge presa per obbedire al padre e mai utilizzata; la seconda malandata in salute, bigotta e perfino scostante.
Le circostanze indussero Pietro a sviluppare un carattere solitario e riservato, trovando conforto nella precoce passione per la lettura dei numerosi volumi che gli metteva a disposizione la biblioteca del padre. Fin da bambino, manifestò un talento straordinario per l’apprendimento, accompagnato da una spiccata inclinazione naturale verso le scienze matematiche, benché tali doti fossero poco guidate dalle sporadiche attenzioni di alcuni ecclesiastici dei quali sua madre si circondava.
Nel 1785 venne ammesso alla classe di umanità del collegio San Pietro e passò poi a Parma ove frequentò i corsi di Filosofia (1788). Per volere del padre si iscrisse poi a Giurisprudenza, ma continuò a coltivare i propri multiformi interessi dedicandosi per proprio conto allo studio della storia e delle lingue classiche. Laureatosi in diritto nel 1795 e avviato controvoglia dalla famiglia alla pratica legale, nell’ottobre dello stesso anno tentò il suicidio, a causa della propria dipendenza psicologica ed economica dalla famiglia.
Per rompere l’opprimente legame con la madre e poter sfuggire a una vita che gli pareva sempre più una prigionia, il Giordani nel 1797 entrò nel monastero benedettino di San Sisto, a Piacenza, ma ne uscì tre anni dopo, prima di avere preso gli ordini e anzi derivandone per tutta la vita un vivace e polemico anticlericalismo. Non potendo rientrare in famiglia per via della sua scelta di abbandonare il monastero, si accontentò di alcuni impieghi minori nell’amministrazione napoleonica. Ma la carriera burocratica non faceva certo per lui: la sua vera passione era l’insegnamento e quando gli fu offerta una supplenza alla cattedra di eloquenza a Bologna, il Giordani, malgrado dovesse svolgere anche compiti di bibliotecario e il compenso fosse inferiore a quello che percepiva, si affrettò ad accettare. A Bologna, si fece notare per un Panegirico allo imperator Napoleone, da cui gli vennero onori e compensi, e, in seguito, la carica di prosegretario della Accademia di Belle Arti, carica che occupò fino al 1815, quando con la Restaurazione venne esonerato.
Lasciata Bologna, dopo un breve soggiorno a Piacenza, il Giordani si diresse a Milano, ove gli venne proposto di collaborare, con Vincenzo Monti e Scipione Breislak[1], alla rivista classicista e “austriacante” La Biblioteca italiana, fondata da Giuseppe Acerbi[2]. Per quel periodico, malgrado vi fosse entrato a far pare dopo molte esitazioni, spese molte delle sue energie redigendone il proemio e pubblicandovi una ventina di articoli, tra saggi e recensioni. Furono suoi l’articolo non firmato Sul discorso di madama de Staël. Lettera di un italiano ai compilatori della Biblioteca in risposta al celebre scritto della Staël Sulla maniera e sull’utilità delle traduzioni che, tradotto proprio da lui, era stato accolto nel primo fascicolo della rivista, e l’altro – Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese – che segnalava la pubblicazione di una raccolta di poeti dialettali milanesi.
Dopo oltre un anno il suo rapporto con la Biblioteca italiana si concluse, per accese divergenze con l’Acerbi. Ma con la morte del padre (1817) il Giordani, che nel frattempo era ritornato a Piacenza, conquistò finalmente non solo l’indipendenza economica ma si sentì anche sollevato dall’urgenza di continuare a scrivere in un paese che non tollerava alcuna libertà. Determinato comunque a lottare concentrò i propri sforzi e intraprese varie battaglie contro i metodi didattici, poco liberali e spesso violenti, che venivano messi in opera, soprattutto dai gesuiti, nelle scuole inferiore, Così, a partire dal 1819, con l’intervento sulla Causa dei ragazzi, il rifiuto dell’impiego di ogni pratica autoritaria nella pedagogia divenne la costante più marcata del suo impegno.
Esiliato dalla sua città per il sospetto di frasi irriverenti verso la duchessa Maria Luisa d’Austria, il Giordani si recò a Firenze, ove, nel clima vivace e relativamente più libero della città, visse il periodo più felice della sua vita. Fu accolto in tutte le istituzioni culturali toscane, si fece amico dello storico Colletta (che incoraggiò ad ultimare la sua Storia del Reame di Napoli) e del Capponi[3], si distrasse piacevolmente con le serate nei salotti fiorentini.
Sul finire del 1830 il Giordani venne espulso anche dalla Toscana, e – per quanto facesse – non arrivò mai a conoscere le motivazioni di tale provvedimento. Si stabilì quindi a Parma e nel 1833 scrisse un discorso Del quadro di Raffaello detto Lo Spasimo e dell’intaglio in rame fattone dal cav. Toschi. La stampa dell’opera fu permessa a Milano e vietata a Parma, per cui il Giordani, per protestare contro tale prepotenza, inviò ad un ministro parmense una lettera che, per la fierezza e la spavalderia di tono, la resero subito celebre in tutta l’Italia.
Nel 1834, per quasi tre mesi, fu incarcerato per complicità morale nell’assassinio di un funzionario di polizia; una volta liberato, pubblicò altri scritti di estetica e viaggiò a Torino, a Genova e in Svizzera. Morì a Parma nel 1848 e fu sepolto nella parte del cimitero cittadino dedicata agli uomini illustri.
Lo stilista e il letterato
Purista e classicista, stilista elegante ma più preoccupato della forma che del contenuto, versatile, ma poco profondo: queste le qualità negative che hanno fatto pronunciare giudizi severi sopra questo scrittore. Scrive infatti di lui il Sapegno: «Il Giordani fu essenzialmente uno stilista; e in lui, più che nel Cesari, il purismo si atteggia in funzione di rettorica e di poetica, come indirizzo ed esempio di ragionata restaurazione dello stile illustre nella prosa. Il suo stilismo attinge bensì ragioni di forza e di efficacia in un alto senso delle idealità e delle glorie nazionali, liberamente e coraggiosamente propugnate negli scritti e nella vita: sincero ammiratore del Bonaparte e collaboratore attivo della politica napoleonica in Italia, lo scrittore piacentino non esitò infatti, dopo il ’15, a dichiararsi nemico degli austriaci e per il suo fiero e dignitoso atteggiamento di liberale e di patriota subì frequenti persecuzioni. Ciò non toglie che in lui predomini su tutte le altre la qualità del letterato e dello stilista e che l’idea stessa della patria non sia da lui sentita soprattutto come attaccamento a una tradizione di arte e di lingua. Era inoltre uomo di mente non volgare, incline alla meditazione, sensibile alle commozioni dell’arte in tutte le sue forme, disposto alle amicizie cordiali specie verso i giovani, aperto verso tutti gli affetti gentili di pietà e di tenerezza verso gli umili, gli oppressi, gli infelici. Ma in lui il senso della parola eletta, del ritmo, del periodo musicale, era sempre più forte di tutti gli impulsi del cuore e dell’intelligenza, che nei suoi scritti si piegano dovunque ad essere soltanto pretesti di un laborioso esercizio formale. Tutta rivolta alle forme esterne alla tecnica verbale, ai legamenti, alle costruzioni, alle clausole è la critica letteraria, che egli esercitò soprattutto sugli esemplari della prosa del Tre e del Cinquecento e, con significativa predilezione, su taluni secentisti (Bartoli, Pallavicino); descrittiva e accademica la critica d’arte, in cui più apertamente si rivela la sua partecipazione al diffuso gusto neoclassico»[4].
In realtà la figura del Giordani è più complessa, e merita di essere meglio considerata anche per quegli aspetti che a prima vista paiono soltanto negativi. Purista, legato ad un concetto statico della lingua che si rifà, come modello insuperabile, a quella del Trecento, è però critico severo dei puristi ottusi come il Cesari, e si mostra nemico della letteratura oziosa e delle accademie, che avversa esortando i giovani allo studio delle scienze, indirizzandoli a occupazioni meno ambiziose e più utili che quella di far versi d’occasione. Classicista e nemico dichiarato del romanticismo, è però ostile all’esercizio vacuo, ma pure così diffuso tra i letterati, delle traduzioni di testi moderni in latino (ciò che è per lui «stoltissima… pedanteria»), e rivela tuttavia una non comune conoscenza del greco, una preparazione filologica che gli permette acute ed esatte intuizioni. E nonostante il suo scarso interesse per la filosofia (non capì la grandezza di Vico e avversò il Cuoco), scrisse sull’educazione pagine intelligenti e ricche di intuizioni pedagogiche moderne (battendosi per la scuola popolare, per l’istituzione di asili infantili, contro le percosse come metodo educativo).
C’era in questo classicista, in questo stilista puro un certo lievito rinnovatore, uno spirito progressista e aperto che dispiace cogliere frammentariamente, in pagine disperse, e si amerebbe invece trovare in un’opera sola d’impegno, di sintesi vigorosa.
Ma nonostante la frammentarietà sia la caratteristica distintiva di tutta la sua opera non bisogna credere che fossero le idee a mancargli, poiché – sin da giovane – egli si mostrò capace di concepire opere che nei propositi erano di vasto respiro (ad esempio le giovanili Studi degl’Italiani nel sec. XVIII e Storia dello spirito pubblico in Italia per 600 anni considerato nelle vicende della lingua, oppure le successive Sulla religione in Italia e Del perfetto scrittore). Tuttavia, in parte per la sua innata pigrizia che divenne presto quasi proverbiale, in parte per l’inclinazione ad abbandonare un soggetto subito dopo averlo tracciato, in parte perché i suoi interessi erano facili a rivolgersi rapidamente altrove, egli non riuscì mai ad organizzare e svolgere l’argomento che si era proposto, tanto che l’edizione delle sue Opere è piena di scritti interrotti dopo poche pagine.
E comunque Il prosatore forbito ed elegante, sobrio e chiaro, se pure di breve respiro, non va cercato nelle troppe pagine sulle arti figurative o nei Panegirici, ma negli Elogi o Ritratti (come quello giustamente famoso del Monti), nelle iscrizioni (oltre 350) che gli diedero fama di aver rinnovato l’epigrafia antica, e nelle Lettere (oltre sette volumi), che sono la sua scrittura più celebrata. È un carteggio, il suo, largo di corrispondenti (fu in relazione con quasi tutti gli scrittori e poeti del suo tempo) e folto di pagine appassionate per calore di amicizia che provò viva e seppe meritare. Lo attestano le lettere al Leopardi, che trovò in lui quella calda amicizia con un uomo d’ingegno che il giovane poeta ormai disperava di trovare.
Ma anche nell’epistolario si rivela il culto dello stile in senso formalistico. «Quella di creare il modello della prosa italiana (fiducioso che l’arte ha un culmine, raggiunto il quale non resta che perseverare in esso) fu la sua più alta aspirazione di scrittore del tutto fondato sul gusto neoclassico (secondo il suo ideale stilistico che “un perfetto stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica”)»[5]. E nonostante la grande fama di cui godette il Giordani presso i contemporanei che pure già avvertivano – come il Capponi – i limiti dello scrittore nella debolezza degli argomenti, non mascherata dalla nitidezza dello stile, i risultati furono modesti. Il Giordani stesso se ne avvedeva, allorché scriveva: «Le mie cose appena meritano qualche attenzione da parte dello stile; e ciò unicamente dagl’italiani. Uno straniero non può guardare che alle cose: e quelle sono miserrime».
***NOTE AL TESTO***
[1] Scipione Breislak (Roma, 1750 – Milano, 1826) fu un geologo e naturalista italiano di origini svedesi. Con la sua collezione di minerali, creò il primo museo di minerali di Roma (collezione tuttora esistente e visitabile).
[2] Giuseppe Acerbi (Castel Goffredo, 1773 – Castel Goffredo, 1846), esploratore, scrittore, archeologo, naturalista, musicista e diplomatico italiano, nacque dal colonnello Giacomo Acerbi (1740-1811) e dalla nobildonna Marianna Riva di Castel Goffredo (1742-1822). Si laureò in legge a Pavia nel 1794 e conobbe le più importanti lingue europee. Politicamente vicino ai giacobini, nel 1798 intraprese un viaggio per l’Europa fino a Capo Nord – attraversando il nord della Finlandia e sostando a lungo ad Oulu – e al ritorno pubblicò in inglese il resoconto del viaggio in due volumi (1802). Nell’opera vi erano però pesanti critiche alla Svezia e quel governo protestò con la Francia: l’Acerbi venne arrestato a Parigi e i suoi diari furono sequestrati. Tornato a Castel Goffredo si prese cura dei suoi poderi, piantò vitigni e scrisse l’opuscolo Delle viti italiane. Forse a causa dell’arresto e dell’umiliazione patita, mutò le proprie convinzioni politiche. Essendo nella capitale austriaca durante il Congresso di Vienna, ottenne dal Metternich la nomina di console d’Austria a Lisbona, città che però non vide mai perché restò a Milano a dirigere la rivista mensile Biblioteca Italiana, che iniziò le pubblicazioni il primo gennaio 1816. Nel settembre 1825 Giuseppe Acerbi lasciò la direzione della Biblioteca Italiana perché nominato console generale austriaco in Egitto. Malato agli occhi, tornò in Italia nel 1834, e fu consigliere del governo austriaco a Venezia per due anni. Nel 1836 si ritirò definitivamente a Castel Goffredo, ove amministrò i suoi beni, allevò bachi da seta ed elaborò i suoi diari di viaggio in Egitto.
[3] Gino Capponi (Firenze, 1792 – Firenze, 1876), storico, politico e pedagogista, era figlio di Pier Roberto Capponi e di Maria Maddalena Frescobaldi. Ultimo esponente di uno dei rami dell’antica ed illustre famiglia fiorentina dei Capponi, fu un moderato riformatore dello stato toscano, attraverso la carica di senatore. Si interessò anche di economia, statistica e agricoltura. Come pedagogista, affermò la libera educazione del giovane, che non andava oppresso con i precetti, ma secondo i suggerimenti di una grande e nobile idea unificatrice. L’educazione del cuore doveva guidare quella dell’intelletto, con l’intuito e con gli esempi. L’educazione, per il Capponi, era un’arte e non una scienza.
[4] Sapegno Natalino, Compendio di storia della letteratura italiana, Vol. III, La Nuova Italia, Firenze, 1981, pag. 16-17.
[5] Binni Walter, Letteratura italiana – Profilo storico – II. Dal Settecento al Novecento, in Opere Complete Di Walter Binni – 20, Il Ponte Editore, 2017, pag. 129.
La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL PRIMO OTTOCENTO»
