1) LE PRIME POLEMICHE – 2) PIETRO BORSIERI – 3) GIOVANNI BERCHET – 4) ERMES VISCONTI – 5) LUDOVICO DI BREME
Giovanni Berchet
Nacque a Milano nel 1783 da Federico e Caterina Silvestri. Il padre, un commerciante di tessuti di Nantua in Francia, non assecondava la vocazione letteraria del figlio, ma lo voleva colto abbastanza per avviarlo al commercio. Fu avviato agli studi classici sotto la guida dell’abate Pietro Mazzuchelli[1], passando in seguito a frequentare le classi di umanità dei barnabiti, che gestivano allora le scuole Arcimbolde. I successi scolastici gli consentirono di coltivare più a lungo del previsto la sua vocazione letteraria, ma entro i primi tre anni dell’Ottocento egli fu ritirato dalla scuola senza aver compiuto i corsi, e posto in bottega ad apprendere la tecnica del commercio. Aveva comunque imparato, oltre al francese (che era la lingua dei suoi avi paterni), l’inglese ed il tedesco.
Certo, per l’aver dovuto abbandonare precocemente la scuola, il suo orgoglio uscì mortificato, ma il distacco forzato dagli studi fu compensato dal suo precoce contatto pratico e diretto con le cose, dall’esperienza di uomini e di idee che contribuirono più della scuola a formare poi l’aspetto moderno della sua cultura. Infatti, in quel vivace centro di vita letteraria che era agli inizi del secolo il capoluogo lombardo, il giovane si valse delle sue conoscenze linguistiche per accostarsi e confrontarsi con la novità della cultura europea, sviluppando quella spregiudicatezza, quel senso dello studio vitale e concreto che alimentarono il suo “romanticismo”. Frequentò assiduamente i gruppi romantici, quei giovani scrittori di satire che, nella Milano dei primi anni del secolo, trovavano facili e frequenti motivi di canzonatura, di denuncia e magari di arguto pettegolezzo; venne anche in contatto con la tradizione dialettale e collaborò con impegno al Conciliatore.
Impiegato fino al 1814 nella cancelleria del Regno italico, lavorò in seguito come traduttore al servizio del governo austriaco, per fuggire poi in Svizzera nel 1820, dopo l’arresto del Pellico, e raggiungere Parigi. Lasciata la capitale francese si recò a Londra, dove visse alcuni anni di tristezza e di isolamento, quindi si trasferì a Bruxelles presso il marchese Arconati[2], e quindi a Bonn dove ebbe contatti con i romantici e la cultura tedesca. Dopo numerosi spostamenti e viaggi, poté infine tornare in Italia e stabilirsi in Piemonte (1845) e poi a Firenze. Nel 1848 fu a Milano, in occasione delle Cinque giornate, attivo sostenitore dell’annessione della Lombardia al Piemonte e – dopo la sconfitta di Carlo Alberto[3] – a Torino, dove si spense nel 1851.
Tutto sommato la fama del Berchet resta per lo più legata alla Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, che venne pubblicata a Milano nel dicembre del 1816, a pochi mesi dagli articoli della de Staël. In essa non si deve cercare una assoluta originalità di idee, poiché, come è stato giustamente scritto, «l’originalità è nel calore di convinzione con il quale il Berchet esprime quelle idee e volta a volta con impetuosa vivacità o beffarda ironia»[4]. Comunque, essa piacque assai ai romantici lombardi (il Manzoni ne inviò una copia all’amico Fauriel[5]) e, benché non subito, ebbe il riconoscimento storico di “manifesto” del Romanticismo italiano. «La fondamentale ed universale partecipazione degli uomini alla poesia, distinta nei moduli dell’attivo e del passivo; il rapporto sociale e storico del linguaggio (e dunque dell’arte), che si differenzia e necessariamente si qualifica nel corso dei tempi e di fronte ai diversi livelli della evoluzione storica; il riconoscimento di una perenne esigenza di una “modernità”, che è il quid espressivo della poesia così come è l’espressione fondamentale della vita; la definizione della poesia romantica come poesia viva (cioè espressiva di valori sentiti, perché attuali) che si oppone, come sempre si oppose, alla tendenza puramente letteraria ed archeologica dei “morti”: questi sono i temi di fondo della Lettera»[6]. Certo, tutto questo, sotto la lente attenta del critico, si rivela – al di là dell’impeto ora arguto ora raziocinante ora eloquente con cui il Berchet, come s’è visto poc’anzi, espone i propri convincimenti – non del tutto nuovo. Ma una simile analisi sarebbe alquanto oziosa, se ad essa non si unisse il fondamentale ed ovvio riconoscimento dell’energia vibrante che quelle formulazioni più o meno scontate vennero a svolgere nella nuova cultura italiana. La novità, insomma, della Lettera sta nella «traduzione di concetti vichiani e foscoliani in una forma più dimessa e più facile ai fini più immediati di una polemica, nel loro accostamento a elementi di una diversa tradizione di pensiero e di letteratura, nella risoluzione infine di essi tutti in una formula che per il Berchet viene a compendiare il suo ideale letterario, quella di poesia popolare»[7].
Dopo la Lettera, il Berchet ritorna alla poesia (in gioventù, infatti, aveva scritto una satira in endecasillabi sciolti, I funerali (1808), un’altra satira dal titolo Amore (1809), poi i Frammenti di un poemetto sul lago di Como (1815) e il carme I Visconti), occupando i primi e più tristi anni dell’esilio. Nel 1823 venne stampato a Parigi I profughi di Praga, composto tra la fine del 1819 e la fine del 1820; a Londra, nel 1824, videro la luce le Romanze, mentre le Fantasie, composte dopo il 1827, uscirono a Parigi nel 1829.
La poesia del Berchet meritò al suo tempo larga e popolare fama per la semplice e lineare trama delle sue composizioni, per l’immediatezza e l’energia comunicativa dei sentimenti. Se parte di questa poesia, nella quale la fretta e l’approssimazione risaltano troppo spesso evidenti e l’ideologia è sommaria e ridotta ad un solo motivo, era destinata a un lento e inesorabile declino, qualcosa pure resta vivo in quanto frutto delle fedeltà a un nucleo lirico personale e genuino. Forse ciò che più sfavorevolmente colpisce il lettore moderno è la mescolanza di forme popolari e di termini o espressioni derivate dalla tradizione letteraria, che risultano talvolta in stridente contrasto tra loro, senza pervenire ad una equilibrata fusione. Al difetto di questo impasto linguistico e stilistico un poco ibrido, si aggiunge, specie nei poemetti, l’artificio dei legami e della costruzione piuttosto debole. L’impianto non solido e la scarsa attitudine a scolpire le figure senza andare oltre l’abbozzo, contrastano con la tendenza del poeta a risolvere il suo mondo in forme narrative.
Nonostante tutto ciò, il Berchet rimane un poeta vero, e quel suo insistere sul medesimo tema dell’esilio e della patria non è, in fondo, che il frutto della sofferta adesione a una propria sostanza di affetti e nasce da una risentita coscienza morale, da una autentica passione. In lui la patria non era un mito o una moda, e neppure un ideale astratto di derivazione letteraria, ma sofferta esperienza. E la malinconia dei suoi esuli è la stessa sua struggente nostalgia di una patria che va riconquistata a prezzo di sacrificio, pagando di persona per farla libera e indipendente. Da ciò la voce maschia, le sentenze scultoree che restano felicemente legate alla memoria del lettore; da ciò anche talune felici pagine d’epopea: un’epopea minore, sia pure, ma l’unica vera forse del nostro Risorgimento.
Ma se è vero, come ha scritto il Momigliano, che nella poesia del Berchet sotto le ceneri dell’esilio covano sempre le fiamme della battaglia, non manca neppure una vena più intima e delicata, una poesia di affetti domestici e della famiglia che nasce essa pure dalla sofferenza dell’esilio e crea «i miti nuovi, le figurazioni nuove di questo sentimento familiare: il marito della greca nei Profughi, anzi “la schiera animosa dei mariti”, che difende con l’eroismo della disperazione il rogo dei cadaveri dei loro congiunti; la fidanzata, che rievoca l’ambascia del suo pudico affetto; il padre, che mostra opprimente nell’intimità della pace domestica l’angoscia delle persecuzioni; la moglie, sconvolta fino al delirio della tragedia coniugale, avvertendosi sposa di un nemico della sua gente, che sarà padre dei suoi figli; la madre, trepidante per il timore di vedere i suoi nati concorrere da parti avverse ad una guerra fratricida»[8].
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[1] Pietro Mazzucchelli (Milano, 1762 – Milano, 1829) fu ammesso come allievo della biblioteca Ambrosiana e venne ordinato sacerdote nel 1786, alla fine dei suoi studi al seminario. Nel 1787 ottenne alla biblioteca un posto di scrittore in lingue orientali, inglese, francese e tedesco. Divenne poi custode (1804), dottore (1810), proprefetto (1816) e infine prefetto, dopo la morte di Pietro Cighera nel 1823.
[2] Giuseppe Arconati Visconti, VI marchese di Busto Garolfo (Milano, 1797 – Milano, 1873) nacque dal marchese Carlo, ex consigliere generale della città, e da Teresa Trotti Bentivoglio. Rimasto presto orfano, fu unico erede di un vastissimo patrimonio e nel 1818 sposò una cugina, Costanza Trotti Bentivoglio. Fu uno fra i più stretti collaboratori di Federico Confalonieri durante l’istituzione del movimento costituzionale e, con l’arresto di quest’ultimo, decise di lasciare Milano e rifugiarsi in Belgio, presso il castello di Gaasbeek (lasciatogli dallo zio), dove diede rifugio a numerosi altri esuli politici (oltre al Berchet, Giovita Scalvini, Giovanni Arrivabene, Vincenzo Gioberti ed infine pure al Confalonieri). Ritornato in Italia nel 1840, lottò per l’unione della Lombardia con il Piemonte, partecipando alle Cinque giornate di Milano. Alla fine del 1849 si trasferì con la moglie in Piemonte e nel 1850 fu eletto deputato al parlamento del Regno di Sardegna, per poi diventare, dopo l’unificazione, senatore del Regno d’Italia, carica che mantenne fino alla morte.
[3] Carlo Alberto Emanuele Vittorio Maria Clemente Saverio di Savoia-Carignano (Torino, 1798 – Porto, 1849) era figlio del principe di Carignano figlio di Carlo Emanuele e di Maria Cristina Albertina di Sassonia-Curlandia. Il padre di Carlo Alberto aveva studiato in Francia ed era stato ufficiale nell’esercito francese. Simpatizzante delle idee liberali, si era trasferito a 27 anni a Torino, da dove re Carlo Emanuele IV nel 1798, a causa dell’invasione napoleonica, era dovuto partire per l’esilio. Carlo Emanuele di Carignano, assieme alla moglie, aderirono invece alla causa napoleonica. Nonostante ciò i due furono tradotti a Parigi dove, sospettati in quanto parenti della dinastia sabauda, vennero tenuti sotto sorveglianza e costretti a vivere in ristrettezze economiche in una casa nei sobborghi della capitale, a Chaillot. Nel 1800 Carlo Emanuele morì improvvisamente e la moglie passò a seconde nozze (1810) con l’uditore al Consiglio di Stato Giuseppe Massimiliano Thibaut conte di Montléart, con il quale Carlo Alberto ebbe un pessimo rapporto. Nel 1812 Carlo Alberto dovette trasferirsi con la famiglia a Ginevra e il periodo che vi trascorse esercitò una indubbia influenza sulla sua formazione. La sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813) e l’avanzata degli Austriaci indussero la principessa di Carignano a lasciare con tutta la famiglia Ginevra e a trasferirsi nuovamente in Francia. Infine, l’anno succesivo, dopo la caduta di Napoleone, Carlo Alberto, con il consenso della madre, fece ritorno a Torino, benevolmente accolto da re Vittorio Emanuele I (Carlo Emanuele IV aveva abdicato nel 1802), che gli concesse la prestigiosa residenza di palazzo Carignano e gli rimise i suoi averi e la sua rendita. Nel 1817 sposò Maria Teresa d’Asburgo Lorena, figlia del granduca di Toscana. Influenzato dalle sue amicizie liberali che non aveva mai smesso di frequentare, appoggiò un gruppo di ufficiali, capeggiati da Santorre di Santarosa, che, alla notizia dei moti del venti nel Napoletano, lo incitava ad intervenire contro l’Austria in Lombardia. Quando alcune guarnigioni insorsero (1821), impadronendosi della città di Alessandria e della Cittadella di Torino, Vittorio Emanuele I abdicò in favore del fratello Carlo Felice, ritiratosi a Modena, e lasciando come reggente Carlo Alberto. Questi, temendo di diventare oggetto del furore popolare, concesse agli insorti la costituzione, fatta salva l’approvazione del nuovo sovrano. Carlo Felice, venuto a conoscenza dell’abdicazione del fratello, che considerò una «violenza abominevole», dichiarò nulla la costituzione e schiacciò la rivolta, ordinando a Carlo Alberto di trasferirsi immediatamente con la famiglia a Firenze presso gli suoceri, i granduchi di Toscana. Desideroso di mostrare allo zio la sua fedeltà e il suo pentimento, all’inizio del 1823 chiese a Carlo Felice di potersi unire al corpo di spedizione francese a cui le potenze europee avevano delegato il compito di riportare sul trono re Ferdinando VII di Spagna, catturato dai rivoluzionari dopo i moti di Cadice. Ottenuto il permesso, Carlo Alberto si imbarcò sulla fregata sarda Commercio che lo portò a Marsiglia; da lì proseguì fino a Madrid, sotto il comando del generale Étienne de Bordesoulle. Attraversando la Sierra Morena, in uno scontro a fuoco con il nemico, dimostrò coraggio e valore, così che i francesi lo insignirono della Legion d’onore. Proseguì poi fino a Cadice, accampandosi sotto la fortezza del Trocadero, ultimo rifugio dei rivoltosi. Le truppe francesi assaltarono improvvisamente la fortezza catturandola e Carlo Alberto varcò coraggiosamente il canale che divideva il campo di battaglia dalla fortezza innalzando la bandiera del 6º Reggimento della Guardia reale. Sciolto il corpo di spedizione e fatto ritorno a Parigi, partecipò con tutti gli onori ad un grande ricevimento che il re di Francia Luigi XVIII diede per i vincitori del Trocadero. Ottenuto il permesso di tornare a Torino, prima della partenza ebbe un colloquio con Luigi XVIII che gli diede alcuni consigli sulla sua futura attività di sovrano, e lo insignì dell’Ordine dello Spirito Santo, il più prestigioso della monarchia francese. Inoltre, Luigi XVIII rimproverò a Carlo Felice l’astio che questi continuava a mostrare verso il nipote, in quanto il sovrano sardo aveva censurato la notizia del Trocadero. Con la morte di Carlo Felice nel 1831, Carlo Alberto divenne re di Sardegna, mantenendo la politica conservatrice e clericale dello zio finché, verso il 1843‑45, sotto la spinta di intellettuali come Gioberti e d’Azeglio, aprì il Piemonte a un timido liberalismo. Il 5 marzo 1848 concesse lo Statuto (che dal suo nome si chiamerà Statuto Albertino) e il 23 marzo adottò il tricolore italiano quale bandiera del regno. Intraprese importanti riforme nel campo sociale, culturale ed economico, nel campo della giustizia, dell’esercito e dei rapporti con il clero. A seguito dei moti insurrezionali antiasburgici che scoppiarono non solo a Milano ma persino a Vienna, Carlo Alberto, spinto dagli insorti milanesi, decise di muovere guerra all’Austria (prima guerra di indipendenza italiana). Nel primo scontro (battaglia del ponte di Goito) i bersaglieri ottennero un successo battendo gli Austriaci. Varcato il Mincio, un secondo successo fu ottenuto dalle truppe sabaude a Pastrengo. Ma questi e gli altri successi ottenuti (la battaglia di Goito e la resa di Peschiera) non invertirono le sorti della guerra poiché gli Austriaci ottennero una vittoria decisiva nella battaglia di Custoza. Carlo Alberto cercò di resistere sull’Oglio e sull’Adda ma fu costretto a chiedere un armistizio. Dopo otto mesi Carlo Alberto decise di rompere l’armistizio e riprendere la guerra (20 marzo 1849). Si diresse a Novara e gli austriaci attaccarono la città da sud in superiorità numerica presso il borgo della Bicocca. Nonostante il valore dei Piemontesi, dello stesso Carlo Alberto e di suo figlio Ferdinando, la sconfitta nella battaglia di Novara fu disastrosa. Carlo Alberto decise di abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele e si ritirò in Portogallo, dove morì pochi mesi dopo.
[4] Bellorini Egidio, Giovanni Berchet, G. Principato, Messina, 1917.
[5] Claude-Charles Fauriel (Saint-Étienne, 1772 – Parigi, 1844), storico, linguista e critico letterario, studiò nel collegio degli Oratoriani e poi al seminario di Sainte-Foy-lès-Lyon. Consacrò tutto il tempo agli studi letterari e linguistici: imparò l’italiano, il tedesco, l’inglese, si interessò dei dialetti greci, del latino, del sanscrito, dell’arabo, del provenzale, del castigliano, del portoghese, del siciliano, del romeno, del basco e del bretone. Studiò la civilizzazione indoeuropea e la cultura provenzale nel Medio-Evo. Le sue ricerche lo fanno considerare un pioniere nel campo delle scienze storiche, tanto che per le sue doti e le sue conoscenze la cattedra di letteratura straniera alla Sorbona, nel 1830, fu creata per lui. Vi svolse corsi memorabili su diversi soggetti come la letteratura provenzale e la letteratura italiana. Si occupò ugualmente di letteratura basca e celtica.
[6] Innamorati Giuliano, BERCHET, Giovanni, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 8, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 1966.
[7] Fubini Mario, Stle critico del Berchet, in Romanticismo italiano, Laterza, Bari, 1965, pag. 131.
[8] Li Gotti Ettore, Giovanni Berchet milanese ed europeo, Malfasi, Milano, 1953.
