NICCOLÒ TOMMASEO

1) LINEA BIOGRAFICA – 2) LA PERSONALITÀ DI NICCOLÒ TOMMASEO… – 3) IL CULTO MISTICO DELLA PAROLA… – 4) L’OPERA DI NICCOLÒ TOMMASEO…

 

Linea Biografica

Niccolò Tommaseo nacque nel 1802 a Sebenico, in Dalmazia, da una famiglia di commercianti di origine italiana. Nella città natale ricevette la sua prima educazione e successivamente passò al seminario di Spalato. Nel 1817 iniziò a studiare diritto a Padova e nel 1822 conseguì la laurea in giurisprudenza. Durante il periodo universitari maturò i primi interessi letterari e linguistici, che lo spinsero a non esercitare la pratica forense e a guadagnarsi da vivere con il giornalismo e la letteratura.

Frattanto aveva stretto amicizia con Antonio Rosmini, studente di teologia, che gli fu largo di aiuto ed ebbe una decisiva influenza sul suo spinto inquieto e ribelle, tormentato nell’anima e nella carne, violento nella critica (e talora persino velenoso), uno strano miscuglio di aneliti generosi e di un pungente gusto per la malignità e la polemica.

Dopo la laurea, rientrò per un po’ nella città natale e tentò una traduzione del canto II dell’Iliade, leggendo testi filosofici e trasferendosi poi nel Triveneto, ospite di Rosmini a Rovereto. Dal giugmo del 1823 iniziò a collaborare con il Giornale sulle scienze e lettere delle provincie venete, ma nel luglio del 1824, a causa di alcune sue prese di posizione che suscitarono aspre polemiche, dovette però troncare la collaborazione, e quattro mesi dopo si recò a Milano a lavorare presso l’editore Antonio Fortunato Stella. Nella città lombarda conobbe il Manzoni ed ebbe occasione di entrare in contatto con il vivace mondo culturale milanese, quando ancora erano vive le discussioni sul romanticismo, e pub­blicò due scritti sull’argomento (Della verità poetica e Sulla mitologia), nei quali esprimeva idee che avrebbe mantenuto pressoché inalterate per tutta la vita: la poesia come espressione del vero, del bello e dell’utile in senso morale, traente sostanza dalla religione cristiana. Frattanto continuava a coltivare i suoi studi classici e sulla lingua italiana.

Nel 1825 pubblicò presso l’editore Sonzogno Il Perticari confutato da Dante, in cui criticava le tesi linguistiche di Giulio Perticari[1] e dichiarava la preminenza della favella del volgo toscano sulla lingua artefatta degli autori colti. E sempre nello stesso anno si cimentò anche in un romanzo, Una notte, che abbandonò quasi subito.

Trasferitosi a Firenze nel 1827, avviò l’attività giornalistica e critica, e cominciò a scrivere sull’Antologia di Giovan Pietro Vieusseux. Fra i numerosi articoli pubblicati a firma K. X. Y., videro così la luce quello sull’edizione ventisettana dei Promessi sposi (ottobre 1827) e quello intitolato Del romanzo storico (settembre 1830), genere che vedeva ancora imperfetto ma di potenziale utilità morale. Contemporaneamente affinò le proprie idee politiche, influenzate dalla frequentazione dei circoli cattolico-liberali e ascrivibili a una visione civile della religione e del Vangelo Strinse anche amicizia con Gino Capponi ed entrò in polemica con il Leopardi, del quale non accettava gli accenti materialistici, scrivendo (in una lettera al Capponi) che il poeta recanatese «ha il genio del Tasso in fondo alla gobba, come il Tasso l’aveva in fondo al bicchiere».

Nel 1830 diede alle stampe il Nuovo dizionario dei sinonimi della lingua italiana, frutto del desiderio di scernere i significati dei vocaboli al lume dell’uso toscano, e il racconto di introspezione Due baci. Successivamente (1832) la recensione del terzo tomo di La Grecia descritta da Pausania, volgarizzato da Sebastiano Ciampi, nella quale metteva in luce analogie fra gli antichi greci e il destino dell’Italia del proprio tempo, non sfuggì all’occhio attento della censura austriaca, e ciò portò, in breve tempo (1833), alla chiusura dell’Antologia. Per cui, inviso ormai al governo asburgico, Tommaseo fu costretto a prendere la via dell’esilio e a recarsi in Francia, ove trascorse alcuni anni di povertà, di traviamento morale e di grandi sofferenze.

L’esilio francese, soprattutto il lasso di tempo trascorso a Parigi, fu comunque molto proficuo sia per l’incontro con personalità di rilievo (Cha­teaubriand[2], Lamennais[3], Sainte-Beuve[4], George Sand[5]), destinate ad avere notevole in­fluenza sullo scrittore, sia perché al periodo francese risalgono pure la stesura e la progetta­zione di molti tra i suoi scritti più notevoli: le Confessioni (1836), poesie; Il duca d’Atene (1837), romanzo storico già indicativo del suo interesse per la storia e la riflessione civile; le Memorie poetiche e Poesie, bilancio parziale del proprio impegno letterario;  Fede e bellezza (1840), romanzo psicologico, e il commento alla Divina Commedia.

Rientrato in Dalmazia nel settembre 1839, si stabilì a Venezia due mesi dopo visse parecchi anni, scrivendo per i giornali, pubblicando nel 1840 Fede e bellezza (uno dei suoi romanzi più importanti), i Canti popolari toscani, corsi, illirici e greci (1842) e parecchie delle opere composte durante l’esilio francese. Parallelamente, tra il 1847 e il 1858, lavorò alla sua opera più monumentale, il Dizionario della lingua italiana, realizzato con Bernardo Bellini[6].

Imprigionato nel 1847 per un discorso di spiriti liberali e liberato a furor di popolo pochi mesi più tardi, insieme a Daniele Manin[7], fu ministro della Pubblica Istruzione nella restaurata repubblica, ambasciatore in Francia per la causa veneziana, deputato all’Assemblea e fondatore del bisettimanale La Fratellanza dei popoli (dal 1° aprile al 4 luglio 1849), dissentendo però da Manin sull’annessione di Venezia al Regno di Sardegna. Dopo la caduta della Repubblica, fu nuovamente costretto all’esilio passò alcuni anni a Corfù. Rientrato definitivamente in Italia nel 1854, si stabilì a Firenze, dove continuò a scrivere opere di carattere morale, religioso e linguistico. Negli anni successivi pubblicò anche scritti autobiografici e riflessivi, tra cui le Confessioni (redatte negli ultimi anni e pubblicate postume), che offrono una sintesi della sua esperienza intellettuale e spirituale.

Morì a Firenze nel 1874, dopo aver assistito nel 1861 alla nascita del Regno d’Italia, mantenendo però una posizione critica e indipendente.

*****NOTE AL TESTO*****

[1] Giulio Perticari (1779–1822) fu un letterato e filologo italiano, legato all’ambiente neoclassico. È noto soprattutto per la sua riflessione sulla lingua italiana e per la difesa della tradizione letteraria nazionale in polemica con le posizioni più innovatrici.

[2] François-René de Chateaubriand (1768–1848) fu uno scrittore e politico francese, tra i principali precursori del Romanticismo europeo. Le sue opere uniscono sensibilità religiosa, introspezione e gusto per il sublime, influenzando profondamente la cultura ottocentesca.

[3] Félicité de Lamennais (1782–1854) fu un pensatore francese, inizialmente sostenitore di un cattolicesimo tradizionalista, ma che poi evolse verso posizioni liberali e democratiche. Le sue idee contribuirono al dibattito tra religione e libertà nel XIX secolo.

[4] Charles-Augustin Sainte-Beuve (1804–1869), critico letterario francese, noto per il metodo biografico nella critica, che interpreta le opere alla luce della vita degli autori, fu una figura centrale della cultura letteraria francese dell’Ottocento.

[5] George Sand (1804–1876), pseudonimo di Aurore Dupin, fu una scrittrice francese tra le più importanti autrici del Romanticismo. Nei suoi romanzi affronta temi sociali, sentimentali e politici, distinguendosi anche per il suo anticonformismo.

[6] Bernardo Bellini (1797–1864) fu un lessicografo italiano, noto soprattutto per la collaborazione con Niccolò Tommaseo nella redazione del monumentale Dizionario della lingua italiana (1847–1858). Il suo contributo fu essenziale sul piano metodologico e filologico: Bellini curò in particolare l’organizzazione del materiale lessicale e la sistematicità delle definizioni, contribuendo a fare dell’opera uno dei più importanti strumenti della lessicografia ottocentesca. Il dizionario si distingue per l’attenzione all’uso vivo della lingua e per l’ampiezza delle fonti, segnando un passaggio significativo verso una concezione moderna della lingua italiana.

[7] Daniele Manin (1804–1857), patriota e uomo politico veneziano, fu una figura centrale del Risorgimento. Di formazione giuridica, divenne uno dei principali oppositori del dominio austriaco nel Lombardo-Veneto. Fu il leader della Repubblica di Venezia (1848–1849), di cui guidò il governo durante la resistenza contro l’assedio austriaco, distinguendosi per capacità politica e fermezza morale. Dopo la caduta della Repubblica fu costretto all’esilio in Francia, dove continuò a sostenere la causa dell’unità italiana. La sua figura assunse un forte valore simbolico, incarnando l’ideale di indipendenza nazionale e di impegno civile.

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