1) LINEA BIOGRAFICA – 2) SETTEMBRINI CRITICO – 3) INTERESSI LETTERARI E PASSIONE POLITICA – 4) LE RICORDANZE DELLA MIA VITA
Linea biografica
Luigi Settembrini nacque a Napoli il 17 aprile 1813, in un contesto urbano e sociale attraversato da profonde tensioni politiche e culturali. Il padre, Raffaele Settembrini, era avvocato: una figura che, pur non appartenendo all’aristocrazia, garantì al figlio un ambiente familiare sensibile alla cultura giuridica e ai valori civili. La morte prematura del padre, avvenuta quando Luigi era ancora giovane, rappresentò un evento decisivo, sia sul piano affettivo sia su quello materiale, segnando l’intera traiettoria esistenziale dello scrittore.
Nei primi anni di istruzione Settembrini fu inviato a Caserta, dove frequentò il collegio di Maddaloni, istituto che aveva fama di essere uno dei migliori nel Regno delle Due Sicilie e noto per l’impostazione disciplinare e per la centralità degli studi classici. Qui il ragazzo venne in contatto con un ambiente considerato successivamente fortemente bigotto e ipocrita, al punto da scrivere che gli alunni «imparano cose inutili, e non amano lo studio donde non traggono alcuna dolcezza, uscendo di collegio ignoranti ed increduli per istizza». L’esperienza casertana contribuì comunque a rafforzare in lui un precoce senso di autonomia e una disposizione alla riflessione morale, elementi che riemergeranno costantemente nella sua opera matura.
Rientrato a Napoli dopo la morte del padre, Settembrini fu affidato allo zio materno, che ne sostenne il percorso di studi. Come molti giovani della borghesia colta, si iscrisse inizialmente alla facoltà di legge, scelta dettata più da esigenze pratiche che da una reale vocazione.
Il distacco definitivo dal diritto avvenne con la frequentazione della scuola di Basilio Puoti, uno dei centri più influenti del purismo linguistico napoletano. In questo ambiente Settembrini maturò una concezione rigorosa della lingua italiana, fondata sulla chiarezza sintattica, sulla precisione lessicale e sul modello dei classici trecenteschi.
Fu qui che strinse un rapporto di amicizia e confronto intellettuale con Francesco De Sanctis. Se Puoti rappresentò per Settembrini il maestro della forma, De Sanctis divenne l’interlocutore privilegiato sul piano teorico: entrambi concepirono la letteratura non come esercizio estetico fine a se stesso, ma come espressione della coscienza morale e civile di una nazione.
Avviatosi all’insegnamento, Settembrini cominciò a delineare quella figura di intellettuale-educatore che rimarrà costante nella sua vita: la lingua e la letteratura come strumenti di emancipazione civile.
In questi stessi anni si intrecciarono vita privata e impegno politico. Fidanzatosi con una giovane donna dell’ambiente borghese napoletano, Raffaella Luigia Faucitano, riuscì a sposarsi nonostante le difficoltà economiche e le crescenti attenzioni della polizia borbonica. Dal matrimonio nacquero i figli, Raffaele e Giulia. L’attività politica gli costò il primo arresto nel 1839, per l’adesione a una società denominata Giovane Italia, distinta dal movimento mazziniano, ma ugualmente ispirata a ideali costituzionali. Sebbene assolto dall’accusa di cospirazione, rimase a lungo detenuto. Nel 1847, dopo essere stato liberato, compose la Protesta del popolo delle Due Sicilie, uno dei testi più alti della prosa politica risorgimentale, che si caratterizza per l’equilibrio tra rigore argomentativo e forza morale: non un appello rivoluzionario, ma una requisitoria civile contro il dispotismo.
Il 3 gennaio 1848 Settembrini, temendo di essere stato individuato come autore della Protesta, si rifugiò a Malta, ma vi dimorò solo tre settimane, perché tornò a Napoli dopo la concessione della costituzione. Durante i moti del 1848 Settembrini collaborò con il governo costituzionale come capo dipartimento della Pubblica Istruzione, ma si dimise dopo solo due mesi. La repressione seguita al fallimento rivoluzionario lo colpì nuovamente: arrestato nel 1849 per l’appartenenza alla società segreta Unità italiana, fu condannato a morte, pena poi commutata nell’ergastolo da scontare a Santo Stefano.
L’esperienza carceraria segnò profondamente Settembrini, rafforzandone la convinzione che la lotta politica dovesse fondarsi su una solida educazione morale. Nel 1859 fu incluso in un gruppo di detenuti destinati alla deportazione in America del Sud; la spedizione si trasformò però in una clamorosa evasione grazie all’intervento del figlio Raffaele, che costrinse il comandante della nave a dirigere verso Londra. Londra rappresentò per Settembrini una breve ma significativa esperienza di confronto con il liberalismo europeo, prima del definitivo rientro in Italia.
Tornato in patria nel 1860, Settembrini fu nominato nel 1861 professore di letteratura italiana all’Università di Napoli. In questo contesto prese forma la sua opera maggiore di storico-critico: le Lezioni di letteratura italiana, pubblicate tra il 1866 e il 1872. Spesso impropriamente indicate come Storia della letteratura italiana, le Lezioni sono in realtà un percorso didattico e morale, in cui la letteratura è letta come progressiva conquista della libertà e della coscienza civile.
Negli stessi anni pubblicò la traduzione delle Opere di Luciano di Samosata voltate in italiano (Firenze, Le Monnier, 1861–1862). La scelta di Luciano[1] non fu neutra: l’ironia razionalistica dell’autore greco divenne, nella lettura di Settembrini, uno strumento di critica contro il fanatismo, la superstizione e l’abuso del potere.
Negli ultimi anni della sua vita Settembrini attese alla composizione delle Ricordanze della mia vita, iniziate nel periodo londinese e che vennero pubblicate postume nel 1879 dall’editore Morano sotto la guida dell’amico Francesco De Sanctis.. L’opera costituisce una testimonianza fondamentale non solo per la storia del Risorgimento meridionale, ma anche per la comprensione del nesso, centrale in Settembrini, tra esperienza personale, riflessione morale e scrittura.
Nominato senatore del Regno, Luigi Settembrini morì a Napoli nel 1876. La sua figura resta emblematica di un modello di intellettuale ottocentesco per il quale lingua, letteratura e impegno politico non furono ambiti separati, ma parti di un’unica missione civile.
***NOTE AL TESTO***
[1] Luciano di Samosata (ca. 120 – ca. 180 d.C.) fu uno dei più originali prosatori dell’età imperiale romana. Nato a Samosata, in Siria, in un contesto culturale di lingua greca ma profondamente segnato dall’incontro tra tradizioni elleniche e orientali, ricevette una formazione retorica che lo portò a esercitare a lungo la professione di sofista itinerante, prima di dedicarsi stabilmente alla scrittura. La sua opera si distingue per l’uso sistematico dell’ironia, del paradosso e della satira, strumenti attraverso i quali Luciano sottopose a critica serrata i miti religiosi, le superstizioni popolari, le pretese filosofiche prive di fondamento e le ipocrisie della società del suo tempo. Testi come i Dialoghi degli dèi, i Dialoghi dei morti e la Storia vera mettono in scena un atteggiamento radicalmente razionalistico e antidogmatico, che smaschera le false autorità e rivendica la libertà del giudizio individuale. Proprio questa vena critica fece di Luciano un autore particolarmente caro all’Illuminismo europeo e, in età ottocentesca, a intellettuali di orientamento laico e liberale.
