1) I MANZONIANI – 2) EDMONDO DE AMICIS – 3) CARLO COLLODI
Edmondo De Amicis
Il De Amicis, più compiutamente di altri scrittori dell’epoca, «riflette il tono medio della civiltà del suo tempo, e anche le sue mutevoli idealità e i suoi problemi: l’esigenza di uscire dal suo isolamento provinciale, il bisogno di un’istruzione e di un’educazione più estesa e più intensa negli strati popolari, la questione sociale. La sua stessa evoluzione, dal generico patriottismo dei primi anni all’apostolato educativo della virilità, fino al socialismo un po’ roseo e sentimentale dell’età estrema, rispecchia assai bene il parallelo svolgimento delle tendenze e degli umori nei ceti medi italiani degli ultimi decenni dell’Ottocento. Gli è estranea ogni pretesa di alta letteratura. Tutte le sue opere rispondono a un intento di modesta e onesta educazione e di facile divulgazione: l’arte vi adempie una funzione puramente strumentale, e non essenziale ed intrinseca»[1].
L’attività letteraria di De Amicis, come abbiamo detto, si sviluppò inizialmente intorno all’esperienza militare, che lo scrittore considerava una componente fondamentale della formazione individuale e civile. I primi testi, comparsi sulla rivista Italia militare, e furono successivamente raccolti nel volume La vita militare. Bozzetti, pubblicato nel 1868. Il libro ottenne un successo immediato e considerevole, confermando le capacità narrative dell’autore e incoraggiandolo a proseguire sulla strada della letteratura.
A questa prima raccolta seguì Racconti militari. Libro di lettura ad uso delle scuole dell’esercito (1869), che, come la precedente, fu presto adottato nelle scuole militari come libro di testo. Il successo delle due opere dipendeva anche dalla loro funzione civile e patriottica. In un’Italia che si dirigeva verso l’unificazione, l’esercito rappresentava infatti non solo di quell’unità nazionale, che pur fortemente sentita, non era ancora stata compiuta, ma anche uno dei principali strumenti attraverso i quali promuovere il sentimento unitario nazionale. La sconfitta di Custoza aveva tuttavia suscitato nell’opinione pubblica una certa sfiducia nei confronti del nuovo esercito italiano, rendendo necessaria un’azione volta a rafforzarne il prestigio.
De Amicis contribuì a questo obiettivo attraverso racconti nei quali venivano esaltati la solidarietà tra i soldati, il rispetto reciproco tra ufficiali e subordinati, il senso del dovere e la vicinanza tra l’esercito e la popolazione. Questi valori, oltre a favorire la diffusione delle sue opere, costituirono i principali riferimenti morali e pedagogici della sua produzione successiva.
Al successo dei primi libri contribuì anche la scelta di uno stile semplice, scorrevole e accessibile, ispirato alla tradizione manzoniana. La lingua di De Amicis, modellata sul fiorentino parlato e priva di ricercatezze lessicali e sintattiche, risultava in sintonia con le identitarie esigenze culturali e lessicali del Paese ma anche più facilmente accessibile a quel più vasto pubblico che la spinta risorgimentale verso l’unità andava costruendo. Croce avrebbe riconosciuto proprio in questa scelta linguistica uno dei caratteri migliori dello scrittore. Carducci, invece, guardò con severità alla sua produzione, accomunandolo a quelli che definiva «i descrittori in prosa».
Dopo i libri di argomento militare, seguirono i libri di viaggi (Spagna, Olanda, Marocco, Costantinopoli, ecc.), nei quali De Amicis dimostrò una notevole capacità di mescolare generi letterari diversi, combinando descrizioni geografiche, osservazioni sui costumi, impressioni personali, aneddoti e informazioni culturali. L’intento divulgativo ed educativo non assumeva generalmente i toni di una trattazione pedante, ma si sviluppava attraverso una narrazione vivace, brillante e ricca di episodi curiosi.
Lo scrittore si poneva allo stesso livello dei suoi lettori per gusti, cultura e partecipazione sentimentale e intellettuale, aggiungendo alla narrazione uno stile disinvolto e garbato. Il suo sguardo rispecchiava così la curiosità e lo stupore del turista borghese di media cultura dell’età umbertina, interessato alla scoperta di mondi diversi, ma ancora legato a una prospettiva familiare e rassicurante.
L’opera che più di ogni altra ha legato il nome di De Amicis alla storia della letteratura italiana è Cuore, pubblicato nel 1886 e scritto in soli quattro mesi. Il libro rappresenta una delle espressioni più significative della letteratura pedagogica postunitaria e risponde all’esigenza di contribuire alla formazione morale e civile delle nuove generazioni.
La narrazione si articola in tre parti: il diario di Enrico Bottini, alunno di terza elementare e voce narrante principale; le lettere che il ragazzo riceve dai genitori e dalla sorella; i racconti mensili dettati in classe dal maestro e inseriti nel diario. Questi tre livelli non si fondono sempre in maniera omogenea, ma sono tenuti insieme dagli intenti pedagogici e dalle preoccupazioni morali e sociali che caratterizzano l’intera produzione deamicisiana. I racconti mensili, in particolare, possiedono una notevole autonomia rispetto alla vicenda principale e sono stati spesso pubblicati separatamente e adattati per il cinema.
La parte del diario è quella in cui emerge maggiormente la dimensione didascalica dell’opera, talvolta spinta fino a esiti eccessivamente enfatici. Vi troviamo i resoconti della vita scolastica e familiare di Enrico, le descrizioni dei compagni di classe e la rappresentazione dei diversi ambienti sociali. I personaggi, tuttavia, rimangono spesso delle vere e proprie “figurine”, prive di un autentico spessore psicologico. Anche le situazioni familiari e i rapporti tra genitori e figli risultano frequentemente condizionati da un moralismo insistito e da un sentimentalismo patetico e retorico.
Proprio in questa impostazione risiede, tuttavia, una parte importante della forza del libro. I personaggi sono figure esemplari, chiamate a incarnare virtù o difetti, e non richiedono quindi una caratterizzazione psicologica complessa. Ciascuno svolge una funzione precisa all’interno della narrazione, secondo un sistema di opposizioni che permette al lettore di riconoscere immediatamente i comportamenti da imitare e quelli da condannare. Il coraggio, la generosità, l’altruismo, l’obbedienza e il senso del dovere si contrappongono all’egoismo, alla vigliaccheria e alla mancanza di solidarietà, rendendo esplicito il significato morale degli episodi.
Il successo di Cuore fu immediato e straordinario: pochi mesi dopo la pubblicazione si era già arrivati alla quarantunesima edizione e le richieste di traduzione erano diciotto; nel 1923 il libro aveva raggiunto il milione di copie. La sua fortuna dipese dalla capacità di tradurre in situazioni quotidiane e familiari un insieme di valori condivisi, quali l’amore per la patria, la solidarietà, l’altruismo, il rispetto delle gerarchie, l’educazione alla civiltà dei costumi e la morale del sacrificio. La scuola, la famiglia, la città e il lavoro costituiscono gli ambienti concreti nei quali questi principi possono essere appresi e messi in pratica.
Una parte della critica, soprattutto nella seconda metà del Novecento, ha messo in evidenza i difetti narrativi e stilistici di Cuore, talvolta con un’animosità eccessiva. Basti pensare che, come ricordato dal prof. Lucio Villari durante un’intervista a RAI Cultura, Umberto Eco avrebbe definito il romanzo come «l’opera di uno squallido filisteo protofascista». È significativo che quasi la stessa espressione compaia nell’Elogio di Franti[2], dove Eco, riferendosi al padre di Enrico Bottini, lo definisce appunto «squallido filisteo protofascista». Altri critici hanno invece continuato a riconoscere al libro un’importanza fondamentale nella formazione culturale e civile di intere generazioni di italiani.
Al di là delle contrapposizioni critiche, è importante sottolineare come De Amicis abbia saputo illustrare i buoni sentimenti, i precetti morali, gli ideali patriottici e le convinzioni solidaristiche attraverso situazioni concrete e accessibili all’esperienza quotidiana dei lettori. La scuola, la famiglia, la città e il lavoro diventano così i luoghi privilegiati nei quali si sviluppa l’educazione morale e civile. Il libro trovò inoltre un terreno particolarmente favorevole nella cultura della seconda metà dell’Ottocento, quando il sentimentalismo e la rappresentazione melodrammatica delle passioni erano ampiamente diffusi sia in letteratura sia in altre forme artistiche, a cominciare dal melodramma musicale.
Cuore rappresenta pertanto uno dei prodotti più significativi di una cultura largamente condivisa, capace di coniugare la tradizione linguistica manzoniana con le esigenze educative e civili del nuovo Stato italiano. La solidarietà, l’altruismo, l’amore per la patria e soprattutto la morale del sacrificio costituiscono i nuclei etici fondamentali dell’opera. La loro forza, ancora oggi significativa benché sempre più radicalmente contestata, risiede anche nella possibilità di utilizzare il libro come strumento pedagogico all’interno di una concezione della società fondata sull’adesione degli individui ai valori dello Stato. Al tempo stesso, proprio questa impostazione mette in luce i limiti ideologici dell’opera, legati alla tendenza a subordinare l’autonomia dell’individuo alle esigenze dell’ordine collettivo.
Dopo Cuore, De Amicis tornò a occuparsi del mondo scolastico con Romanzo di un maestro (1890), raccolta di bozzetti tenuti insieme dalla figura dell’insegnante, che incarna le virtù dell’abnegazione, dell’altruismo, della forza morale e della bontà d’animo. La professione del maestro viene rappresentata come una missione sociale e spirituale, alla quale è affidato il compito di contribuire alla formazione dei giovani e al progresso della collettività.
Alla stessa area tematica appartiene Fra scuola e casa (1892), raccolta di novelle e bozzetti nella quale ritornano le preoccupazioni educative e morali dell’autore. Tra le opere successive si ricordano Amore e ginnastica (1892), La maestrina degli operai (1895) e Ricordi d’infanzia e di scuola (1906). In questi testi De Amicis continua a esplorare i rapporti tra individuo e società, soffermandosi in particolare sul ruolo dell’educazione e sulle difficoltà incontrate da coloro che operano negli ambienti scolastici e popolari.
L’attenzione per le condizioni delle classi meno abbienti emerge con particolare evidenza in Sull’Oceano (1889), resoconto della traversata dell’Atlantico compiuta dallo scrittore a bordo della nave Galileo, insieme a circa milleseicento emigranti diretti in America meridionale. L’opera conserva alcuni caratteri della precedente letteratura di viaggio, ma assume anche una più marcata dimensione sociale. Attraverso l’osservazione dei passeggeri, delle loro condizioni di vita e delle ragioni che li spingono a lasciare l’Italia, De Amicis affronta il problema dell’emigrazione e mette in luce le difficoltà economiche e sociali che gravano sulle classi popolari.
Dopo aver dichiarato pubblicamente la sua adesione al socialismo, partecipò assiduamente all’attività propagandistica dei socialisti, collaborando a molti giornali e periodici, e ciò segnò una svolta significativa nella sua produzione. Il patriottismo che aveva animato le prime opere venne progressivamente affiancato da una più concreta attenzione per le disuguaglianze economiche, le condizioni dei lavoratori e le difficoltà dei ceti più poveri. La solidarietà, già centrale nei primi scritti, si trasformò così da principio prevalentemente morale e nazionale in un’esigenza di giustizia sociale.
In questa nuova prospettiva si colloca il progetto di Primo maggio, romanzo rimasto incompiuto che l’autore non volle mai pubblicare. L’opera testimonia il tentativo di confrontarsi direttamente con le nuove idee politiche e con i conflitti sociali del tempo, anche se non giunse a una sistemazione definitiva.
***NOTE AL TESTO***
[1] Sapegno Natalino, Ibidem, pag. 290.
[2] Eco Umberto, Elogio a Franti, in Diario minimo, Bompiani, Milano, 1963.
