I MANZONIANI

1) I MANZONIANI – 2) EDMONDO DE AMICIS – 3) CARLO COLLODI

 

Carlo Collodi

Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzo Filippo Giovanni Lorenzini, nacque a Firenze il 24 novembre 1826, primogenito di dieci figli. Lo pseudonimo, con cui sarebbe divenuto celebre, deriva dal nome di Collodi, borgo toscano nei pressi di Pescia, paese d’origine della madre. Il padre, Domenico Lorenzini (1795-1848), originario di Cortona, era cuoco, mentre la madre, Angiolina Orzali (1800-1886), lavorava come sarta e cameriera: entrambi erano al servizio dei marchesi Ginori. Dopo aver trascorso un breve periodo a Collodi presso gli zii materni, il giovane Lorenzini frequentò il Seminario Vescovile di Colle Val d’Elsa dal 1837 al 1842, grazie all’interessamento di uno zio sacerdote, segretario del vescovo.

Nel 1848 si arruolò volontario, combattendo con il battaglione toscano nella battaglia di Curtatone e Montanara. Rientrato a Firenze, intraprese la carriera giornalistica e letteraria, fondando due periodici umoristici, Il Lampione e La Scaramuccia, entrambi destinati a una breve esistenza anche per ragioni legate alla censura politica. Nel 1859 partecipò nuovamente alla guerra, arruolandosi come volontario nel reggimento sabaudo Novara Cavalleria, durante la seconda guerra d’indipendenza.

Dopo un esordio caratterizzato da interessi letterari diversi, Collodi finì per dedicare gran parte della propria attività alla letteratura per l’infanzia, ambito nel quale avrebbe lasciato, accanto al celeberrimo Pinocchio, altre opere ancora oggi apprezzate dai giovani lettori. Nel 1886 la morte della madre, presso la quale lo scrittore continuava a vivere, rappresentò per lui un colpo particolarmente doloroso. Gli ultimi anni furono segnati dalla solitudine e da un progressivo ripiegamento su se stesso, aggravati da condizioni fisiche sempre più precarie. Morì a Firenze il 2 ottobre 1890, dopo aver diretto per alcuni anni il Giornale dei bambini.

Agli inizi della sua carriera Collodi si dedicò soprattutto al teatro, componendo commedie delle quali si è in gran parte perduta la memoria, come Gli amici di casa, La coscienza e l’impiego, L’onore del marito e I ragazzi grandi. A questa produzione si affiancarono alcuni romanzi, tra cui Un romanzo a vapore e I misteri di Firenze, oltre a raccolte di bozzetti e racconti quali Macchiette, Occhi e nasi, Divagazioni e Note gaie. Fu tuttavia la letteratura per l’infanzia a procurargli la maggiore notorietà.

L’avvicinamento a questo settore avvenne nel 1875, quando l’editore Felice Paggi[1] gli affidò la traduzione di alcune celebri fiabe francesi: i Contes e le Histoires di Charles Perrault[2], insieme alle favole della contessa Marie-Catherine d’Aulnoy[3] e di Jeanne-Marie Le Prince de Beaumont[4]. Il lavoro, condotto con uno stile piano ed elegante e con lievi modifiche rispetto agli originali, fu pubblicato l’anno successivo con il titolo Racconti delle fate, corredato dalle illustrazioni di Enrico Mazzanti[5]. Nel 1877 Collodi diede alle stampe, sempre presso Paggi, Giannettino, accolto con discreto successo, cui seguì nel 1878 Minuzzolo.

Consolidatasi la sua reputazione di autore di libri scolastici e per l’infanzia, Lorenzini si dedicò con notevole regolarità alla composizione di una serie di opere destinate a costituire una sezione autonoma e organica della «Biblioteca scolastica» dell’editore Paggi. Nacquero così diversi volumi incentrati sul personaggio di Giannettino, caratterizzati da un evidente intento pedagogico: La grammatica di Giannettino, L’abbaco di Giannettino, La geografia di Giannettino, Secondo viaggio di Giannettino e La lanterna magica di Giannettino.

La novità di questi testi risiedeva soprattutto nel metodo espositivo. Le diverse discipline venivano presentate in forma scherzosa e discorsiva, spesso attraverso il dialogo, allo scopo di attenuare il carattere didascalico dell’insegnamento e rendere l’apprendimento più piacevole e naturale. Tale impostazione incontrò il favore del mondo scolastico, anche se non sempre fu apprezzata dagli ambienti più tradizionalisti del ministero della Pubblica Istruzione, poco inclini ad accogliere una concezione dell’educazione che si allontanava dai modelli più severi e convenzionali.

Tra tutte le opere di Lorenzini, i risultati letterariamente più significativi sono rappresentati da Minuzzolo, che racconta le vicende di un ragazzino insofferente alle convenzioni borghesi e incline a irridere gli adulti che pretendono di impartirgli lezioni di virtù, e soprattutto da Le avventure di Pinocchio, divenuto uno dei libri italiani più conosciuti e diffusi nel mondo, tradotto in numerose lingue e ripetutamente adattato per il cinema, il teatro e la televisione.

Sol­lecitato da Ferdinando Martini, direttore del Giornale dei bambini, e dall’amico Guido Biagi[6], redattore e consulente della rivista, nel 1881 Lorenzini iniziò a pubblicare a puntate un racconto intitolato Storia d’un burattino. L’opera fu poi raccolta in volume dall’editore Paggi nel 1883, con il titolo Le avventure di Pinocchio e, ancora una volta, le illustrazioni di Mazzanti.

Per molto tempo il principale limite critico riconosciuto all’opera fu quello derivante dalla sua appartenenza alla letteratura per l’infanzia, un limite che oggi si rivela estremamente ambiguo. Una lettura più attenta permette, infatti, di mettere in discussione questa classificazione riduttiva: Pinocchio non fu concepito, neppure nelle intenzioni dell’autore, come una storia destinata esclusivamente ai bambini. Dietro la struttura fiabesca e allegorica si riconosce infatti un ritratto critico della società italiana dell’età umbertina, osservata con un misto di insofferenza, partecipazione e ironia.

Particolarmente significativo, in questa prospettiva, è il finale, nel quale il burattino si trasforma in un ragazzo «perbene». Proprio l’espressione «perbene», letta nella sua ambiguità, consente di cogliere il significato meno rassicurante della conclusione. Più che offrire ai giovani lettori un edificante modello di comportamento, la vicenda sembra suggerire una riflessione malinconica e pessimistica sulla rinuncia di Pinocchio alla propria libertà istintiva e alla fantasia. Diventato un ragazzo «perbene», egli finisce infatti per integrarsi in una società regolata dalle convenzioni e dall’ordine, caratteristiche che contraddistinsero, nella prospettiva critica qui adottata, la mediocrità dell’Italia di quel periodo.

La fiaba si presta così a una lettura che rovescia il significato apparentemente pedagogico della narrazione. Sotto la superficie di un racconto educativo e ottimistico si nasconde una critica ironica dei luoghi comuni della pedagogia tradizionale, fondata sull’aspirazione a una morale prevalentemente formalistica. Il percorso di Pinocchio non coincide, dunque, soltanto con il passaggio dall’indisciplina alla maturità, ma può essere interpretato anche come il prezzo pagato per l’accettazione delle norme sociali e per la rinuncia a una parte essenziale della propria individualità.

La fortuna dell’opera è stata straordinaria e continua tuttora a essere tale. Come osserva Natalino Sapegno, rispetto a Cuore, Pinocchio «è un libro di qualità più fine, di più ilare fantasia, di più ricca, se pur dissimulata, sapienza psicologica»[7]. Il giudizio mette in evidenza alcune delle caratteristiche che distinguono il capolavoro di Collodi: la vivacità dell’invenzione fantastica, la ricchezza delle situazioni narrative e una capacità di penetrazione psicologica che si manifesta spesso senza esplicite spiegazioni o intenzioni moralistiche.

Nel libro confluiscono, del resto, le diverse esperienze maturate dall’autore nel corso della sua attività. Vi si ritrovano la lunga pratica della scrittura satirica e del bozzetto, la familiarità con la letteratura destinata alla scuola e ai ragazzi e la ricerca di una lingua capace di superare le rigidità della tradizione letteraria. Quest’ultima trova una delle sue realizzazioni più felici nel toscano vivo e colloquiale della narrazione, che contribuisce in maniera decisiva alla naturalezza del racconto, alla vivacità dei dialoghi e all’immediatezza delle situazioni.

Questi aspetti, tuttavia, non furono adeguatamente riconosciuti dalla critica per molto tempo. I contemporanei, pur decretando il successo dell’opera, continuarono a relegarla nell’ambito della letteratura infantile, senza coglierne pienamente la complessità. Anche una parte della critica successiva, concentrandosi soprattutto sull’esaltazione di Pinocchio come capolavoro di fama mondiale, ha trascurato di approfondire i rapporti tra il romanzo, la biografia di Collodi e le diverse fasi della sua carriera letteraria. Eppure, proprio l’attenzione a tali legami consente di comprendere meglio la genesi dell’opera e la pluralità dei suoi significati.

Durante e dopo la stesura di Pinocchio, Lorenzini continuò a scrivere e pubblicare racconti e novelle. Tra questi si ricordano Chi non ha coraggio vada alla guerra. Proverbio in due parti, La festa di Natale e Pipì lo scimmiottino color di rosa. Quest’ultimo racconto confluì, insieme ad altri testi narrativi e memorie, tra cui il brioso dialogo Dopo il teatro, nella raccolta Storie allegre, pubblicata nel 1887 ancora una volta dall’editore Paggi. Anche questa produzione conferma la continuità dell’interesse di Collodi per la narrativa destinata ai giovani e la varietà delle forme attraverso le quali seppe sviluppare la propria vena umoristica e satirica.

 

***NOTE AL TESTO***

[1] Felice Paggi (Siena, 1822 – Firenze, 1895) è stato un importante editore e tipografo italiano del Risorgimento. Nato da una famiglia ebraica, Felice Paggi si trasferì a Firenze per affiancare il fratello Alessandro nella gestione della tipografia e casa editrice fondata nel 1841. Sotto la sua direzione e amministrazione, la Libreria Editrice Felice Paggi divenne una delle realtà editoriali più solide e influenti della Toscana.

[2] Charles Perrault (Parigi, 1628 – Pargi, 1703), scrittore francese, è considerato uno dei principali autori della fiaba letteraria europea. La sua raccolta Histoires ou contes du temps passé (1697) comprende celebri racconti come Cappuccetto Rosso, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco e Il gatto con gli stivali. Le sue opere ebbero un’influenza fondamentale sulla successiva tradizione fiabesca.

[3] Marie-Cathérine Jumel de Berneville, contessa d’Aulnoy (Barneville-la-Bertran, 1650/1651 – Parigi, 1705), scrittrice francese, fu una delle maggiori rappresentanti della fiaba letteraria tra Seicento e Settecento. Contribuì alla diffusione del genere nei salotti aristocratici francesi e alla sua trasformazione in una forma narrativa destinata anche al pubblico adulto, oltre che ai lettori più giovani.

[4] Jeanne-Marie Le Prince de Beaumont (Rouen, 1711 – Chavanod, 1780), Scrittrice e pedagogista francese, è ricordata soprattutto per la versione di La bella e la bestia pubblicata nel 1756. Si dedicò alla letteratura educativa e alla formazione morale dei giovani, conciliando l’intrattenimento narrativo con finalità didattiche.

[5] Enrico Mazzanti (Firenze, 1850 – Firenze, 1910), ingegnere, disegnatore e illustratore italiano, è noto soprattutto per le illustrazioni della prima edizione in volume delle Avventure di Pinocchio, pubblicata nel 1883. Le sue immagini accompagnarono il testo di Collodi nella prima diffusione libraria e contribuirono a definire l’aspetto visivo originario del celebre burattino.

[6] Guido Biagi (Firenze, 1855 – Firenze, 1925). Bibliotecario, scrittore, storico, giornalista, erudito e uomo di cultura, si occupò di studi letterari e bibliografici e collaborò con diverse pubblicazioni. Fu Direttore Editoriale della casa editrice Sansoni, alla quale diede un grande impulso avviando una serie di collane di successo.

[7] Sapegno Natalino, Ibidem, pag. 291.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «Appunti di Letteratura Italiana: Il SECONDO OTTOCENTO»

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