I MANZONIANI

1) I MANZONIANI – 2) EDMONDO DE AMICIS – 3) CARLO COLLODI

 

«Se il Carducci rappresenta con la sua opera, l’ambizione superstite di una poesia e di una cultura letteraria tenute sul tono alto e nobilmente decoroso di una solenne tradizione, e offre all’orgoglio nazionalistico della borghesia della nuova Ita­lia il blasone di un’arte aristocratica e l’eloquenza fastosa dei giorni di parata; il tono medio poi della cultura italiana del secondo Ottocento è alquanto più umile e dimesso, più legato alla povera cronaca quotidiana e dà vita a una letteratura di novelle e romanzi, drammi e commedie, cronache e saggi, nella quale si avverte, più o meno diretta, l’efficacia del modello manzoniano, sia come problema di lingua e di stile, sia come ricerca di una materia più “vera”, realistica, sia infine come proposito moralistico e educativo. Questa cultura e questa let­teratura riflettono gli aspetti più semplici e più sinceri della borghesia del tempo, le sue concrete esigenze di umanità e di sapere, le sue presunzioni e le sue angustie, anche il suo pro­vincialismo: sono lo specchio veridico di quel piccolo mondo, e talora, negli artisti più ricchi e profondi – quelli, di solito, che son passati attraverso l’esperienza rivoluzionaria della “sca­pigliatura” – anche la coscienza di esso. Possiamo dunque distinguere due modi di influsso manzoniano: il “manzoni­smo” vero e proprio, che dà il tono alla letteratura media e al giornalismo dell’epoca; e il realismo e verismo dei maggiori narratori, che si svolge su un piano più alto e meno effimero e costituisce l’esperienza più notevole, la scoperta più intelli­gente e feconda della nuova letteratura italiana.

Si capisce che uno dei bersagli più frequenti e prediletti della polemica del Carducci fosse appunto la scuola manzo­niana, il “manzonismo degli stenterelli”, con l’esigenza che esso propugnava di una lingua e di uno stile “sliricati”, li­berati dal peso di una tradizione aulica defunta; e si deve aggiungere che i manzoniani offrivano da parte loro il destro a quell’umore polemico, sia con i modi alquanto scolastici e pedanteschi del loro fiorentinismo da linguaioli e da folkloristi, sia anche perché in essi sopravvivevano del Manzoni solo gli aspetti più esterni e caduchi, e non la profonda sostanza del suo messaggio artistico e religioso. Ad ogni modo la loro attività, pur nei suoi limiti, non fu senza beneficio nei riguardi di una cultura resa più agile e snella, più aperta e rivolta ad un pubblico più largo e più vario.

Già nel ’55 Ruggero Bonghi aveva pubblicato le sue Let­tere critiche, nelle quali s’era proposto il tema, tipicamente man­zoniano, “perché la letteratura italiana non sia popolare in Ita­lia”. Attraverso l’esame, essenzialmente stilistico e linguistico, della nostra tradizione letteraria, e specialmente dei prosatori, egli dava battaglia contro i modi solenni e paludati dello scri­vere italiano di tipo boccaccesco e cinquecentesco, purista e classicheggiante, e in favore dell’ideale di una nuova prosa “umana e naturale, esatta e vera”. Il libro, se lo si assume come un ragguaglio critico, si rivela subito, con i suoi risultati tutti negativi (si salvano appena, in parte, il Machiavelli del Principe, e, senza riserve, il Leopardi e il Manzoni), antistorico e superficiale. L’analisi investe solo gli aspetti stilistici, consi­derati in astratto e alla stregua di un tipo assoluto, senza ricol­legarli alle condizioni storiche dei diversi tempi, che necessa­riamente si rispecchiano nella diversa struttura del periodo e qualità della sintassi e scelta del vocabolario, e senza valutarli nella forza intrinseca della loro arte e nei rapporti del con­tenuto colla forma. Ma il libro dev’esser preso appunto, magari contro le intenzioni dell’autore, nel suo valore polemico, che si ricollega a un’esigenza già viva nella cultura lombarda dell’ul­timo Settecento e ribadita nell’ambiente romantico del Conci­liatore e riaffermata con estrema coerenza nelle teorie lingui­stiche del Manzoni: l’esigenza di uno stile che aderisca nella maniera più netta al movimento delle idee, senza oscurità e senza fronzoli, che si snodi dall’impaccio delle “frasi imparate a memoria” e si adegui al tono di una cultura di popolo, e non di scuola o di cenacolo. Certo negli uomini del Caffè e del Conciliatore questa esigenza si ricollega meglio allo spirito di tutta una cultura che vuol rinnovarsi e diventare europea; nel Bonghi e nei manzoniani si restringe e rimpiccolisce troppo in un problema di lingua e di vocabolario, di stile e di sintassi. Ciò non toglie che, anche così, la loro polemica non abbia influito con risultati in complesso benefici sul formarsi di una prosa di conversazione e divulgazione, attraverso soprattutto le riviste e i giornali. Il Bonghi stesso, il milanese Gaetano Ne­gri (1838-1902), con i loro scritti storici, filosofici, letterari hanno operato utilmente in questo senso: anche se, nel loro manzonismo sia venuta meno la fede robusta del maestro, la serietà profonda delle sue convinzioni e la sua inquieta novità di atteggiamenti mentali ed artistici, e si continui invece un po’ stancamente lo spirito alquanto chiuso e timido della scuola moderata e del conservatorismo politico, cui il Manzoni stesso d’altronde s’era venuto sempre più accostando alla vecchiaia. Nel fiorentino Ferdinando Martini[1] (1841-1928), il tipo manzoniano della prosa divulgativa e conversevole, di cronaca e di amabile ragionamento, con una disinvoltura senza paragone più fresca e una facoltà di assimilazione culturale più agile e dut­tile, si applica assai bene all’uso giornalistico, e darà vita nel ’79, col Fanfulla della Domenica, alla prima rassegna letteraria italiana di tipo moderno, ariosa, spigliata, educatissima senza pedanteria, cui seguiranno nell’82 la Domenica letteraria, e via via altri periodici più o meno intonati a quella misura di gusto e di buon senso. Intanto la teoria manzoniana del fiorentinismo linguistico era tenuta viva, insieme con l’ideale di una letteratura viva e realistica, dal fedelissimo Luigi Morandi (1844-1922), letterato e grammatico, ammiratore e editore del Belli; e anche, con più salda preparazione filologica e glottologica, da Fran­cesco D’Ovidio (1849-1925), nei suoi saggi sulla lingua e le correzioni dei Promessi sposi e nelle altre sue prose critiche; e tradotta in termini spiccioli per il gran pubblico nell’Idioma gentile (1905) del De Amicis»[2].

 

***NOTE AL TESTO***

[1] Ferdinando Martini non fu solamente scrittore, giornalista e professore alla normale di Pisa, ma anche una figura importante della vita politica dell’Italia postunitaria: fu eletto al Parlamento italiano nel 1876 e conservò questa carica per quarantatré anni. Fu Ministro dell’Istruzione Pubblica nel 1892-93, primo governatore dell’Eritrea dal 1897 al 1907, poi Ministro delle Colonie nel 1914-16. Nel 1923 fu nominato Senatore del Regno. [N.d.R.]

[2] Sapegno Natalino, Compendio di storia della letteratura italiana, Vol. III, La Nuova Italia, Firenze, 1980, pag. 287‑290.

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