FRANCESCO DE SANCTIS

1) LINEA BIOGRAFICA – 2) DE SANCTIS CRITICO E SCRITTORE – 3) L’«ARTE COME FORMA» NEL PENSIERO ESTETICO DI FRANCESCO DE SANCTIS – 4) SAGGI E STUDI – 5) LA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA – 6) SCRITTI AUTOBIOGRAFICI

 

La Storia della letteratura italiana

Pubblicata a Napoli tra il 1870 e il 1871 e concepita originariamente come strumento didattico per i licei, la Storia della letteratura italiana rappresenta il vertice assoluto dell’opera critica di Francesco De Sanctis e uno dei testi fondativi della moderna storiografia letteraria italiana. Lontana dall’essere un semplice manuale scolastico, essa si configura come una sintesi alta e complessa, in cui confluiscono, in modo organico, l’attitudine dello storico, la sensibilità del critico e la vocazione etico-civile dell’intellettuale risorgimentale. La Storia costituisce così un punto di equilibrio raro tra ricostruzione storica e interpretazione estetica, tra analisi delle opere e visione complessiva dei processi culturali.

Già in precedenti riflessioni teoriche, maturate anche in dialogo con le Lezioni di Luigi Settembrini, De Sanctis aveva chiarito che una vera storia della letteratura non può limitarsi a una successione cronologica di autori e testi. Essa deve invece fondarsi su una filosofia dell’arte consapevole, su una conoscenza rigorosa della storia nazionale – intesa come intreccio di idee, passioni, costumi, caratteri e tensioni morali – e su una ricostruzione parallela della lingua, delle forme espressive e della tradizione critica. A ciò si aggiunge la necessità di studi parziali e monografici, capaci di illuminare le singole epoche e le individualità artistiche nella loro irriducibile complessità. Questo ambizioso programma metodologico definisce con chiarezza l’orizzonte entro cui si colloca la Storia e ne spiega l’eccezionale ampiezza di prospettiva.

Quando De Sanctis intraprende la stesura dell’opera, egli è pienamente consapevole di trovarsi di fronte al momento conclusivo del proprio itinerario intellettuale. La dichiarazione di possedere «immensi materiali» va intesa non solo in senso quantitativo, ma soprattutto qualitativo: la Storia nasce infatti come il risultato di una vita interamente dedicata allo studio della letteratura italiana, dalle origini medievali fino alla modernità. Essa raccoglie e rielabora decenni di ricerche su autori cardine (come Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni), ma li inserisce all’interno di un disegno unitario, governato da una forte coscienza storica.

Determinante è anche la lunga riflessione teorica sull’arte e sull’espressione poetica, che consente a De Sanctis di superare i limiti delle precedenti storie letterarie, spesso segnate da un’erudizione sterile o da un’estetica implicita e incoerente. A questa base teorica si affiancano gli studi linguistici e grammaticali compiuti in giovinezza, che forniscono al critico una solida competenza filologica, e soprattutto l’esperienza esistenziale e politica: il patriottismo militante, l’esilio, la partecipazione diretta alla vita pubblica e istituzionale conferiscono alla sua visione della letteratura una profondità umana e morale rara, facendo della Storia anche un’opera di meditazione civile.

Da tale complessa preparazione scaturisce un’idea di letteratura intesa non come semplice produzione artistica, ma come espressione complessiva di una civiltà. La Storia della letteratura italiana rifiuta, dunque, una concezione riduttiva, limitata ai soli poeti e narratori, e si apre a un orizzonte più ampio, includendo figure che incarnano momenti decisivi dello sviluppo spirituale della nazione, come Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Giambattista Vico. In tal modo, la letteratura viene interpretata come luogo privilegiato di sintesi tra pensiero, immaginazione, sensibilità morale e tensione storica.

L’attenzione costante al mondo interiore degli autori – alle loro passioni, ai conflitti, alla visione della vita che anima le opere – non impedisce a De Sanctis di tracciare una linea evolutiva coerente, individuando momenti di crisi, di progresso e di rinnovamento. La storia letteraria diviene così racconto dinamico, in cui le forme artistiche si trasformano in rapporto ai mutamenti della coscienza storica e civile.

A distanza di oltre un secolo, è possibile riconoscere anche i limiti dell’opera: alcune sintesi appaiono inevitabilmente affrettate, l’equilibrio complessivo non è sempre uniforme e certi giudizi risentono di un moralismo accentuato o dell’applicazione rigida di schemi storiografici che conducono, in casi specifici, a valutazioni oggi superate o contraddittorie rispetto ad altre posizioni dello stesso autore, come nel noto giudizio su Ludovico Ariosto. A tale proposito va detto – e si perdoni la digressione – che, all’interno della Storia, Ariosto viene interpretato prevalentemente come il poeta dell’armonia formale, dell’equilibrio e della misura, autore di un mondo poetico elegantemente costruito ma sostanzialmente privo di una profonda tensione morale e storica. L’Orlando furioso appare, in questa prospettiva, come l’espressione di una civiltà raffinata e cortigiana, incline al gioco dell’immaginazione e dell’ironia, ma incapace di confrontarsi seriamente con i grandi conflitti spirituali e civili. Ne deriva un giudizio che, pur riconoscendo la perfezione stilistica dell’opera, ne ridimensiona il valore umano, considerandola in certa misura evasiva e “oziosa”.

La contraddizione nasce, quindi, dal fatto che tale valutazione entra in tensione con i presupposti fondamentali della poetica desanctisiana. In più punti della Storia, infatti, De Sanctis afferma che la grande poesia non coincide necessariamente con l’impegno diretto o con l’esplicitazione di un contenuto morale, ma si realizza quando forma e vita interiore raggiungono una piena e organica unità. Ora, proprio questa perfetta fusione di forma e immaginazione costituisce uno degli aspetti più evidenti dell’arte ariostesca: il mondo del Furioso non è un semplice gioco superficiale, ma un universo coerente, governato da un’ironia superiore che riflette una visione disincantata e profondamente moderna della realtà. Inoltre, De Sanctis tende altrove a valorizzare la capacità della letteratura di esprimere una coscienza storica, anche quando essa non si traduce in conflitto drammatico o in tensione tragica. Tuttavia, nel caso di Ariosto, egli sembra applicare un criterio più rigido, legando il valore dell’opera alla presenza di un pathos morale esplicito o di una problematicità esistenziale evidente. Questo porta il critico a non riconoscere pienamente la dimensione storica del Furioso, che rappresenta invece – come la critica successiva ha ampiamente mostrato – una risposta sofisticata e ironica alla crisi dei valori cavallereschi e alla complessità del mondo rinascimentale.

La contraddizione è dunque duplice: da un lato, De Sanctis celebra in teoria una concezione dell’arte come espressione integrale della vita spirituale; dall’altro, nel giudizio su Ariosto, riduce tale vita spirituale a una dimensione prevalentemente etico‑moralistica, svalutando una forma di poesia che esprime la propria serietà non attraverso il conflitto, ma attraverso la distanza ironica, la leggerezza e l’equilibrio. In questo senso, il giudizio appare non solo limitato, ma anche in contrasto con le stesse conclusioni cui De Sanctis giunge quando analizza altri autori, nei quali riconosce come pienamente legittime modalità espressive diverse dal dramma e dalla tragedia.

Tutto ciò che sin qui si è detto per quanto riguarda l’Ariosto – ma che si può riscontrare anche in certi giudizi su altri scrittori ­– cioè l’incoerenza tra i criteri teorici proclamati e la loro applicazione concreta, non intacca, tuttavia, la grandezza complessiva dell’opera del critico irpino, che resta un punto di riferimento imprescindibile. Infatti, anche laddove il critico non convince pienamente, lo scrittore continua a esercitare una forte attrazione. De Sanctis possiede (come s’è detto) una straordinaria capacità di animare il discorso critico, grazie a uno stile vivo, immaginativo, vicino al parlato, ma sempre rigoroso nella sostanza. Egli rifugge l’affettazione e il tecnicismo sterile, concentrandosi sull’essenziale, con l’occhio costantemente rivolto alla serietà umana ed etica dell’esperienza letteraria. Da qui la sua polemica contro la letteratura oziosa, contro l’accademismo vuoto e l’aridità spirituale, e la sua esaltazione di una letteratura “popolare”, intesa non in senso banalmente divulgativo, ma come espressione autentica di una vita morale intensa e sincera.

La matrice romantica del suo pensiero emerge nella fiducia attribuita al popolo come giudice ultimo della poesia, ma essa si coniuga con una forte inclinazione realistica e con una fede profonda nel progresso umano. De Sanctis guarda con attenzione al sorgere delle scienze e delle attività laiche, coglie l’importanza delle nuove questioni sociali e intravede la necessità di una libertà civile che non sia mai disgiunta dalla giustizia. In questa sintesi di estetica, storia e impegno morale risiede la perdurante attualità della Storia della letteratura italiana, opera che continua a parlare non solo agli studiosi, ma a chiunque concepisca la letteratura come forma essenziale della coscienza storica di una nazione.

Il lungo e progressivo cammino di definizione della storiografia letteraria giungeva così a compimento con l’opera di Francesco De Sanctis, offrendo finalmente all’Italia «dopo secoli di faticose ricerche, smarrimenti e riprese, un’autentica storia della letteratura, una storia cioè in cui la letteratura era studiata nel suo autonomo valore e insieme nel suo neces­sario legame con tutta la vita e la cultura che si riflettevano e assorbivano in essa, analizzata con un’intelligenza e un sentimento dell’arte altissimi, e infine narrata in una prosa altamente suggestiva, nella quale si consustanziano in una mirabile armonia i toni pacati e vigorosi del pensatore, l’arguta sanità del moralista, gli ac­centi fervidi del politico e del maestro»[1].

***NOTE AL TESTO***

[1] (Getto Giovanni, Storia delle storie letterarie, Bompiani, Milano, 1946, pag. 282).

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