1) LINEA BIOGRAFICA – 2) DE SANCTIS CRITICO E SCRITTORE – 3) L’«ARTE COME FORMA» NEL PENSIERO ESTETICO DI FRANCESCO DE SANCTIS – 4) SAGGI E STUDI – 5) LA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA – 6) SCRITTI AUTOBIOGRAFICI
Scritti autobiografici
Accanto alla vastissima produzione critica e storiografica, Francesco De Sanctis ha lasciato anche pagine autobiografiche di straordinario valore letterario, che ne rivelano una notevole vocazione narrativa. Dopo i tentativi giovanili in versi – come il carme La prigione – e l’infelice prova teatrale del Torquato Tasso, De Sanctis trova infatti nella scrittura autobiografica una forma espressiva più congeniale, capace di coniugare memoria personale, osservazione del reale e riflessione morale. In questi testi egli si colloca significativamente entro l’orizzonte del verismo italiano, partecipando alla riscoperta del “piccolo mondo” provinciale e contribuendo alla valorizzazione di un ambito della vita nazionale fino ad allora marginale o trascurato.
A questo filone appartiene innanzitutto il Viaggio elettorale, nato da un episodio concreto della vita politica di De Sanctis. Durante la campagna elettorale del 1874, il critico intraprese un faticoso itinerario di propaganda nei centri della sua circoscrizione, nel contesto di elezioni suppletive (il cosiddetto ballottaggio), per contrastare un avversario particolarmente abile e combattivo. Una volta vinta la competizione, De Sanctis rielaborò l’esperienza in quattordici lettere, pubblicate nel 1875 sulla Gazzetta di Torino e successivamente raccolte in volume. Il racconto è caratterizzato da un tono distaccato e spesso ironico, talvolta rivolto contro lo stesso autore, che osserva con lucida autoanalisi il proprio ruolo di uomo politico e di intellettuale impegnato.
La scrittura del Viaggio elettorale risente tuttavia della prossimità temporale agli eventi narrati: l’esperienza non è ancora completamente sedimentata, e ciò spiega la struttura diaristica dell’opera, che alterna pagine di grande vivacità descrittiva e finezza psicologica ad altre meno incisive, talora segnate da un’eccessiva indulgenza sentimentale. Non mancano momenti di facile commozione – sia dell’autore sia del pubblico che lo acclama – che attenuano in parte la tensione critica del testo, pur senza comprometterne il valore complessivo come documento umano e politico dell’Italia postunitaria.
Di natura profondamente diversa sono invece le Memorie (che hanno sempre per oggetto materiale autobiografico), dettate da De Sanctis dopo il 1881, quando, ormai anziano e quasi cieco, si era ritirato dalla vita politica attiva. Il testo, composto di ventotto capitoli, ripercorre all’incirca i primi venticinque anni della sua esistenza e fu pubblicato postumo con il titolo La giovinezza, attribuitogli dal suo discepolo Pasquale Villari. Si tratta, in senso stretto, di un frammento autobiografico, ma non di un’opera frammentaria: la materia narrativa appare infatti omogenea, compatta e saldamente organizzata intorno a un nucleo tematico unitario.
Il filo conduttore dell’opera è la rievocazione degli anni della formazione intellettuale, restituiti con una freschezza e una naturalezza sorprendenti. La memoria, ormai distante nel tempo, contempla gli eventi con serenità e misura, evitando tanto l’enfasi quanto il risentimento. La lingua è sobria, concreta, vivace, fedele a quello stile «tutto cose» che caratterizza il miglior De Sanctis e che qui trova una delle sue espressioni più felici. I capitoli sono dedicati agli autori letti, ai libri studiati, alle prime esperienze di insegnamento, ai maestri che ne orientarono la crescita culturale – dall’abate Garzia, all’abate Fazzini, fino a Basilio Puoti – e agli allievi più cari, come Luigi La Vista, morto giovanissimo sulle barricate del 1848.
Accanto al racconto della formazione intellettuale e civile, non mancano pagine di intensa suggestione dedicate alla sfera affettiva e familiare. In particolare, il ricordo della sorella assume un rilievo emotivo profondo e si traduce in momenti di alta qualità narrativa, nei quali la rievocazione privata si intreccia con una riflessione più ampia sulla dimensione umana dell’esperienza. In La giovinezza l’autobiografia si eleva così a testimonianza esemplare di un itinerario spirituale e culturale, offrendo non solo il ritratto di un individuo, ma anche l’immagine di un’intera generazione di intellettuali impegnati nella costruzione morale e civile dell’Italia moderna.
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