LA POESIA SENTIMENTALE

1) LA POESIA SENTIMENTALE – 2) GIOVANNI PRATI – 3) ALEARDO ALEARDI

 

Giovanni Prati

La figura di Giovanni Prati si inscrive pienamente entro quell’orizzonte culturale e psicologico che si suole definire, non senza qualche semplificazione, “romantico”: una vita segnata da irrequietezza, mobilità geografica, tensione affettiva e partecipazione, seppur non sempre coerente, alle istanze patriottiche del Risorgimento. Nato nel 1814 a Campomaggiore, nel Trentino allora soggetto all’Impero asburgico, Prati intraprese studi giuridici presso l’Università di Padova, senza tuttavia portarli a compimento; assai precoce fu invece il suo esordio letterario, che gli procurò fin da subito un ampio consenso di pubblico e una notorietà non comune nel panorama poetico italiano del tempo.

Dotato di una personalità brillante e di un temperamento incline alla mondanità, Prati si impose come figura carismatica negli ambienti culturali della penisola. Il suo percorso biografico fu caratterizzato da una notevole mobilità: soggiornò a Milano, a Torino – dove gli fu affidata la composizione di un inno marziale – e nuovamente a Padova, città nella quale subì l’arresto e l’esilio da parte delle autorità austriache. Stabilitosi poi a Firenze, entrò in contrasto con Francesco Domenico Guerrazzi, episodio che gli costò un ulteriore allontanamento per divergenze ideologiche. Dopo l’Unità d’Italia si trasferì a Roma, dove intraprese una carriera istituzionale che culminò nella nomina a senatore nel 1876. Significativo, in questa fase, il rifiuto della cattedra di letteratura presso l’Università di Bologna, incarico che fu poi assegnato a Giosuè Carducci. Prati morì nel 1884, ormai figura in parte eclissata, ma dopo aver goduto di una popolarità straordinaria, oggi difficilmente immaginabile.

L’opera di Prati si distingue per ampiezza e varietà: egli si cimentò in molteplici generi – dalla ballata di ascendenza popolare alla novella in versi, dalla lirica breve al poema narrativo – offrendo una sorta di repertorio pressoché completo dei temi e dei moduli espressivi del Romanticismo sentimentale italiano. Tra le sue opere, come si è detto, spicca per fortuna editoriale e incidenza culturale Edmengarda, poemetto che gli assicurò una fama immediata e duratura. Il testo, ispirato a un episodio di cronaca contemporanea – l’adulterio di Edgarde, sorella del patriota veneziano Daniele Manin – si configura come una narrazione intensamente patetica, dominata da passioni esasperate e da una marcata inclinazione al sentimentalismo. In esso si riflettono le esigenze di una generazione che non si riconosceva più nei modelli etico‑religiosi e nella compostezza stilistica di Alessandro Manzoni, percepiti ormai come distanti da una sensibilità più inquieta e individualistica.

Anche nei poemi successivi – Rodolfo (1853), Satana e le Grazie (1855), Ariberto (1860), Armando (1864-68) – emergono con chiarezza i tratti distintivi della poetica pratiana, pur all’interno di strutture narrative spesso deboli e disorganiche. Centrale è la rappresentazione di un soggetto lirico segnato da fragilità e passività: i protagonisti delle sue opere sono figure deboli, incapaci di opporsi efficacemente alle pressioni della realtà sociale, inclini piuttosto al ripiegamento interiore, al vittimismo e all’autocommiserazione. In tal senso, l’individualismo romantico, che in altre esperienze europee si traduceva in tensione eroica o in conflitto tragico, in Prati tende a dissolversi in una dimensione elegiaca e lamentosa.

Particolarmente significativa è, a questo riguardo, la dichiarazione contenuta in Armando – «Ho notato una malattia mortale e scrissi un libro» – che rivela la volontà di rappresentare una condizione esistenziale patologica, segnata da una sorta di indeterminatezza psicologica. I personaggi pratiani, infatti, non solo appaiono incapaci di agire, ma spesso non comprendono neppure le cause del proprio disagio: il loro mondo interiore si configura come vago, sfumato, privo di una chiara definizione concettuale, e tale indeterminatezza si riflette inevitabilmente sul piano espressivo, dando luogo a una liricità talora generica e priva di incisività.

Se nella poesia di Prati sopravvive un residuo di spiritualità cristiana di matrice romantica, esso risulta tuttavia lontanissimo dalla solida visione etico-religiosa di Alessandro Manzoni, nella quale la fede si coniuga con una profonda fiducia nella razionalità e nella realtà storica. Analogamente, anche l’ispirazione patriottica pratiana appare indebolita e priva di autentica tensione civile, distante tanto dall’enfasi energica di Giovanni Berchet quanto dalla meditata profondità della lirica manzoniana.

Nonostante tali limiti, è innegabile che Prati fosse dotato di una sensibilità acuta e di una notevole facilità espressiva, qualità che tuttavia non si accompagnano a quella capacità di elaborazione formale e di rigore strutturale che caratterizza la grande poesia. Nelle raccolte tarde, in particolare Psiche (1876) e Iside (1878), si osserva tuttavia un’evoluzione significativa: il linguaggio si fa più controllato, la forma più curata, e emerge un rinnovato interesse per la tradizione letteraria, che si traduce in una sorta di classicismo moderato. Questo orientamento contribuì a rendere Prati non del tutto estraneo nemmeno al gusto di un classicista rigoroso come Giosuè Carducci, pur spesso critico nei confronti del sentimentalismo romantico.

In definitiva, Giovanni Prati deve essere considerato una figura secondaria nel canone della letteratura italiana, ma non priva di rilievo storico. Alcuni aspetti della sua poetica – in particolare il culto della forma, l’attenzione alla purezza espressiva e una certa eleganza distaccata – hanno indotto parte della critica a parlare di un suo “parnassianesimo” ante litteram («dove gli venne fatto di trovare le sue note più limpide ed eleganti: Canto d’Igea; Incantesimo»[1]). In questa prospettiva, Prati può essere interpretato come una figura di transizione, un trait d’union tra la tensione verso una poesia pura già presente in Giacomo Leopardi e le successive esperienze decadenti, delle quali anticipa alcuni motivi, soprattutto sul piano della sensibilità.

La sua opera, pur nei suoi limiti, si rivela inoltre ricca di spunti e intuizioni che troveranno sviluppo in autori successivi. Non è privo di interesse, ad esempio, individuare alcune consonanze con certe zone meno celebrate della produzione di Giosuè Carducci: il senso di stanchezza intellettuale, il “tarlo del pensiero”, il desiderio indefinito di amori ignoti o di una bellezza perduta costituiscono elementi che avvicinano, in modo forse inatteso, il classicismo carducciano a quella sensibilità inquieta e sfumata che caratterizza la poesia pratiana, al di là delle esplicite prese di distanza polemiche.

***** NOTE AL TESTO*****

[1] Sapegno Natalino, Compendio di storia della letteratura italiana, Vol. III, La Nuova Italia, Firenze, 1980, pag. 116.

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