LA POESIA SENTIMENTALE

1) LA POESIA SENTIMENTALE – 2) GIOVANNI PRATI – 3) ALEARDO ALEARDI

 

Aleardo Aleardi

Rispetto alla figura di Giovanni Prati, la personalità letteraria di Aleardo Aleardi si distingue per una più solida consistenza lirica e per una maggiore capacità di resistenza al vaglio della storia letteraria. Pur inserendosi nella medesima temperie del Romanticismo sentimentale, Aleardi manifesta una più autentica interiorizzazione dell’esperienza poetica, che si traduce in esiti talora più persuasivi sul piano espressivo, benché non privi di limiti strutturali.

Nato a Verona nel 1812, Aleardi compì nella città natale gli studi giuridici, conseguendo la laurea in legge; tuttavia, l’impossibilità di esercitare la professione forense, a causa dell’opposizione delle autorità austriache, lo indirizzò precocemente verso l’attività letteraria e politica. La sua biografia si intreccia strettamente con le vicende del Risorgimento: nel 1848 partecipò attivamente alla difesa di Venezia, assumendo incarichi di rilievo e venendo persino inviato a Parigi con funzioni diplomatiche, nel tentativo di ottenere il riconoscimento internazionale del governo rivoluzionario. Negli anni successivi fu più volte perseguitato dagli Austriaci: arrestato a Mantova nel 1852 con l’accusa di cospirazione, fu inizialmente incarcerato e poi graziato; nel 1859 subì una nuova detenzione nel carcere di Josephstadt, in Boemia. Liberato nel 1860, intraprese una carriera accademica come docente di estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Dopo l’Unità d’Italia fu eletto deputato e successivamente senatore, chiudendo la propria esistenza a Verona nel 1878.

La famosa definizione tracciata da Benedetto Croce — «un cuore nobile, un’anima tenera, bisognosa di amore, aperta al dolore, sensibilissima, un poeta di bontà e malinconia»[1] — individua con precisione il nucleo essenziale della sua ispirazione. Aleardi appare infatti estraneo alle grandi costruzioni epico-narrative, nelle quali pure si cimentò, come nel giovanile Arnalda di Roca (1844), rivelando tuttavia limiti evidenti sul piano della tenuta strutturale e della coerenza compositiva. La sua vocazione più genuina si indirizza piuttosto verso una lirica di tono dimesso e confidenziale, fondata su un dialogo intimo e quasi sommesso, che privilegia la sfumatura emotiva rispetto all’enfasi declamatoria.

La vocazione più autentica di Aleardi si esprime invece in una lirica raccolta e intimistica, caratterizzata da un tono dimesso e da una comunicazione quasi sussurrata. In tal senso, le Lettere a Maria (1846) rappresentano uno dei momenti più felici della sua produzione: qui la forma epistolare favorisce una maggiore aderenza al vissuto emotivo e consente lo sviluppo di una scrittura frammentaria ma stimolante. In queste pagine emergono schegge e passi di notevole fascino, caratterizzate da una sensibilità delicata e da una tonalità elegiaca che anticipa, per certi aspetti, la poetica di Giovanni Pascoli e, più in generale, quella dei poeti crepuscolari, soprattutto per quanto riguarda l’attenzione ai moti minimi dell’animo e al valore evocativo delle atmosfere.

Tra le opere più note si collocano inoltre Monte Circello e Le antiche città italiane marinare e commercianti (entrambe composte nel 1856), nelle quali emerge la qualità, frequentemente riconosciuta ad Aleardi, di “poeta-pittore”. La sua capacità descrittiva si manifesta soprattutto nella rappresentazione del paesaggio, che assume una funzione fortemente evocativa e simbolica. Gli scorci delle paludi Pontine, con i mietitori minacciati dalla malaria, o i paesaggi della campagna romana, con le loro atmosfere desolate e malinconiche, animati dalla presenza primitiva e selvaggia di bufali e di cavalli bradi, costituiscono esempi significativi di questa sensibilità figurativa. Tuttavia, tali esiti risultano spesso isolati all’interno delle composizioni, talora compromesse da passaggi artificiosi, discontinuità tonali o cadute stilistiche che ne indeboliscono l’efficacia complessiva.

Il successo di Aleardi presso il pubblico ottocentesco fu alimentato dalla sua adesione ai moduli più riconoscibili del gusto romantico: languore sentimentale, accentuazione patetica, tono talora lezioso, unito però a un sincero sentimento patriottico e a un ideale cavalleresco della figura femminile. Tuttavia, questi stessi elementi furono oggetto di una progressiva svalutazione – talvolta anche ironica – da parte della critica successiva, contribuendo al rapido declino della sua reputazione letteraria.

 La critica novecentesca ha ulteriormente ridimensionato la sua figura, pur senza negarne del tutto il valore. Scrive infatti il Sapegno: «La scelta del linguaggio, l’attenzione assegnata ai valori metrici e musicali attestano la bontà della sua disciplina letteraria, maturata sui classici e specialmente sul Foscolo. Senonché le qualità migliori del suo temperamento e della sua arte si esprimono solo frammentariamente, attraverso un velo di vaporoso e languido sentimentalismo, che è quasi l’ombra e la maschera e il fastidioso alone di cui si ricinge la sua vena malinconica e sensibile, e rivela la sua troppo scarsa capacità di reagire al cattivo gusto dell’epoca»[2].

In questa prospettiva, Aleardo Aleardi  appare oggi come un autore non centrale, ma significativo sotto il profilo storico-letterario del Romanticismo italiano: un poeta che, pur incapace di dare vita ad opere grande respiro e spesso condizionato dai moduli letterari più convenzionali della propria epoca, seppe tuttavia esprimere, anche se in forme talora frammentarie, una sensibilità genuina e una vena lirica che, nei momenti più felici, raggiunge esiti di autentica suggestione.

*****NOTE AL TESTO*****

[1] Croce Benedetto, La letteratura della nuova Italia, vol. 1, Laterza, Roma-Bari, 1967, pag. 72.

[2] Sapegno Natalino, ibidem, pag. 117.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL PRIMO OTTOCENTO»

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