I PROTAGONISTI DELLA SCAPIGLIATURA

1) IGINO UGO TARCHETTI – 2) CAMILLO BOITO – 3) GIOVANNI FALDELLA – 4) GIOVANNI CAMERANA – 5) VITTORIO IMBRIANI – 6) CARLO DOSSI

 

Camillo Boito

 

Camillo Boito, fratello maggiore del poeta e musicista Arrigo, nacque a Roma il 30 ottobre 1836, dal pittore Silvestro Boito e dalla contessa polacca Giuseppina Radolinska. La sua formazione fu prevalentemente artistica e architettonica: studiò in Germania, in Polonia e in Italia, a Padova e presso l’Accademia di Venezia, dove nel 1856, ancora giovanissimo, fu nominato professore aggiunto di architettura.

L’insegnamento costituì una parte importante della sua lunga attività professionale. Dal 1860 al 1908 insegnò architettura all’Accademia di Belle Arti di Brera e, dal 1865, fu docente per quarantatré anni presso l’Istituto Tecnico Superiore di Milano. Nel 1888 partecipò inoltre alla fondazione della Scuola Professionale d’Arte Muraria di Milano, confermando il suo interesse non soltanto per la teoria dell’architettura, ma anche per la formazione tecnica e professionale.

Accanto all’attività didattica svolse anche incarichi nella vita pubblica milanese. Nel 1873 fu eletto consigliere comunale e presiedette la commissione incaricata dei lavori di restauro di Palazzo Marino. L’interesse per la conservazione e il restauro del patrimonio architettonico si collegava del resto alla sua più ampia riflessione sul rapporto tra arte, storia e tradizione.

Nel 1862 aveva sposato la cugina Celestina, dalla quale si separò poco tempo dopo. Nel 1887 si risposò con la contessa Madonnina Malaspina dei marchesi di Portogruaro. Morì a Milano il 28 giugno 1914.

Sebbene l’architettura rappresentasse il centro della sua attività professionale e intellettuale, Camillo Boito partecipò anche al movimento della Scapigliatura. La sua produzione narrativa è relativamente limitata e comprende soprattutto Storielle vane, pubblicate a Milano nel 1876, e Senso. Nuove storielle vane, del 1883. A queste si aggiunge il racconto Il maestro di setticlavio, apparso nel 1891 sulla Nuova Antologia.

Pur quantitativamente ridotta, la produzione letteraria di Boito occupa un posto significativo nella narrativa italiana dell’Ottocento. Nei suoi racconti emerge infatti una particolare attenzione per l’analisi psicologica dei personaggi e per le contraddizioni dei loro comportamenti, insieme a una notevole capacità di costruire situazioni narrative nelle quali passione, desiderio e conflitto interiore assumono un ruolo centrale.

Nella narrativa di Boito sono riconoscibili alcuni elementi caratteristici della cultura letteraria del tempo. Vi si possono innanzitutto individuare la componente ironica riconducibile alla tradizione di Laurence Sterne e quella fantastica e macabra che rimanda a Ernst Theodor Amadeus Hoffmann[1]. A differenza di altri scrittori della Scapigliatura, tuttavia, Boito tende generalmente a evitare gli effetti più truculenti e le rappresentazioni apertamente esasperate che ricorrono in parte della narrativa scapigliata.

Anche il gusto per l’osservazione analitica della realtà, talvolta condotta con un atteggiamento apparentemente quasi scientifico, avvicina alcuni suoi racconti alle tendenze naturalistiche. Le sue tranches de vie prendono spesso avvio da situazioni concrete e quotidiane, nelle quali l’autore osserva con attenzione i comportamenti e le reazioni dei personaggi. Un rilievo particolare assume inoltre il tema della donna e della passione amorosa, che costituisce uno dei principali nuclei della sua narrativa.

Il centro della sua ricerca narrativa va però individuato soprattutto nella dimensione estetica. Boito guarda alla bellezza come a un ideale assoluto di armonia, capace di esercitare sui personaggi una forte attrazione e, in alcuni casi, di trasformarsi in una vera e propria ossessione. Questo interesse riguarda soprattutto la figura femminile, ma si estende anche alla musica e alle arti, in evidente rapporto con la formazione dell’autore. La dimensione estetica finisce così per avere un peso maggiore dell’intreccio o della suspense propriamente romanzesca.

Il tema trova una delle sue espressioni più significative in Senso, il racconto più noto della sua produzione, nel quale la passione amorosa si intreccia con desiderio, gelosia e ossessione. La vicenda è narrata in prima persona dalla contessa Livia, che rievoca una relazione clandestina con il tenente austriaco Remigio Ruz, sullo sfondo della Venezia del 1866, durante la guerra tra Italia e Austria. Il rapporto, inizialmente vissuto come una passione travolgente, si trasforma progressivamente in una relazione segnata dall’inganno e dalla degradazione morale. L’interesse di Boito non si concentra quindi soltanto sulla vicenda amorosa, ma soprattutto sulla complessa psicologia della protagonista e sul contrasto tra l’immagine ideale della passione e la realtà concreta dei suoi effetti.

Anche lo stile contribuisce a distinguere Boito dalla parte più esasperata della prosa scapigliata. La sua scrittura tende infatti alla limpidezza e al rigore, con una costruzione narrativa controllata e una particolare attenzione alla precisione della descrizione. La ricerca di un’espressione misurata non esclude tuttavia l’ironia né la rappresentazione di situazioni inquietanti o moralmente ambigue; evita piuttosto quelle forme di eccesso linguistico e tematico che caratterizzano altri autori del movimento.

La sua prosa, proprio per questa combinazione di chiarezza, attenzione psicologica e tensione narrativa, incontrò un largo favore anche presso lettori che si avvicinavano alla letteratura attraverso le sue opere. La relativa facilità della scrittura non deve però farne un autore semplicemente popolare: dietro la limpidezza dello stile si sviluppa infatti una riflessione sul rapporto tra arte, passioni e ideali estetici che costituisce uno degli aspetti più originali della sua narrativa.

Accanto alle opere narrative propriamente dette, Boito pubblicò Le Gite di un artista (Milano, 1884), opera nella quale confluiscono impressioni, osservazioni e riflessioni legate alla sua esperienza di artista e di viaggiatore. Si tratta di un testo che si inserisce nel filone impressionistico della prosa d’arte, destinato a svilupparsi ulteriormente nella letteratura italiana tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e che, secondo una lettura critica, troverà in Ardengo Soffici uno dei suoi continuatori. Le Gite di un artista non appartengono tuttavia alla narrativa in senso stretto e vanno pertanto considerate separatamente dalle Storielle vane e da Senso.

Nel complesso, l’esperienza letteraria di Camillo Boito si distingue quindi per la posizione particolare che occupa all’interno della Scapigliatura. Pur condividendone alcuni motivi – il rifiuto delle convenzioni, l’interesse per le passioni, la crisi dei valori tradizionali e l’apertura verso nuove forme di rappresentazione – Boito li sviluppa attraverso una prosa controllata, prevalentemente orientata all’analisi psicologica e alla dimensione estetica. Proprio la combinazione tra precisione dello stile, attenzione ai conflitti interiori e interesse per le esperienze artistiche rende la sua narrativa una delle espressioni più originali della Scapigliatura.

***NOTE AL TESTO***

[1] Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (Königsberg 1776 – Berlino 1822) fu uno scrittore, musicista e artista tedesco, tra le figure più originali del Romanticismo europeo. La sua narrativa, sospesa tra realtà e immaginazione, è caratterizzata dalla presenza di elementi fantastici, grotteschi e inquietanti, spesso legati ai temi della follia, del doppio, dell’angoscia e dell’irrazionale. Racconti come L’uomo della sabbia e Gli elisir del diavolo ebbero larga influenza sulla successiva letteratura fantastica europea e contribuirono alla diffusione di una sensibilità per il macabro e l’inquietante che trovò eco anche nella narrativa della Scapigliatura italiana.

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