1) IGINO UGO TARCHETTI – 2) CAMILLO BOITO – 3) GIOVANNI FALDELLA – 4) GIOVANNI CAMERANA – 5) VITTORIO IMBRIANI – 6) CARLO DOSSI
Giovanni Faldella
Giovanni Faldella nacque a Saluggia, in provincia di Vercelli, il 26 aprile 1846, da Francesco Faldella, medico e più volte sindaco del paese, e da Benedetta Barberis. Dopo la laurea in giurisprudenza a Torino, esercitò per qualche tempo la professione forense, ma si dedicò presto al giornalismo e alla letteratura. Nel 1869 fondò il Velocipede, rivista politico-letteraria di breve durata, attraverso la quale entrò in contatto con l’ambiente culturale piemontese e lombardo e con gli scrittori legati alla stagione scapigliata. Aveva già frequentato il circolo letterario «Dante Alighieri», maturando così una formazione influenzata dal gusto per la sperimentazione e dall’insofferenza verso le forme letterarie tradizionali.
Dopo la chiusura del Velocipede, Faldella fu chiamato nella magistratura torinese come sostituto procuratore e nel 1871 tornò a Saluggia, dove riprese l’attività forense. Nel 1872 fu eletto nel Consiglio provinciale di Novara, carica che mantenne fino al 1908. Parallelamente continuò l’attività giornalistica: collaborò alla Gazzetta piemontese e nel 1873 seguì l’Esposizione internazionale di Vienna. Le cronache pubblicate sul quotidiano torinese furono raccolte nel 1874 nel volume A Vienna. Gita con il lapis.
Nel 1881 entrò in Parlamento nelle file della Sinistra, sostenendo lo scrutinio di lista e l’ampliamento del suffragio. Le esperienze politiche di quegli anni confluirono nel vivace volume Salita a Montecitorio, caratterizzato da ironia e attenzione per l’ambiente parlamentare. In seguito le sue posizioni divennero progressivamente più moderate e monarchiche. Nominato senatore nel 1896, ridusse l’attività letteraria, dedicandosi soprattutto a scritti di carattere storico e politico. Morì a Saluggia il 24 aprile 1928.
L’attività letteraria di Faldella si sviluppò inizialmente nell’ambito del giornalismo. Il primo libro fu, come s’è accennato, A Vienna. Gita con il lapis (1874), mentre nello stesso anno uscì il primo racconto, Il male dell’arte. La prima vera affermazione presso la critica arrivò con Figurine (1875), raccolta di brevi bozzetti ambientati soprattutto nella provincia vercellese. La brevità dei testi limita l’approfondimento psicologico dei personaggi e favorisce una rappresentazione costruita per episodi e figure esemplari. Le vicende sono generalmente caratterizzate da un fondo ottimistico e da una struttura morale nella quale il bene tende a prevalere sul male. Da qui nasce la fiducia nella possibilità di un miglioramento della società attraverso i comportamenti individuali e la diffusione di modelli positivi, più che attraverso lo scontro rivoluzionario. Questo orientamento costituisce una componente importante della narrativa di Faldella, anche se non mancano eccezioni tragiche, come la vicenda di Speranza nella Madonna di fuoco.
La vera novità delle Figurine, tuttavia, riguarda soprattutto la lingua. Faldella interviene sulla materia narrativa con una scrittura fortemente sperimentale, accogliendo vocaboli dialettali, soprattutto piemontesi, ma anche forme arcaiche, neologismi, onomatopee e invenzioni semantiche. A questi elementi si aggiungono deformazioni della parola e accostamenti inattesi, che conferiscono alla prosa un carattere espressionistico e spesso volutamente eccentrico. La lingua non ha quindi una funzione puramente descrittiva, ma diventa uno strumento autonomo di invenzione e di deformazione della realtà.
Questa ricerca linguistica accompagnerà anche la produzione successiva, dalle novelle Rovine, Degna di morire e La laurea dell’amore (1879) fino ai romanzi più complessi. Nel passaggio dal bozzetto al romanzo, Faldella conserva alcuni elementi della sua impostazione iniziale, ma li inserisce in strutture narrative più articolate, nelle quali acquistano maggiore rilievo il conflitto, la violenza e le tensioni sociali e individuali.
Tra il 1881 e il 1884 apparve la trilogia Un serpe, incentrata sulla drammatica vicenda di Tristano, un individuo nato fuori dal matrimonio e progressivamente emarginato dalla società. La sua ribellione contro l’ambiente che lo circonda degenera in una spirale di delitti e di vendetta, fino alla morte. Il romanzo porta così in primo piano il tema dell’emarginazione e della risposta violenta a una società percepita come ostile.
A Un serpe seguì Una serenata ai morti (1884), mentre tra il 1887 e gli anni successivi si sviluppò la seconda trilogia, Capricci per pianoforte, composta da Tota Nerina (1887), La contessa de Ritz (1891) e Nemesi o Donna Folgore, pubblicato postumo nel 1974. Al centro di queste opere si trova soprattutto la dimensione passionale dei rapporti umani. In particolare, Tota Nerina racconta la relazione tra Nerina e Addano, un amore che conduce progressivamente i due protagonisti verso una profonda degradazione morale.
Una posizione particolare occupa Madonna di fuoco e Madonna di neve, pubblicato nel 1888. Il romanzo racconta la vicenda di due donne dai caratteri opposti, ambientata in un paese di campagna. La Madonna di fuoco, ardente e generosa, si contrappone alla Madonna di neve, fredda e perfida, in una vicenda dominata da tensioni psicologiche e conclusa dalla tragica affermazione di quest’ultima. La realtà provinciale, già presente nelle opere iniziali, assume qui toni più inquietanti e deformati.
L’ultima opera narrativa di Faldella è Sant’Isidoro. Commentari di guerra rustica, pubblicata nel 1909 ma composta molti anni prima. Il romanzo prende spunto da uno sciopero agricolo e dalle lotte contadine della fine dell’Ottocento, affrontando quindi direttamente una materia sociale e politica. La prospettiva con cui questi conflitti vengono rappresentati è però quella del Faldella ormai senatore e conservatore, distante dalle posizioni più progressiste sostenute durante la precedente esperienza parlamentare.
La narrativa di Faldella è quindi caratterizzata dall’incontro tra una componente ideologica ancora legata alla fiducia nel valore della virtù e del miglioramento sociale e una radicale sperimentazione linguistica. Se sul piano dei contenuti permane spesso una visione moralistica della realtà, sul piano espressivo Faldella rompe invece gli schemi della prosa tradizionale, attraverso una lingua inventiva, deformante ed espressionistica. È soprattutto in questa dimensione linguistica che si trova la sua originalità nel panorama letterario della seconda metà dell’Ottocento.
