I PROTAGONISTI DELLA SCAPIGLIATURA

1) IGINO UGO TARCHETTI – 2) CAMILLO BOITO – 3) GIOVANNI FALDELLA – 4) GIOVANNI CAMERANA – 5) VITTORIO IMBRIANI – 6) CARLO DOSSI

 

Carlo Dossi

 

Il suo nome completo era Alberto Carlo Felice Pisani Dossi. Nacque settimino a Zenevredo, nell’Oltrepò Pavese, il 27 marzo 1849, da una famiglia di nobili possidenti terrieri, nei giorni della battaglia di Novara. Trasferitosi a Milano, frequentò dapprima la scuola media e il Liceo Ginnasio Giuseppe Parini, per poi proseguire gli studi presso l’Istituto privato Sant’Ambrogio. Si iscrisse quindi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pavia, ma, tornato a Milano, entrò ben presto nell’ambiente culturale della Scapigliatura e iniziò a pubblicare le sue prime opere narrative, già caratterizzate da una forte originalità stilistica. Il legame con Francesco Crispi, di cui fu anche segretario particolare, lo indirizzò successivamente verso la carriera diplomatica: nel 1873 fu nominato plenipotenziario in Eritrea. Dopo la prima caduta di Crispi, nel 1891, venne inviato come console generale a Bogotà nel 1892 e quindi ad Atene nel 1895, con il rango di ambasciatore. Frattanto, nel 1892, aveva sposato a Roma la facoltosa ereditiera Carlotta Borsani, dalla quale ebbe tre figli. Dopo la morte di Crispi, nel 1901, si ritirò dalla vita politica attiva e trascorse gli ultimi anni dedicandosi agli studi archeologici nella sua casa di Cardina, presso Como. Morì il 16 dicembre 1910.

Precocissimo, Dossi scrisse a diciotto anni il suo primo romanzo, L’altrieri, pubblicato nel 1868. L’opera, di carattere autobiografico, rievoca l’infanzia come esperienza di progressiva scoperta del mondo, osservata attraverso lo sguardo e la psicologia del bambino e costruita attraverso un continuo passaggio dalla meraviglia alla memoria. Il soggetto potrebbe apparentemente ricondursi ai moduli tradizionali del bozzetto memoriale, incline al ricordo e alla contemplazione; Dossi, invece, lo sottopone a una radicale deformazione attraverso uno stile del tutto nuovo, che costituisce una delle più originali reazioni alla tradizione del manierismo manzoniano.

La novità dell’opera non risiede dunque tanto nella materia narrativa quanto nel modo di organizzarla ed esprimerla. Il racconto assume la forma del pastiche, attraverso il quale Dossi aggredisce e altera le armonie linguistiche e sintattiche consolidate dalla tradizione. Per rinnovare il romanzo egli interviene direttamente sui suoi materiali costruttivi e sugli strumenti espressivi, raggiungendo risultati di marcata caratterizzazione espressionistica, spesso orientata verso il grottesco e il satirico più che verso il patetico o il sentimentale.

La sua scrittura affonda le proprie radici nella tradizione lombarda, sia maccheronica sia realistica, ma la sviluppa in una direzione del tutto personale. Dossi costruisce infatti una lingua originale, nella quale confluiscono senza gerarchie dialettismi, gerghi, forestierismi, tecnicismi, arcaismi e giochi semantici, analogici e fonici. Viene così meno ogni distinzione convenzionale tra vocaboli poetici e non poetici, così come ogni principio di rigido purismo linguistico. La parola diventa uno strumento di esaltazione e, soprattutto, di deformazione della realtà: la sua ricerca non investe principalmente i contenuti ideologici, ma gli schemi narrativi e le strutture formali del romanzo, che vengono sottoposti a un radicale sovvertimento.

Questa esperienza, certamente legata anche alla sua sensibilità aristocratica, raggiunge esiti ancora più estremi nei due romanzi successivi, Vita di Alberto Pisani (1870) e La desinenza in A (1878). In essi si accentuano la frammentarietà, la divagazione e la componente grottesca della narrazione, secondo una lezione riconducibile soprattutto all’inglese Laurence Sterne e al tedesco Jean Paul[1].

Ampia è anche la produzione di racconti e bozzetti, dalle Goccie d’inchiostro (1880) agli Amori (1887), dai Ritratti umani. Dal calamaio di un medico (1873) ai Ritratti umani. Campionario (1885). Particolare è inoltre La colonia felice (1874), allegoria sociale fondata sulle teorie rousseauiane del buon selvaggio e della natura come forza rigeneratrice. L’ottimismo di fondo dell’opera, tuttavia, entra in contrasto con la realtà storica contemporanea, nella quale andavano maturando nuove concezioni dei problemi e dei conflitti sociali.

Alla sua produzione appartiene infine un vastissimo insieme di pensieri, osservazioni e riflessioni raccolti nel corso dell’intera vita e confluiti nelle Note azzurre, sorta di zibaldone personale che documenta la varietà dei suoi interessi. A ciò si aggiunge il volume biografico dedicato a Giuseppe Rovani, intitolato appunto Rovaniana.

***NOTE AL TESTO***

[1] Johann Paul Friedrich Richter (Wunsiedel, 1763 – Bayreuth, 1825), noto con lo pseudonimo di Jean Paul, fu uno scrittore tedesco tra Illuminismo e Romanticismo. La sua narrativa è caratterizzata da una forte componente umoristica e grottesca, da frequenti digressioni, divagazioni e accostamenti inattesi di registri e situazioni. Tra le sue opere principali figurano Hesperus (1795), Siebenkäs (1796-1797) e Titan (1800-1803). La sua influenza sulla narrativa dell’Ottocento fu legata soprattutto alla libertà della costruzione narrativa e alla mescolanza di comico, fantastico e sentimentale. In Dossi la sua lezione si riconosce nella narrazione divagante e discontinua, nel gusto per il grottesco e nella tendenza a rompere la linearità e l’ordine tradizionale del racconto.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL SECONDO OTTOCENTO»

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