1) IGINO UGO TARCHETTI – 2) CAMILLO BOITO – 3) GIOVANNI FALDELLA – 4) GIOVANNI CAMERANA – 5) VITTORIO IMBRIANI – 6) CARLO DOSSI
Vittorio Imbriani
Vittorio Imbriani nacque a Napoli il 27 ottobre 1840, da Paolo Emilio Imbriani e da Carlotta Poerio, sorella di Alessandro Poerio (1802‑1848), poeta e patriota napoletano, e di Carlo Poerio (1803‑1867), avvocato, politico e protagonista del movimento liberale napoletano. Per le vicende politiche del padre, la famiglia fu costretta all’esilio in Piemonte. Imbriani studiò a Nizza e a Torino e successivamente a Zurigo, dove fu allievo di Francesco De Sanctis, del quale seguì le lezioni sul Petrarca, poi raccolte nel Saggio critico sul Petrarca. Nel 1859 partecipò come volontario alla guerra d’indipendenza; trasferitosi quindi a Berlino, vi studiò filosofia. Nel 1863 ottenne a Napoli la libera docenza in estetica.
Partecipò nuovamente alle campagne risorgimentali e nel 1866 combatté con Garibaldi a Bezzecca, dove fu fatto prigioniero dagli Austriaci. Tornato a Napoli, diresse per breve tempo il giornale La Patria, assumendo posizioni politiche molto nette, che lo portarono anche a sostenere diversi duelli. Insieme al filosofo Bertrando Spaventa fondò inoltre il Giornale napoletano di filosofia e lettere. Politicamente vicino a posizioni monarchiche e conservatrici, Imbriani mostrò invece, nell’attività di studioso e di scrittore, un’apertura intellettuale assai più ampia. Nel 1877 partecipò senza successo al concorso per la cattedra di letteratura italiana dell’Università di Napoli, rimasta vacante dopo la morte di Luigi Settembrini. Sposatosi nel 1878, ebbe un figlio che morì nel 1881. Nel 1884 fu infine chiamato alla cattedra di letteratura italiana dell’Università di Napoli, ma le condizioni di salute gli impedirono di svolgere regolarmente l’insegnamento. Morì a Napoli il 1° gennaio 1886, per una grave malattia neurologica.
L’attività letteraria di Imbriani si sviluppò soprattutto in due direzioni, la critica e la narrativa, accomunate da una forte originalità di pensiero e di espressione. Come studioso si interessò alla poesia popolare, raccogliendo materiali nei Canti popolari delle province meridionali e nei Canti pomiglianesi. L’interesse per la cultura popolare si inseriva nella tradizione romantica, alla quale dedicò anche uno dei suoi primi studi, Berchet e il romanticismo italiano (1868). Nello stesso anno, con La quinta promotrice, intervenne inoltre nel campo della critica d’arte, elaborando considerazioni sulla tecnica della «macchia», un metodo pittorico sviluppato in Italia dal gruppo dei Macchiaioli intorno al 1855, basato sull’idea che la realtà visiva non sia definita da linee o contorni, ma da un contrasto di macchie di colore e chiaroscuro. La sua attività critica comprende anche scritti polemici, come le Fame usurpate (1877), e gli originali Studi danteschi, nei quali emerge il suo gusto per l’interpretazione personale e per la polemica contro le letture convenzionali.
È tuttavia nella narrativa che l’originalità di Imbriani emerge con maggiore evidenza. La sua prosa si colloca, per alcuni aspetti, accanto alle esperienze più sperimentali della Scapigliatura, e presenta significative affinità con quella di Carlo Dossi e Giovanni Faldella, con eguale impeto, se non superiore, con rancori dissacratori più profondi. Imbriani sottopone la lingua narrativa a una continua deformazione, ma lo fa con una componente polemica particolarmente accentuata. La sua scrittura nasce infatti dal rifiuto delle convenzioni letterarie e sociali e tende a mettere in discussione i luoghi comuni morali, i modelli di comportamento e le forme espressive più consolidate.
Questo atteggiamento si manifesta anche nella costruzione dei personaggi e delle situazioni. Imbriani ricorre spesso al paradosso e alla provocazione, rovesciando le opposizioni morali tradizionali e mettendo in discussione la distinzione convenzionale tra personaggi «buoni» e «cattivi». Il suo moralismo, anziché proporre modelli edificanti, tende così a smascherare le ipocrisie e le contraddizioni nascoste dietro i comportamenti rispettabili. Ne deriva una narrativa nella quale lo scandalo e la dissacrazione diventano strumenti per mettere alla prova le certezze del lettore.
Particolarmente significativa è, in questo senso, la lingua. Nella prosa di Imbriani convivono registri molto diversi: accanto a una lingua colta e letteraria compaiono espressioni popolari, forme dialettali, vocaboli triviali e modi del parlato. Il contrasto fra questi livelli produce effetti comici, parodistici e polemici, ma contribuisce anche a spezzare la continuità della prosa tradizionale. Persino la punteggiatura, spesso fitta e irregolare, partecipa a questa ricerca, interrompendo la fluidità della frase e impedendo alla scrittura di assumere un andamento uniforme e armonico. La deformazione linguistica diventa così parte integrante della rappresentazione e dello stesso atteggiamento anticonvenzionale dell’autore.
La narrativa di Imbriani non è molto ampia, ma comprende testi assai diversi per struttura e tono. Una prima fase è rappresentata dal romanzo Merope IV. Sogni e fantasie di Quattr’Asterischi, ove si descrive un mondo fantastico e grottesco popolato da mostri e caricature, bersaglio di una feroce derisione moralistica. In esso confluiscono anche alcune poesie composte secondo forme metriche non tradizionali (diciamo pure barbare) e precedenti alle analoghe sperimentazioni di Carducci. Nel 1874 apparvero Mastr’Impicca, una sorta di fiaba parodica dai contenuti fortemente monarchici, che gli procurò pure un duello col repubblicano direttore del Popolo d’Italia, e Le tre ragazze, novella caratterizzata da una notevole audacia tematica. Seguirono L’imperatrice (1875) e Ghiribizzi (1876), mentre sempre nel 1876 uscì anche il romanzo breve Dio ne scampi dagli Orsenigo, una delle opere più significative della sua narrativa: è una storia d’amore anomala che rovescia i canoni del romanzo d’appendice e del melodramma ottocentesco, che porta la sua polemica contro le convenzioni sociali e morali all’interno della rappresentazione della famiglia e dei rapporti fra gli individui. Il gusto per la deformazione, l’ironia e il paradosso si unisce qui a una costruzione narrativa più ampia, nella quale la lingua continua a svolgere una funzione essenziale nella caratterizzazione dei personaggi e delle situazioni.
Alla produzione narrativa appartengono infine la Novella del Vivicomburio (1877) e Per questo Cristo ebbi a farmi turco (1883), testi nei quali si accentuano la componente fantastica, la provocazione e il gusto per il rovesciamento dei valori convenzionali. L’opera di Imbriani rimase così estranea sia alla narrativa realistica tradizionale sia alle forme più direttamente documentarie del Naturalismo e del Verismo, distinguendosi per l’originalità della sua prosa, fondata sulla deformazione ironica della realtà, sull’invenzione linguistica, sul rifiuto delle convenzioni letterarie e morali e sul continuo confronto polemico con la tradizione.
