1) IGINO UGO TARCHETTI – 2) CAMILLO BOITO – 3) GIOVANNI FALDELLA – 4) GIOVANNI CAMERANA – 5) VITTORIO IMBRIANI – 6) CARLO DOSSI
Igino Ugo Tarchetti
Igino Ugo Tarchetti nacque a San Salvatore Monferrato, in provincia di Alessandria, il 29 giugno 1839, quinto di otto fratelli, in una famiglia di condizioni agiate. Dopo gli studi classici compiuti a Casale e a Valenza, si arruolò nell’esercito e partecipò alle campagne militari per la repressione del brigantaggio nell’Italia meridionale. La vita militare, che avrebbe avuto un peso significativo nella sua produzione narrativa, entrò progressivamente in contrasto con la sua inquieta sensibilità e con un atteggiamento sempre più critico nei confronti dell’istituzione militare.
Nel 1863, durante il periodo trascorso a Varese, Tarchetti ebbe una relazione sentimentale con Carlotta Ponti, documentata dalle lettere del suo epistolario. L’anno successivo, trasferitosi a Milano anche per ragioni di salute, entrò in contatto con gli ambienti della Scapigliatura, trovandovi un ambiente particolarmente congeniale alla propria insofferenza verso i valori e le convenzioni della società borghese. Nel 1865 pubblicò sulla Rivista minima sia Idee minime sul romanzo, scritto nel quale esponeva alcune delle proprie concezioni sulla narrativa, sia il primo romanzo, Paolina. Mistero del Coperto dei Figini.
Nello stesso periodo maturarono esperienze destinate a confluire, trasformate letterariamente, nel suo ultimo romanzo. Nel novembre 1865, mentre si trovava a Parma per ragioni di servizio, Tarchetti conobbe una donna chiamata Carolina, parente di un suo superiore, affetta da epilessia e gravemente malata. La sua figura, segnata dalla malattia e lontana dai consueti canoni della bellezza, colpì profondamente lo scrittore e avrebbe costituito il principale modello reale della Fosca del romanzo omonimo. Poco dopo Tarchetti abbandonò definitivamente la carriera militare, anche in seguito a un episodio disciplinare provocato da una lettera insolente indirizzata a un generale, e si stabilì a Milano. Qui, negli ultimi anni della sua breve vita, frequentò gli ambienti culturali cittadini e si dedicò con grande intensità alla scrittura, collaborando a giornali e riviste e componendo romanzi, racconti, poesie e articoli. Afflitto dalla tisi, morì a Milano il 25 marzo 1869, a soli ventinove anni, per una febbre tifoide.
Tarchetti costituisce una delle figure più rappresentative della Scapigliatura, soprattutto per la varietà e l’irrequietezza della sua ricerca narrativa. La sua opera, infatti, attraversa generi e temi diversi, dalla denuncia sociale alla polemica antimilitarista, dal racconto fantastico all’indagine delle forme patologiche dell’amore e della sessualità. Questa “polivalenza” contribuisce a fare della sua produzione una testimonianza particolarmente significativa della cultura scapigliata e della sua insofferenza nei confronti delle convenzioni letterarie e sociali del tempo.
Il primo romanzo, Paolina. Mistero del Coperto dei Figini, pubblicato nel 1865, racconta la vicenda di due giovani operai nella Milano degli anni Sessanta, legati da un amore che viene progressivamente travolto da una serie di eventi drammatici, fino alla morte della protagonista. Alla vicenda sentimentale si intreccia anche il motivo dell’incesto, secondo una predilezione per le situazioni estreme e patologiche che diverrà caratteristica della narrativa di Tarchetti. Il romanzo unisce così alla denuncia delle condizioni del proletariato urbano lo sdegno per una società borghese considerata responsabile di profonde ingiustizie e rigidamente fondata sulle proprie convenzioni. L’intento polemico e sociale finisce tuttavia per prevalere sulla costruzione narrativa, e l’opera passò quasi inosservata presso il pubblico.
Più direttamente legato all’esperienza personale dell’autore è Una nobile follia, pubblicato nel 1867 e violentemente antimilitarista. La polemica contro l’esercito assume particolare rilievo in un momento nel quale l’istituzione militare italiana attraversava una fase di crisi, anche in seguito alle sconfitte di Custoza e di Lissa, avvenute nel 1866 durante la terza guerra d’indipendenza. L’attualità dell’argomento contribuì certamente alla fortuna del romanzo, ma non esaurisce le ragioni dell’interesse che l’opera ha conservato nel tempo.
Il romanzo presenta infatti una struttura disarmonica e una scrittura spesso incerta e disordinata, coerente con il proposito di dare espressione immediata, senza l’intervento di filtri letterari, ai sentimenti, alle passioni, alle elucubrazioni e alle fantasticherie di una coscienza sconvolta. Il protagonista, un uomo dalla sensibilità esasperata, arriva a rifiutare ogni forma di violenza e di sopraffazione, fino a concepire il progetto di una radicale trasformazione della società. La sua follia nasce anche dall’impossibilità di conciliare questo ideale di una umanità fondata sulla fraternità con la realtà nella quale si trova a vivere, dominata dalla violenza e dalla sopraffazione.
Proprio nella costruzione del romanzo emerge tuttavia uno dei suoi principali limiti. La vicenda del protagonista, che giunge al suicidio perché ha creduto nella possibilità di una migliore umanità, non sempre riesce a fondersi con la requisitoria antimilitaristica, che viene riproposta con frequente enfasi oratoria. La denuncia dell’esercito e della guerra tende così a procedere parallelamente alla storia individuale, senza integrarsi pienamente nella struttura narrativa. Anche Una nobile follia, come Paolina, testimonia dunque le difficoltà di Tarchetti nel dare piena unità artistica a una materia narrativa ricca e inquieta.
Le opere successive segnano invece un passaggio di particolare rilievo nella narrativa italiana dell’Ottocento, perché introducono con maggiore decisione il motivo del fantastico. In questa direzione si collocano Amore nell’arte, i Racconti fantastici, L’innamorato della montagna e Storia di una gamba. Al di là dell’ineguale valore dei singoli testi, queste opere acquistano un significato particolare proprio per l’apertura della narrativa italiana verso quel versante fantastico che aveva trovato larga espressione nella letteratura romantica europea. Il soprannaturale, l’angoscia, l’allucinazione e le esperienze che sfuggono alla spiegazione razionale entrano così in una narrativa nella quale il gusto per l’eccezionale si accompagna all’interesse per le zone più oscure della sensibilità individuale.
Anche Amore nell’arte si colloca in questa prospettiva. In particolare, i racconti Lorenzo Alviati e Bouvard sono costruiti intorno a casi di perversione sessuale e portano all’interno della narrativa italiana una materia fino ad allora poco frequentata. L’interesse di Tarchetti per le forme patologiche del desiderio assume in questo modo anche un significato sociale: attraverso situazioni estreme e disturbanti vengono messi in discussione i comportamenti e le convenzioni della società borghese contemporanea, di cui vengono portate alla luce contraddizioni e aspetti rimossi. La dimensione patologica e quella polemica finiscono così per incontrarsi, secondo una modalità caratteristica della narrativa scapigliata.
Nella stessa direzione si colloca Fosca, l’ultimo romanzo di Tarchetti, rimasto incompiuto[1] e pubblicato postumo nel 1869. Al centro della vicenda è il rapporto fra il giovane ufficiale Giorgio, che ama ed è riamato da Clara, e Fosca, una donna gravemente malata, segnata da una profonda alterazione psichica e da un amore ossessivo per il protagonista. La vicenda, narrata in forma di diario, trae origine dall’esperienza realmente vissuta da Tarchetti negli ultimi anni della sua vita e trasforma il caso personale in una rappresentazione della passione amorosa nella sua dimensione più angosciosa e distruttiva.
Il contrasto fra le due donne è evidente fin dalla loro caratterizzazione e trova una significativa corrispondenza anche nei nomi: Clara richiama la luminosità, la bellezza e una concezione serena dell’amore; Fosca evoca invece l’oscurità, la malattia e una passione che diviene progressivamente distruttiva. Le due figure rappresentano quindi condizioni profondamente antitetiche. Clara rimane tuttavia, nel corso della narrazione, sostanzialmente legata al convenzionale modello della donna bella e desiderabile della narrativa ottocentesca, mentre Fosca acquista una presenza sempre più intensa e inquietante, proprio in virtù della sua diversità fisica e psicologica.
Accanto alle due protagoniste assume inoltre un rilievo particolare la figura del medico, caratterizzato da un atteggiamento materialistico e da un’ironia dissacratoria che investe tanto il fenomeno dell’isteria quanto le convenzioni borghesi relative ai rapporti fra uomo e donna. La sua presenza introduce nella vicenda una prospettiva razionale e quasi sperimentale, che contrasta con la dimensione passionale e patologica nella quale sono coinvolti Giorgio e Fosca.
Con Fosca Tarchetti porta dunque alle estreme conseguenze alcuni dei motivi già presenti nelle opere precedenti: la malattia, l’anormalità, l’erotismo, la crisi delle convenzioni sociali e l’interesse per gli aspetti meno rassicuranti della psicologia. Anche l’incompiutezza dell’opera non ne annulla l’importanza nel quadro della narrativa scapigliata, nella quale Tarchetti rappresenta una delle esperienze più originali per la capacità di avvicinare la narrativa italiana ai temi del fantastico e del patologico e, più in generale, alle inquietudini della cultura europea della seconda metà dell’Ottocento.
***NOTE AL TESTO***
[1] Il romanzo fu portato a termine dall’amico Salvatore Farina (1846-1918), giornalista e scrittore di fama internazionale.
