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Marco Michelini | 14 novembre 2010

[1] Sic est, non muto sentenziam: Fuge multitudinem, fuge paucitatem, fuge etiam unum; non habeo cum quo te velim communicatum. Et vide quod iudicium meum habeas: audeo credere te tibi. Crates ut aiunt, auditor huius ipsius Stilbonis cuium feci mentionem priori epistula, cum vidisset adulescentulum ambulantem secreto, interrogavit quid faceret illic solus. Inquit «Loquor mecum». Cui Crates inquit «cave, rogo, et diligenter attende: loqueris cum homine malo».

[2] Solemus custodire timentem que lugentem, ne utatur male solitudine. Nemo est ex imprudentibus qui debeat relinqui sibi: tunc agitant mala consilia, tunc struunt aut aliis aut ipsis pericula futura, tunc ordinant cupiditates improbas; tunc animus expromit quicquid celabat aut metu aut pudore; tunc acuit audaciam, inritat libidinem, instigat iracundiam. Denique unum commodum quod solitudo habet, committere nihil ulli, non timere indicem, perit stulto: ipse se prodit. Itaque vide quid sperem de te, immo quid spondeam mihi (enim spes est nomen boni incerti): non invenio, cum quo malim te esse quam tecum.

[3] Repeto memoria quam magno animo proieceris quendam verba, plena quanti roboris: protinus gratulatus sum mihi et dixi «ista non venerunt a summis labris, hac voces habent fundamentum, iste homo non est uno e populo, spectat ad salutem».

[4] Sic loquere, sic vive, ne ulla res deprimat. Licet facias diis gratiam torum veterum votorum, suscipe alia de integro: roga bonam mentem, bonam valitudinem animi, deinde tunc corporis. Quidni facias tu saepe ista vota? Roga audacter deum: nihil es rogaturus illum de alieno.

[5] Sed ut mittam epistulam cum aliquo munuscolo more meo, est verum quod inveni apud Athenodorum «scito te esse solutum omnibus cupiditatibus tunc cum perveneris eo ut roges nihil deum nisi quod possis rogare palam». Nunc enim quantam est dementia hominum! Insusurrant diis vota turpissima; si quis admoverit aurem conticiscent, et narrant deo quod nolunt hominem scire. Ergo vide ne hoc possit praecipi salubriter: sic vive cum hominibus tamquam deus videat, sic loquere cum deo tamquam homines audiant. Vale.

 

 

 

È così, non muto opinione: evita la folla, evita i pochi, evita anche il singolo; non conosco nessuno col quale ti vorrei in comunione d’animo. E nota quanta stima ho di te: oso affidarti a te stesso. Dicono che Cratete, discepolo proprio di quello Stilbone, del quale ho fatto menzione nella precedente lettera, vedendo un ragazzo che passeggiava in un luogo solitario, domandò cosa facesse lì da solo. Rispose: «parlo con me stesso». E Cratete replicò: «Mi raccomando, fai bene attenzione: stai parlando con un uomo cattivo».

Siamo soliti sorvegliare chi è in preda al dolore ed alla paura, affinché non faccia cattivo uso della solitudine. Nessuno che non sia saggio deve essere lasciato a se stesso: perché allora rimugina cattivi pensieri, prepara pericoli per se stesso o per altri, asseconda turpi passioni; allora l’animo manifesta tutto ciò che nascondeva per paura o per vergogna; aguzza la sua audacia, fomenta la libidine, stimola l’ira. Infine, l’unico vantaggio che dà la solitudine, cioè non confidare nulla ad alcuno, non temere i delatori, è per lo stolto già perduto: egli si tradisce da solo. Vedi, dunque, quali speranze io ripongo in te, anzi quali responsabilità io mi assuma (visto che speranza è il nome con cui indichiamo un bene incerto): non trovo nessuno con il quale preferirei che tu fossi in rapporti piuttosto che con te stesso.

Ricordo con con quale magnanimità hai espresso alcune parole, così piene di forza: me ne sono subito rallegrato con me stesso e dissi, «queste parole non nascono dalla sommità delle labbra, queste parole hanno radice profonda nel cuore; quest’uomo non è uno del volgo, mira alla salvezza dell’anima».

Parla così, vivi così, fa in modo che niente ti avvilisca. Dispensa pure gli dei dall’esaudire i tuoi vecchi voti, formulane altri nuovi: chiedi una mente integra, la salute dell’animo e, solo in seguito, quella del corpo. E perché non dovesti formulare spesso questi voti? Prega Dio audacemente: non gli chiederai nulla che appartenga ad altri.

Ma per mandarti questa lettera con qualche regaluccio, secondo il mio costume, è vero ciò che ho letto in Atenodoro: «sappi che sarai veramente libero da ogni passione, quando sarai giunto al punto da non domandare a Dio nulla che tu non possa chiedere apertamente». E invece quanto è grande la stupidità degli uomini! Bisbigliano agli Dei le preghiere più turpi; se qualcuno avvicina l’orecchio tacciono, e narrano a Dio ciò che non vogliono che gli uomini sappiano. Vedi dunque se questo precetto non possa essere utile: vivi con gli uomini come se Dio ti vedesse, parla con Dio come se gli uomini ti ascoltassero. Stammi Bene.

11 Commenti in “L. A. Seneca: Lettere a Lucilio – X”

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