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Marco Michelini | 29 novembre 2018

Linea Biografica

Leonardo, nacque a Vinci (sobborgo di Firenze) nel 1452 dal notaio Ser Piero d’Antonio di cui non è ricordato il casato. Era il frutto di una relazione illegittima[1], ma nonostante ciò il piccolo Leonardo fu accolto nella casa di famiglia dove venne allevato ed educato con affetto. Nel 1469, in seguito alla morte del nonno, la famiglia si trasferì a Firenze, e qui il padre, spinto dal precoce talento artistico di Leonardo, decise di mandarlo nella bottega del Verrocchio[2], dove imparò, oltreché pittura e scultura, le più varie cognizioni tecniche, meccaniche, idrauliche, secondo quella che era la consuetudine di lavoro delle botteghe d’arte; ma è probabile anche ch’egli si interessasse alla scuola dei Pollaiolo[3], particolarmente per le ricerche anatomiche che vi si conducevano. Nel 1472 era già iscritto alla Compagnia dei Pittori e nel 1476 venne prosciolto da un’accusa di sodomia. Nel 1478, già indipendente, ricevette il primo incarico pubblico, una pala per la cappella di San Bernardo nel palazzo della Signoria, ma forse non cominciò nemmeno il lavoro. Nel 1480 fece parte dell’accademia del Giardino di S. Marco sotto il patrocinio di Lorenzo il Magnifico, ed ebbe così modo di frequentare i grandi maestri dello studio mediceo, Argiropulo e Ficino, e il grande geografo Dal Pozzo Toscanelli[4]. Compose allora le prime grandi pitture (l’Annunciazione e l’incompiuta Adorazione dei Magi), ma lasciò pochi scritti.

Bello di persona, forte e agile come un atleta (il Vasari racconta che piegava con la mano un ferro di cavallo), bizzarro nella sua studiata eleganza, esperto (sempre secondo il Vasari) di musica e canto, brillante conversatore, esercitò senza dubbio un certo fascino nella Firenze medicea; anzi la sua genialità di pittore e la sua vita di uomo solitario e meditabondo contribuirono a circondarlo di un’aureola quasi leggendaria. Tuttavia nell’ambiente fiorentino, saturo di cultura letteraria e umanistica, Leonardo non doveva e non poteva certo riconoscersi, lui che si definiva «omo sanza lettere»[5], amante di esperienze di tipo diverso, poco incline alla letteratura e alla filosofia, e bramoso invece di una cultura nuova che si basasse sullo studio concreto dell’esperienza e dei fenomeni naturali.

Nel 1488 si recò perciò a Milano presso Lodovico il Moro[6], facendosi precedere da una famosa lettera di nove paragrafi, che rappresenta una specie di curriculum, in cui si dichiarava capace di inventare e costruire congegni bellici, di progettare opere di architettura, di fondere in bronzo e scolpire, di dipingere. All’epoca Milano, era una delle poche città in Europa a superare i centomila abitanti ed al centro di una regione popolosa e produttiva; qui, nonostante alcune difficoltà iniziali, Leonardo trovò una minor rivalità di mestiere nel campo della pittura e un ambiente più disposto ad apprezzare le sue doti non solo di artista, ma anche di tecnico e di scienziato, e ciò gli consentì di vivere anni sereni e felici.

Gentile, simpatico, spiritoso si avvaleva della sua brillante conversazione e della sua vivace lingua toscana per conquistare il fascino di una corte che aspirava a porsi su un piano più elevato di eleganza e raffinatezza; durante le riunioni signorili recitava motti, indovinelli, facezie, favole (spesso con tono drammatico); inventava macchine e scherzi per scenografie di feste cortigiane; disegnava decorazioni per gli appartamenti del castello e attendeva a lavori d’architettura; studiava progetti di ingegneria idraulica e di sistemazione urbanistica della città di Milano, ideava strumenti per la navigazione aerea e subacquea, e al tempo stesso eseguiva anatomie di animali, uomini, piante; studiava geometria, fisica, meccanica approfondendo ogni sorta di studi scientifici, e dipingeva i primi grandi capolavori: la Vergine delle Rocce e il Cenacolo. Intanto appuntava su piccoli quaderni tascabili note volanti, che poi ricopiava su quaderni più grandi, ma sempre «sanza ordine», come dice egli stesso; frammenti scritti con inevitabili ripetizioni, dato il carattere saltuario e occasionale di tali note sparse, frutto delle più svariate osservazioni e meditazioni scientifiche (sempre scrivendo con quella sua curiosa grafia rovesciata da destra a sinistra).

Il 6 ottobre 1499, mentre il Moro era a Innsbruck, cercando invano di farsi alleato l’Imperatore, Luigi XII[7] conquistava Milano. Così il 14 dicembre Leonardo fece depositare 600 fiorini nell’Ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze e abbandonò Milano, dirigendosi, insieme al matematico Luca Pacioli[8], di cui era grande amico, e all’allievo Aandrea Salai[9], a Venezia; lungo il viaggio si fermò a Mantova alla corte di Isabella d’Este[10], dove fu accolto con grande favore. La Marchesa commissionò a Leonardo un ritratto mai completato, il cui cartone preparatorio è conservato oggi al Museo del Louvre. Nonostante le lusinghe di Isabella d’Este, che voleva trattenerlo a Mantova come pittore di corte, Leonardo ripartì presto e raggiunse Venezia nel marzo del 1500. La Serenissima lo incaricò di progettare alcuni sistemi difensivi contro la continua minaccia turca. Leonardo iniziò il progetto di una diga mobile, da collocare sull’Isonzo, in grado di provocare inondazioni sui presidi in terraferma del nemico, tuttavia a causa dell’elevato costo dell’opera il progetto fu accantonato, al suo posto Leonardo iniziò a progettare il rafforzamento delle mura di cinta di Gradisca d’Isonzo.

Nell’aprile del 1501 tornò a Firenze, che, da quando Leonardo l’aveva lasciata, era cambiata profondamente: morti infatti il Magnifico e cacciato suo figlio Piero nella città era stata restaurata la repubblica con a capo il gonfaloniere Pier Soderini[11]. Questi, forse per consiglio di Machiavelli, gli affidò il progetto (poi non eseguito per l’eccessivo costo) di deviare l’Arno. Successivamente fu per un anno circa in Romagna al servizio di Cesare Borgia[12] come ingegnere militare e per lui Leonardo mise a punto un nuovo tipo di polvere da sparo, formata da una miscela di zolfo, carbone e salnitro, studiò macchine volanti e strumenti per la guerra sottomarina. Nel mese di agosto soggiornò a Pavia, da dove partì per ispezionare le fortezze lombarde del Borgia; disegnò inoltre mappe dettagliate per facilitare le mosse strategico‑militari dell’esercito.

Dal marzo 1503 fu nuovamente a Firenze, dove il  Soderini gli affidò l’incarico di decorare una delle grandi pareti del nuovo Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, opera grandiosa per dimensioni e per ambizione: a Leonardo venne affidato un episodio degli scontri tra esercito fiorentino e milanese del 29 giugno 1440, la Battaglia di Anghiari, mentre sulla parete opposta avrebbe dovuto lavorare Michelangelo Buonarroti, con la Battaglia di Cascina (29 luglio 1364, contro i Pisani). Per ragioni diverse, nessuna delle due pitture murali venne portata a termine, né si sono conservati i cartoni originali. Sempre durante questo secondo soggiorno fiorentino Leonardo dipinse il capolavoro che lo renderà celebre nei secoli: la Gioconda, ritratto (secondo la critica) di Lisa Ghirardini, moglie di Francesco Bartolomeo del Giocondo.

Amareggiato però dall’esito infelice del grande dipinto murale della Battaglia d’Anghiari, per la realizzazione della quale aveva recuperato dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio la tecnica dell’encausto[13], frustrato nei suoi progetti di ingegnere, incomprenso dagli artisti e dai mecenati fiorentini per il suo travaglio di ricercatore, Leonardo decise di tornare a Milano (luglio 1508) al servizio del re di Francia. Nel 1512 la nuova guerra della Lega Santa scacciò i Francesi da Milano, che tornò agli Sforza, per cui, nell’incertezza della situazione, Leonardo partì per Roma (1513), portando con sé due dei suoi allievi, il Salai e il Melzi[14]. Ma a Roma non solo egli si vide escludere da tutte le grandi opere del tempo, ma gli venne anche impedito di continuare i suoi studi di anatomia. Tali motivi, nel 1517, lo indussero a trasferirsi in Francia, alla corte di Francesco I[15], che gli mise a disposizione come residenza il castello di Clos-Lucé[16] e una pensione annua di 5.000 scudi come “premier peintre, architecte et mechanicien du roi”.

In questi anni in Francia, nonostante una paralisi alla mano destra, si dedicò agli studi di anatomia, all’architettura e all’organizzazione scenografica di feste in onore del sovrano. Impressionanti sono i disegni di quest’ultimo periodo in cui è immaginata la fine del mondo, evento fantastico in cui operano con logica coerenza e con terribile bellezza le forze della natura che egli stesso aveva indagate.

Morì il 2 maggio 1519, tre giorni dopo avere fatto davanti al notaio testamento, nel quale – tra le altre cose – disponeva di essere sepolto nella chiesa di Saint-Florentin ad Amboise. Dopo cinquant’anni, durante i disordini delle lotte religiose tra cattolici e protestanti, la sua tomba fu profanata e le sue spoglie andarono disperse. Nel 1984 furono ritrovate delle ossa attribuite a Leonardo, che furono poste nella cappella di Saint-Hubert del castello di Amboise.


Aspetti spirituali e culturali

I dati biografici, quasi mondani e brillanti, hanno scarso rilievo di fronte all’esperienza spirituale di Leonardo proiettata verso – se ci è consentito dirlo – un nuovo “continente culturale” che egli si era creato da sé e che realizzò e consumò tutto nell’intimità del proprio animo. La sua vita, infatti, rappresenta l’inesausta ricerca di una verità nuova che nascesse direttamente dall’osservazione concreta della realtà che ci circonda; e ciò si pone quasi come una serena lotta e un’aperta polemica contro la vecchia cultura medioevale e contro gli aspetti deteriori di quella umanistica.

Leonardo, tuttavia, manifesta una strana “noncuranza” verso i risultati concreti delle sue scoperte e verso l’incidenza che gli stessi potrebbero avere nei rapporti con la cultura degli altri uomini: egli annota e disegna; scrive e riscrive i suoi appunti e le sue osservazioni; studia e ristudia sempre nuovi problemi, progetta, inventa, costruisce macchine; ma, soprattutto, ha una chiara percezione della propria grandezza e, ancor più, dell’eccezionale novità delle proprie scoperte in campo scientifico, ma non si preoccupa di dare alle proprie opere e alle proprie idee un ordine definitivo, né si premura di far conoscere i propri scritti o le proprie scoperte ai dotti del tempo. Così tutta la scienza di Leonardo, pur con le sue grandi intuizioni, non diventerà mai vera scienza, rimanendo confinata entro un’esperienza puramente soggettiva, che non influisce sul progresso della civiltà e non provoca quella che avrebbe potuto essere una delle tappe più sensazionali nella storia dell’umanità: il rovesciamento effettivo della visione del mondo attraverso la rivoluzione scientifica. Trascorreranno cento anni prima che nasca la scienza, e ne trascorreranno trecento prima che gli uomini sappiano che Leonardo aveva intuito e parzialmente scoperto quel mondo nuovo che verrà portato alla ribalta da Bruno, Copernico, Galilei e Newton; ma durante tutti quei secoli la scienza farà il suo cammino attraverso strade diverse, senza beneficiare del pensiero di Leonardo.

Ovviamente, qualcuno potrà obbiettare che le circostanze storiche non erano ancora mature per una simile rivoluzione scientifica, che la cultura ufficiale del tempo era tutt’altra cosa e che per abbatterla ci sarebbe voluto uno sforzo titanico, o che Leonardo era uomo «sanza lettere» e non poteva quindi comunicare facilmente le proprie scoperte alle “comunità scientifiche” del tempo; ma, soprattutto, e questa è l’obiezione più forte, che l’ideale supremo per Leonardo non era la scienza, bensì la pittura. Nonostante tutto ciò, nessuno potrà negare che la contraddizione rimane, e ciò appare ancora più singolare se si considera che Leonardo aveva un senso della vita e della cultura estremamente attivo e volto al pratico. Se a ciò si aggiunge che egli ci ha mostrato un impegno intellettuale – che raramente si è attuato nella storia degli uomini – tutto teso a vivere un’eccezionale tensione dell’anima che non dà tregua e spinge l’uomo a una lotta spirituale incessante per la conoscenza; e se altresì si considera che egli non fa mai trasparire nei suoi scritti (e neppure nella sua vita) la benché minima traccia del tormento di colui che lotta e soffre per diffondere ed affermare le nuove conoscenze, delle quali è pur ben conscio, crediamo si possa ben dire che Leonardo era pago della pura avventura del suo spirito.

Se nell’Alberti, come si è detto, la tensione spirituale è (o appare) inconscia e, comunque, volutamente repressa, rintracciabile solo negli opposti atteggiamenti dei suoi scritti, in Leonardo, invece, la tensione spirituale è voluta e coscientemente accettata, quindi è prodotto di un’altissima sublimazione dei sentimenti, il che lo porta a vivere tutta la vita in uno stato di vertiginosa passione intellettuale, ai limiti di una delle più alte avventure dell’intelligenza e della fantasia, nella disperata ricerca di un mondo nuovo della cultura e nel tentativo di risolvere il drammatico mistero cosmico.

In un’epoca come quella umanistica satura di cultura letteraria (latina e greca), Leonardo si costruì – del resto – una sua personalissima cultura, in contrasto, e anzi in aperta polemica, con quella ufficiale e tradizionale; e riuscì per tal via ad essere in quel letteratissimo secolo l’intellettuale più vivo e originale pur avendo scarse cognizioni letterarie e filosofiche. Nella bottega artigiana del Verrocchio, egli imparò, oltre l’arte pittorica, tutte quelle arti meccaniche di carattere manuale (svalutate nel Medioevo e faticosamente in via d’affermazione lungo il Quattrocento) che costituiranno il momento tecnico del suo pensiero scientifico, mentre il momento teorico sarà incentrato sulle istituzioni matematiche del celebre Luca Pacioli. Dal punto di vista letterario si limiterà, invece, ad una modesta formazione ricavata dalla lettura dei testi volgari e dei volgarizzamenti trecenteschi e quattrocenteschi, attingendo da Marsilio Ficino una generica concezione filosofica di tipo platonizzante.

Così, in ultima analisi, egli può a buon diritto essere considerato il punto culminante e conclusivo di tutta l’opera e di tutto il pensiero del miglior Quattrocento umanistico, giacché il suo studio indefesso della natura corrisponde a quella riscoperta dell’uomo nella Natura che fu momento fondamentale dell’innovazione dell’Umanesimo, e la stessa grande polemica che egli conduce, da una parte contro il principio d’autorità, dall’altra contro la poesia, si inserisce coerentemente in quegli atteggiamenti culturali che già erano stati vivi e profondi anche nei migliori umanisti. Valla e Poliziano, solo per citare i più grandi, con la loro rigorosa filologia critica avevano appunto abbattuto il vecchio principio d’autorità, instaurando un nuovo metodo critico nella ricerca della verità storica e parimenti si erano energicamente battuti contro l’uso falso e retorico della parola, contro ogni forma di verbalismo a cui non corrispondesse un contenuto genuino di pensiero e di sentimento.


Leonardo scrittore

Quella visione della natura sognante, idillica, evasiva, così cara all’immaginazione dei quattrocentisti è ben Lontana da quella di Leonardo, per il quale la natura – secondo la concezione cosmologica della filosofia classica – consiste nella suddivisione e composizione dei suoi quattro elementi fondamentali: terra, acqua, aria, fuoco. Per cui Leonardo, per la prima volta nella storia della nostra letteratura, osserva la natura con acutezza visiva, pensandola e descrivendola non più come semplice riflesso del sentimento dell’uomo che l’assume a pretesto per le proprie fantasticherie, ma come una realtà oggettiva, la cui fenomenologia appassiona l’animo e provoca l’intelletto.

Non è tuttavia il mondo della natura in se stesso ciò che attira la fantasia di Leonardo, quanto piuttosto quel rapporto costante di moto, dinamismo, trasformazione perenne che dà vita e ordine al mistero del cosmo, costituendone come la molla intima e animatrice. Afferrare perciò attraverso l’indagine visiva e raziocinante il ritmo vitale della dinamica cosmica; cogliere l’uno nel molteplice lungo le ramificazioni infinitesimali dell’essere che diviene e si trasforma; individuare in ogni forma e in ogni battito della natura quelle leggi che costituiscono quasi la manifestazione di un fato cosmico provvidenziale che regola l’armonia universale sprigionatasi dal «primo caos», ecco l’anelito che esalta tutte le forze della fantasia e dell’intelligenza di Leonardo in un’estrema e disperata tensione. Per cui ogni sua affermazione, ogni sua parola si anima di un altissimo pathos dell’intelletto, quale possiamo ritrovare precedentemente nella nostra letteratura soltanto nell’Alighieri. Ma in Dante la verità è già un qualcosa di fermo e irremovibile, si tratta solo di riformularla e riviverla in una sorta di epica ascesi intellettuale; in Leonardo, invece, la verità è come continuamente riscoperta per la prima volta alle radici originarie dell’essere, in una vibrazione che si carica di inattese significazioni storiche e spirituali e porta dietro di sé come il senso e la tensione di una millenaria attesa per una nuova verità rivelata: l’epifania di un fato cosmico provvidenziale che sorge al contatto visivo con gli oggetti, penetrati e svelati alla luce di un’altissima fede dell’intelligenza.

Il mondo poetico di Leonardo parte dunque da una sorta di concezione panteistico‑eraclitea (senso, cioè, del divenire di tutte le cose dell’universo in un moto di perenne trasformazione) ed esclude qualsiasi altro interesse che non si rapporti a un problema di intimo dinamismo, di personale tensione del movimento: non vi è infatti in Leonardo nessun interesse per la teologia, né per il problema di Dio, e neppure per l’uomo e per tutta la sua problematica morale e spirituale: l’uomo per Leonardo è natura, e nella Natura, appunto, si riassorbe, anche se ne costituisce, in certo modo, il punto essenziale e culminante. Lo stesso legame vita‑morte, così ossessivo in Leonardo, non è propriamente un problema morale, è solo una metafora del linguaggio umano che egli trasferisce sul piano assoluto e cosmico per esprimere un puro rapporto problematico di forze dinamiche.

Quando egli descrive una battaglia o un diluvio o i colori delle foglie che mutano secondo la direzione del vento o ancora la nebbia che si dissolve, ciò che lo attira sempre è il fascino di un movimento e di un rapporto che si scatena; se descrive il corpo umano, o l’occhio o i muscoli, o il cuore o le viscere sarà un gioco di relazionalità, quasi di tensione della dinamica fisiologica; se parla del mostro marino o si pone il problema preistorico dei fossili, mira a cogliere il dinamismo dello spazio attraverso il tempo; sia che tratti lo studio del volo o indaghi scientificamente i moti perenni dell’acqua e le sue trasformazioni sulla crosta terrestre o nel suo evaporare per l’aria, sarà ancora sempre un problema concernente la meccanica dell’universo a entusiasmare la sua anima di pensatore. Potrà così cogliere sfumature infinitesimali di movimento: guardando l’inafferrabile consistenza del fuoco oppure osservando al microscopio della sua fantasia la gocciola d’acqua che sposta la massa degli oceani o l’uccellino che muove il peso del mondo.

Per tal via giungerà a scolpire con epigrafica concisione le massime che il pathos altissimo della sua intelligenza ricava dall’estatica contemplazione del movimento puro (Il balzo è resurgimento di moto finito, oppure Il colpo nasce nel morire del moto, el moto per la morte della forza): un linguaggio antropomorfico per una ideale tragedia della dinamica universale. Costruirà in tal modo, per lapidarie sentenze, il celebre passo del moto, forza, peso, arriverà a protendere il sentimento e l’immaginazione in una visione cosmica di spazi celesti e a sfiorare le soglie di una concezione cosmologica rivoluzionaria. Ma a questo punto è bene chiarire che ciò che Leonardo vuole “poeticamente” esprimere è non tanto, o non semplicemente, il rapporto dinamico delle forze fisiche insite nella natura, quanto piuttosto il senso di una ideale tensione cosmica che egli avverte nel suo spirito e quasi proietta in ogni manifestazione vitale dell’essere.

Questa tensione che si farà via via sempre più drammatica e ossessiva negli ultimi anni della vita di Leonardo e si esprimerà nelle favolose descrizioni di diluvi, tempeste, cataclismi e nei celebri disegni dei manoscritti conservati nel Castello di Windsor. Si direbbe, sotto il profilo psicologico, che Leonardo avverta dentro il suo animo come il crollo di quello che era stato il suo impossibile sogno metafisico: scoprire con tutte le forze convergenti dello spirito il mistero cosmico; sostituire quasi una sorta di metafisica ritrovata al di là di quella del Medioevo ormai infranta; fondare quella scienza razionale che sola poteva essere la base di un mondo nuovo e alle cui soglie Leonardo si è arrestato, perché incapace di concludere le premesse implicite nel concetto di scienza, scindendo cioè con chiarezza e rigore la razionalità pura dall’atteggiamento fantastico.

È bene comunque ricordare ancora una volta che Leonardo non ci ha lasciato libri, ma soltanto una vasta mole di appunti disseminata in modo confuso nei suoi manoscritti: annotazioni, come s’è detto, di sue osservazioni scientifiche, di discussioni polemiche e argute, di pensieri a lungo meditati o semplicemente desunti dal vivere quotidiano, e poi apologhi, indovinelli, facezie, favole, sentenze. «Leonardo non porta nelle sue scritture un intento d’arte,» scrive giustamente il Sapegno, «sì la precisione del tecnico e dello scienziato, la risentita vivacità del polemista, la freschezza spontanea e pittoresca di chi parla, senza pompa, di cosa che gli sta a cuore e ch’egli conosce bene, lo spirito religioso dell’indagatore. E perciò, senz’arte, egli raggiunge spesso lo stile: uno stile conciso e robusto, nient’affatto ricercato e pure intensamente personale, ricco a volte di suggerimenti poetici dove l’accento si fa più commosso e il linguaggio più immaginoso»[17].

***NOTE***

[1] La madre si chiamava Caterina, una donna di bassa estrazione sociale che nel 1453 sposò un contadino di Campo Zeppi, tale Piero del Vacca da Vinci, detto l’Attaccabriga. Per tale motivo moti ritengono che Leonardo non sia nato a Vinci, ma nella casa che la famiglia di ser Piero possedeva, insieme con un podere, ad Anchiano, dove la madre di Leonardo andrà ad abitare.

[2] Andrea di Michele di Francesco di Cione detto Il Verrocchio (Firenze, 1435[1] – Venezia, 1488) fu orafo, scultore e pittore, che unì alla linea scattante di Donatello grande sensibilità per gli effetti luministici. Ricordiamo tra le sue opere pittoriche la Madonna col Bambino, il Battesimo di Cristo e la Madonna del Latte; tra le opere scultoree la tomba di Cosimo il Vecchio de’ Medici, quella di Giovanni e Piero de’ Medici, il David del Bargello, il Putto con delfino e il Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni.

[3] Antonio Benci (Firenze, 1431 circa – Roma, 4 febbraio 1498) detto il Pollaiolo, orafo, incisore, scultore e pittore, fu discepolo di Domenico Veneziano, ma subì l’influenza artistica di Donatello e di Andrea del Castagno. Sviluppò la ricerca anatomica e il valore espressivo della linea, esprimendo nella scultura un prorompente dinamismo e un vigore plastico del tutto nuovi nel primo Quattrocento. Ebbe un fratello minore, Piero (1441/1442 – post 1485), anch’egli noto pittore che operò principalmente come aiuto del fratello.

[4] Paolo dal Pozzo Toscanelli (Firenze, 21 aprile 1397 – Pisa, 10 maggio 1482) fu matematico, astronomo, geografo e cartografo. Compì i primi studi superiori presso lo Studio fiorentino, quindi si recò all’Università di Padova dove studiò matematica e si laureò in medicina. Fu amico di Leon Battista Alberti e di Filippo Brunelleschi, al quale insegnò nozioni di matematica. Alcuni suppongono che abbia aiutato il Brunelleschi ad eseguire i calcoli per la costruzione della cupola del Duomo di Firenze. E proprio in Santa Maria del Fiore, oggi possiamo ancora osservare lo gnomone che Toscanelli realizzò, e che all’epoca era il più alto mai costruito. Studiò l’obliquità dell’eclittica e numerose comete, tracciandone le orbite su mappe stellari da lui preparate. Nel 1474 una lettera nel 1474 a un canonico portoghese, Ferdinando Martinez, che aveva avuto modo di conoscere in Italia, sostenendo che la via più breve per raggiungere le Indie era proprio quella di navigare verso occidente, cioè attraverso l’Atlantico. A questa lettera ne fece seguito un’altra, scritta direttamente a Cristoforo Colombo.

[5] Cioè senza conoscenza del latino.

[6] Sempre secondo il Vasari, fu inviato a Milano da Lorenzo il Magnifico in qualità di musico.

[7] Luigi XII (Blois, 27 giugno 1462 – Parigi, 1º gennaio 1515), Re di Francia dal 1498 al 1515, era figlio di Carlo d’Orleans e Maria di Clèves. Succedette al cugino Carlo VIII, del quale sposò la vedova, Anna di Bretagna. In quanto discendente di Valentina Visconti, rivendicò il Ducato di Milano, di cui si impossessò sconfiggendo Lodovico il Moro. Minor fortuna ebbe nel possesso per il regno di Napoli, cui dovette rinunciare (1504) in favore della Spagna. Nel tentativo di consolidare la sua presenza in Italia, aderì alla lega di Cambrai e sconfisse i Veneziani ad Agnadello (1509), ma poi, trovandosi da solo a fronteggiare la Lega Santa, pur uscendo vittorioso dalla battaglia di Ravenna (1512), fu sconfitto a Novara (1513) e a Guinegatte (1513) e costretto a lasciare il milanese, che ritornò agli Sforza. Riuscì a mantenere l’integrità del regno solo grazie ad abili negoziati. Morì poco più di un anno dopo a causa di una grave forma di gotta di cui soffriva da tempo.

[8] Fra Luca Bartolomeo de Pacioli (Borgo Sansepolcro, 1445 circa – Roma, 19 giugno 1517)  entrò nell’Ordine francescano nel 1470, ma fu anche matematico ed economista. Scrisse la Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni e Proportionalità (una vera e propria enciclopedia matematica), il De viribus quantitatis, e il De Divina Proportione.Sua è anche una traduzione latina degli Elementi di Euclide. Viene oggi riconosciuto come il fondatore della ragioneria.

[9] Andrea Salai (o Salaino) è lo pseudonimo del pittore Gian Giacomo Caprotti (Milano 1480 circa – ivi 1524) che fu allievo e aiuto di Leonardo dall’età di dieci anni, e che lo seguì in tutti i suoi spostamenti (Mantova, Venezia, Firenze e Roma). Tuttavia, dopo la partenza del maestro per la Francia, egli rimase a Milano.

[10] Isabella d’Este (Ferrara, 17 maggio 1474 – Mantova, 13 febbraio 1539) figlia di Ercole I d’Este, secondo duca di Ferrara, e di Eleonora d’Aragona, divenne marchesa di Mantova, sposando il 12 febbraio 1490 Francesco II Gonzaga. Reggente del marchesato durante la prigionia veneziana del marito (1509-1510), e dopo la morte di questo (1519) per il figlio Federico, Isabella giocò un ruolo importante nella politica italiana del tempo, rafforzando costantemente il prestigio del marchesato mantovano tanto da farne una delle corti più acculturate d’Europa.

[11] Pier Soderini (Firenze, 18 maggio 1450 – Roma, 13 giugno 1522), figlio di Tommaso Soderini e di Dianora Tornabuoni, era l’uomo di fiducia di Piero il fatuo, figlio del Magnifico. A causa degli umilianti accordi che i fiorentini furono costretti ad accettare dal re di Francia Carlo VIII, i Medici vennero cacciati dalla città e si instaurò il regime teocratico del Savonarola. Dopo la condanna di questi e la sua morte sul rogo, Soderini venne nominato gonfaloniere a vita (1502). Diede vita ad alcune riforme importanti come quella dell’erario e dell’ordinamento giudiziario, riassoggettò Pisa a Firenze (1509) ma non seppe fronteggiare la Lega Santa e cadde allorché gli spagnoli restaurarono i Medici a Firenze. Trovò allora riparo a Roma presso papa Leone X, ove morì poco dopo la scomparsa del suo protettore.

[12] CesareBorgia (1475 – Pamplona, 1507), figlio del cardinale Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI, e cardinale a sua volta, nel 1498 abbandonò la carriera ecclesiastica. Ottenuto il ducato di Valentinois (da cui il soprannome di Valentino) e sposata la sorella del re di Navarra, Carlotta, con l’appoggio del padre e di Luigi XII si impadronì delle turbolente signorie romagnole (1499-1501), al fine di creare un forte stato nell’Italia centrale. Tuttavia alla morte del padre (1503), avversato dal nuovo papa Giulio II, fu costretto all’esilio e lo stato principesco da lui creato fu in gran parte assorbito dallo Stato Pontificio.

[13] L’encausto è una tecnica di pittura in uso presso gli antichi, che adoperava colori sciolti nella cera fusa, i quali si riscaldavano al momento in cui dovevano essere usati; talvolta la cera era usata insieme con l’olio.

[14] Francesco Melzi (Milano 1491 o 1493 – Vaprio d’Adda dopo il 1568),era Figlio di Gerolamo, di nobile famiglia lombarda, che ricoprì diversi incaricchi sotto Luigi XII e sotto Massimiliano Sforza. E fu probabilmente Gerolamo che verso il 1506 favorì l’ingresso del figlio nella bottega di Leonardo da Vinci. Francesco aveva ricevuto un’educazione di stampo umanistico e inizialmente dovette essere impiegato da Leonardo in primo luogo per mansioni di cancelleria. Alla morte di Leonardo ereditò tutti i disegni e i manoscritti che il maestro aveva con sé, e li raccolse nella villa di Vaprio d’Adda, dalla quale andarono poi dispersi. Forse è da attribuirsi a lui la compilazione, con materiale tratto da scritti di Leonardo in suo possesso, del cosiddetto Trattato della pittura.

[15] Francesco I (Cognac, 12 settembre 1494 – Rambouillet, 31 marzo 1547), figlio di Carlo di Valois‑Angoulême e di Luisa di Savoia, sposò nel 1514 sposò Claudia di Francia, figlia del re Luigi XII e duchessa di Bretagna. Alla morte di Luigi XII (1515) senza eredi maschi salì al trono. Quello stesso anno iniziò la campagna per la riconquista del ducato di Milano, che – dopo la vittoria nella battaglia di Marignano – si concluse nel 1516 con la pace di Noyon che assegnò il Milanese alla Francia. A seguito dell’elezione a Imperatore di Carlo V d’Asburgo, scatenò contro l’Impero una guerra (1521) che durò tutta la sua vita. Pesantemente sconfitto a Pavia (1525) venne fatto prigioniero e fu costretto a firmare un gravoso trattato di pace che, appena liberato, rinnegò per stringere alleanza col papa e i principi italiani. Nel 1528 tentò di conquistare Napoli, ma sconfitto nuovamente ad Aversa fu costretto a firmare con Carlo V la pace di Cambray (1529). Nel 1536 soldati francesi invasero il Ducato di Savoia e conquistarono Torino; per tutta risposta Carlo V invase la Provenza. Dopo intensi negoziati si giunse alle tregua di Nizza (1538), ma nel 1542 ripresero le ostilità. Dopo due anni di sanguinose battaglie Carlo V, che aveva stretto alleanza con Enrico VIII d’inghilterra, riusc’ a conquistare il Lussemburgo e spingersi verso Parigi, mentre il sovrano inglese assediava Boulogne. Francesco I fu pertanto costretto a firmare la pace Pace di Crepy nel settembre 1544.

[16] Il castello è collegato alla residenza reale del Castello di Amboise da un passaggio sotterraneo che consentiva al re di rendere visita a Leonardo in qualunque momento con la massima discrezione.

[17] Natalino Sapegno, Compendio di storia della letteratura italiana, Vol. I, Dalle origini alla fine del Quattrocento, La Nuova Italia, Firenze, 1981, pag. 320.


La versione stampabile dell’articolo è scaricabile da qui: «APPUNTI DI LETTERATURA ITALIANA: IL QUATTROCENTO»

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